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Da Modugno a Donovan, Tenco, Morricone: le più belle sigle degli sceneggiati - BergamoNews

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Da Modugno a Donovan, Tenco, Morricone: le più belle sigle degli sceneggiati

Alla magnificenza registica e interpretativa dei racconti a puntate servivano colonne sonore e sigle adeguate, ed è per questo che esse erano opere di grandi autori come Ortolani, Cipriani, Simonetti, Micalizzi, Pisano

Prima di avviarci alla conclusione di questa reminiscenza della mitica televisione perduta, pervasa di romanticismo e cultura, vediamo un altro aspetto importante negli “sceneggiati di un volta”: la musica.

A tanta magnificenza registica e interpretativa vista in questo racconto, servivano chiaramente colonne sonore e sigle adeguate, ed è per questo che esse erano opere di grandi autori come Ortolani, Cipriani, Simonetti, Micalizzi, Pisano, che introducevano il telespettatore nelle atmosfere avventurose, spettrali, sospese delle narrazioni. Trattandosi di partiture concepite negli Anni Sessanta e Settanta, non è strano ritrovarvi tracce di musica melodica, poi virata più verso il pop, il funk o il rock; ma c’è anche tutta una corrente più o meno folk che veniva a galla, specie quando si trattava di serie ambientate in ere passate. Ricordarle tutte è praticamente impossibile, ma evidenziarne alcune è necessario ai fini di questo racconto, in quanto strettamente collegate al tema principale.

Le canzoni, come sigla iniziale o finale di un programma televisivo, ora non s’usano più molto, o almeno non si usano più nello stesso modo, ma agli inizi della storia della televisione italiana sono state molte le canzoni che sono diventate grandi successi. Alcune volte succedeva anche che alcune fossero così memorabili da mettere in secondo piano il lavoro del regista; cosicché alcuni di loro preferirono un banale tappeto orchestrale, con quel po’ di giusta atmosfera ma che non si facesse notare troppo.

Nel corso del racconto, ne abbiamo già richiamate alla memoria alcune, come in Scaramouche (1965), che si può anche ricordare come il primo “sceneggiato musicale”; ricco di balletti e canzoni interpretate da Domenico Modugno e le cui musiche originali erano di Franco Pisano; o come Un giorno dopo l’ altro, sigla della seconda stagione del “Commissario Maigret” (1964):

Un giorno dopo l’altro
il tempo se ne va
le strade sempre uguali
le stesse case

erano le parole non banali che facevano da supporto a una musica struggente. Ma era la voce di Luigi Tenco che colpiva.

domenico modugno ok

Le musiche di Gino Marinuzzi Jr impastano ritmi tribali e musica elettronica, accentuando lo stridente dissidio tra l’originario e il futuribile, tra natura barbarica e civiltà tecnologica nello sceneggiato “Jekill” (1964), dove il protagonista Giorgio Albertazzi interpretò anche il brano “Questa cosa che chiamiamo mondo”, sigla della quarta e ultima puntata, su testo scritto da lui stesso.

Tipicamente anni Sessanta la sigla finale di “Belfagor” (1966), un motivetto semplice ma dalle sfumature gotiche, che ci rammenta che la via italiana al giallo-magico sia proiettata verso un passato mitologico, le cui tracce convivono con il tempo presente, che sembra destinato ad esserne l’ossessiva ripetizione.

Indimenticabile anche la sigla dello sceneggiato storico “La freccia nera” (1968), scritta dall’attore Sandro Tuminelli che nello sceneggiato interpretava uno dei banditi. La musica era del grande Riz Ortolani ed era cantata da Leonardo con un coro maschile, ispirato a quello dei briganti della storia.

Per lo sceneggiato “Un certo Harry Brent” (1970), fu azzeccata la scelta della sigla musicale: “Roots of Oak” di Donovan dall’album “Open Road”, che con la sua atmosfera ci fa entrare direttamente nell’originale e affascinante vicenda. Così possiamo dire per “Coralba” (1970), grazie a Frank Sinatra che con la sua “Goin’ Out of my Head”, sconosciuta fino a quel momento in Italia, canta la sigla finale dello sceneggiato.

Una delle sigle più ricordate per uno degli sceneggiati più amati, impregnato di atmosfere inquietanti, fu quella di: “Il segno del comando” (1971). Una Roma arcana e trasfigurata, con i vicoli di Trastevere magici e misteriosi come non si rivedranno più. Reincarnazione, sette, negromanzie, medium, oscure taverne, palazzi decadenti, Edward Foster (Ugo Pagliai), indagatore dell’incubo ante litteram, l’evanescente Lucia (la splendida Carla Gravina), fantasma che vive solo quando ama… e con la sigla che rappresenta un altro bel contrasto: lo stornello in romanesco “Cento campane” (composto da Fiorenzo Fiorentini e Romolo Grano e interpretato da Nico Tirone, cantante del gruppo beat Nico e i Gabbiani) è tanto lirico quanto profondamente legato all’occulto.

Le musiche affascinanti che accompagnano il racconto di “Come un uragano” (1971), fra intrighi belle donne, tradimenti, omicidi, segreti, sono del maestro Bruno Nicolai già collaboratore storico di Ennio Morricone, mentre la sigla finale questa volta non è nulla di eccezionale: si basa sulla donna al centro di tutta la vicenda, Diana (Delia Boccardo), ed è cantata da un semi-sconosciuto David King.

La fantascienza, come abbiamo visto, non è un genere molto battuto dagli sceneggiati “di quegli anni”. “A come Andromeda” (1972) ne è stato però un buon esempio, atto a soddisfare gli appassionati del genere. La storia, basata sul contatto con un’intelligenza aliena che metterà a dura prova le certezze dei protagonisti, si avvale di una sigla strepitosa a cura di Mario Migliardi, con la collaborazione di Edda Dell’Orso e dei Cantori Moderni di Alessandroni. Il famoso Tema di Andromeda è ispirato al lamento di Didone dell’opera Didone ed Enea scritta da Henry Purcell nel 1688.

Fiorenzo Carpi, compositore e pianista milanese, toccò uno dei vertici della sua produzione con le musiche scritte per “Le avventure di Pinocchio” (1972). Attingendo alla tradizione e puntando a una vena melodica e genuina, crea musiche mai banali, ricercate e caratteristiche, che definiscono alla perfezione la psicologia dei personaggi.

Della colonna sonora di “Lungo il fiume e sull’acqua” (1973), resta soprattutto nella memoria ancora oggi la bellissima “Vincent“, sentito tributo acustico al celebre pittore Vincent Van Gogh, in particolare all’opera “Starry Night-Notte Stellata”; un brano poetico, suggestivo e ammaliante scritto ed eseguito da Don McLean, che sulle sue dolci note accompagnava le immagini della sigla iniziale e quelle dei titoli di coda, entrata nelle orecchie e nei cuori della gente (qui sotto il video).

Ma non sarebbe giusto dimenticare i molti affascinanti temi musicali composti da Roberto De Simone, studioso appassionato di musica folkloristica (non a caso fu tra i fondatori della Nuova Compagnia di Canto Popolare), ispirati ad antichi motivi tradizionali inglesi che riempivano di echi suggestivi la vicenda.

Nell’inquietante “Il dipinto” (1974), arpa e viola accompagnano le immagini della città di Ratisbona, teatro dell’intrigo, durante la sigla iniziale, con una nenia che introduce una città arcana e misteriosa. Non si conosce l’autore del bellissimo tema iniziale, ma è facile riconoscere i frammenti della suite dei Pink FloydAtom Heart Mother“, che sottolineano sapientemente i momenti più belli del film; mentre si arriva all’apoteosi finale con un brano tratto da “Carmina Burana” di Carl Orff in un crescendo mozzafiato.

Il tema che apre “Ho incontrato un’ombra” (1974), denominato “A Blue Shadow”, è basato su una morbida melodia di sax adagiata su un tappeto di pianoforte, a seguire l’orchestra e la ritmica. Un commento musicale che riesce sempre a smuovere emozioni profonde, specie se lo si associa alla visione di un altro fitto mistero: quello del pubblicitario Philippe. Questi, al ritorno dal lavoro, si accorge più volte che qualcuno è entrato nella sua abitazione a sua insaputa. Chi sarà mai? Il famoso brano “A Blue Shadow” è a firma Romolo Grano e Berto Pisano, i brani che compongono la colonna sonora sono opera dello stesso Grano. La curiosità è che il disco con l’esecuzione del brano, da parte dell’orchestra diretta da Pisano, non ebbe successo immediato, ma entrò in classifica dopo parecchie settimane dalla conclusione dello sceneggiato, arrivando addirittura al primo posto nelle vendite.

Intensa e perfetta la sigla di “Mosè” (1974), creata dall’inarrivabile e inimitabile Ennio Morricone, in cui si riconoscono arrangiamenti e temi musicali propri del suo stile.

La sigla musicale di “Gamma” (1975) è stata composta da Enrico Simonetti, mentre l’esecuzione in studio fu affidata ai giovanissimi Goblin, in quel periodo ai vertici dell’Hit-Parade con la colonna sonora di “Profondo rosso”. Lo sceneggiato è una storia fantascientifica, con temi etici riguardanti i trapianti di cervello; per contrasto la sigla è quanto di più malinconico possa esserci, con il sax ancora una volta protagonista e alcune belle accelerate a base di chitarra e fiati. Il risultato riesce però a inquietare proprio grazie a questa antinomia.

Facciamo ora un salto nel XIV secolo con un grandissimo sceneggiato: “Marco Visconti” (1975). Questa splendida storia, tratta dall’omonimo romanzo storico di Tommaso Grossi, vantava un cast eccezionale con Raf Vallone e due giovani attori che avrebbero segnato la storia del teatro italiano: Gabriele Lavia e Pamela Villoresi, ma anche, nel ruolo di Tremacoldo, Herbert Pagani, cantante, attore, poeta, scrittore e pittore, famoso per aver adattato in italiano la canzone “Les amants d’un jour” (Albergo a ore), che qui firmò anche la colonna sonora.

Una dark ballad degna dei migliori interpreti anglosassoni è interpretata con trasporto da Gigi Proietti, in dialetto siciliano su testo di Otello Profazio e musica di Romolo Grano, ed è parte integrante de “L’amaro caso della baronessa di Carini” (1975). Il nostro patrimonio culturale è pieno di macabre vicende musicate e messe in scena con un piglio degno dei cantori moderni dell’oscuro. L’insospettabile Proietti ci catapulta in un orribile delitto compiuto da un padre nei confronti della figlia, la baronessa del titolo, nella Sicilia borbonica. Delitto che è destinato a ripetersi oltre 250 anni dopo.

Attenzione alla sigla finale “La traccia verde” (1975), di Berto Pisano, uno dei pezzi funk-prog più succulenti della storia delle colonne sonore italiane, degno di stare accanto a certi capolavori a opera di Micalizzi, Cipriani o Bacalov. Ritmo, clavinet e piano elettrico in evidenza, poi un salto psichedelico tra theremin e sintetizzatori da paura (in tutti i sensi). Nello sceneggiato le piante fungono da testimoni di un efferato delitto, roba che in quegli anni inquietava sul serio.

In “Ritratto di donna velata” (1975) il sax si muove felpato in una melodia lenta, come solo negli anni Settanta poteva essere concepita. Scorrono i titoli, poi ci ritroviamo catapultati negli anfratti più oscuri di Volterra, con l’enigmatica Elisa (Daria Nicolodi) che pare essere la reincarnazione di una misteriosa dama ritratta in un quadro del Settecento. Tra necropoli e ville maledette, la colonna sonora del sommo Riz Ortolani è seducente come la donna velata del titolo.

La vicenda di una donna che scompare da un giorno all’altro e dell’affannosa ricerca da parte del marito ci riporta a “Dov’è Anna?” (1976). La sigla era del maestro Stelvio Cipriani, famoso soprattutto per la colonna sonora di “Anonimo veneziano”. Mentre sullo schermo i protagonisti della vicenda camminano in una galleria, il suono di un piano verticale introduce a una melodia alla Nino Rota, che stride con il fitto mistero messo in atto nella storia. Ma visto che gli opposti spesso si attraggono, il connubio funziona alla perfezione, con la musica a tingersi magicamente di dramma a mano a mano che le immagini scorrono.

Lo sceneggiato “Albert e l’uomo nero” (1976) ha levato il sonno a molti bambini dell’epoca. Albert, nove anni, si ritrova solo in casa di notte, frangente nel quale gli capita di intravedere un uomo “completamente nero dalla testa ai piedi”, Chi sarà mai il misterioso uomo nero? Nell’attesa di saperlo, si poteva gustare la colonna sonora a opera di un altro colosso, Franco Micalizzi, quello di decine di poliziotteschi, che qui ci offre un buon esempio della sua arte, nel quale pare di perdersi in una delle tante stanze buie della magione di Albert.

Molto belle le musiche composte e curate da Pino Calvi per l’ingarbugliato intrigo di “Dimenticare Lisa” (1976), così come è da ricordare la sigla finale, la struggente “I Only Have Eyes for You” cantata dalla inconfondibile voce di Art Garfunkel.

art garfunkel

Nel “Fauno di marmo” (1977) è ancora Cipriani, che si avvale dell’aiuto di Lando Fiorini, nel concepire uno di quegli innesti di arie antiche atti a sottolineare le atmosfere gotiche proprie dello sceneggiato. Vi si narra del ritrovamento di un anonimo diario dell’Ottocento nel quale appaiono le figure di quattro amici destinati a rivivere un mistero avvenuto cento anni prima a Roma. La capitale è spesso affascinante protagonista di questi sceneggiati e un’aria come quella interpretata da Fiorini è perfetta per avvolgere lo spettatore nell’arcano segreto della storia. Lo svolgimento musicale è tanto prevedibile quanto azzeccato, chitarra acustica, orchestra e la voce accorata di Fiorini in un testo in romanesco che mischia sentimenti terreni a visioni dell’aldilà.

Colonna sonora straordinaria e “su misura” per un grande sceneggiato, “Ligabue” (1977), qualcosa che rimanda a “Profondo Rosso” dei Goblin. Vi ritroviamo invece l’estro un genio musicale, Armando Trovajoli.

Infine, un caso piuttosto raro riguarda il brano musicale che costituisce la sigla dello sceneggiato “La dama dei veleni” (1979): non si tratta di un tema composto appositamente, ma del riutilizzo di un brano già esistente intitolato “Murder”, che faceva parte della colonna sonora di un discutibile sexy-thriller girato da Sergio Martino nel 1972.

In questo breve excursus, abbiamo rievocato alcune fra le molte sigle e colonne sonore che accompagnavano gli sceneggiati; per quanto non esaustivo ci ha permessi di sottolinearne l’importanza non solo di carattere prettamente musicale. Le sigle, ereditate dalla radiofonia, sono una sorta di introduzione, che permettono una immediata identificazione, nonché a rimanere nella memoria come “aggancio” alle vicende narrate; le colonne sonore, invece, accompagnano e guidano lo spettatore, coinvolgendo emotivamente ancor di più. Entrambe giocavano un ruolo essenziale perfino nel formulare proprie ipotesi interpretativa in alcuni passaggi chiave.

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