Dieci anni dopo

Primavere e autunni arabi (moltissimi gli autunni)

Il decennale delle rivolte arabe divampate tra il dicembre del 2010 e il febbraio del 2011 avrebbe forse meritato migliore attenzione.

In Italia se ne è parlato soprattutto per l’anniversario della morte di Giulio Regeni e per la comparsata di Matteo Renzi in Arabia Saudita. Come spesso accade, si è guardato l’ombelico italico come se fosse il centro del mondo, finendo per discutere di politica nostrana, e ci si è dimenticati del resto. Il decennale delle rivolte arabe divampate tra il dicembre del 2010 e il febbraio del 2011 avrebbe forse meritato migliore attenzione.

Partiamo da un dato di fatto: quelle rivolte sono sostanzialmente, clamorose fallite. Con la sola eccezione della Tunisia e del Marocco (forse), i Paesi arabi si trovano oggi in condizioni ancora peggiori di quelle in cui si trovavano all’inizio del 2010. Alcuni Paesi (Siria, Libia, Yemen) sono passati dalla dittatura alla guerra civile: conflitti spaventosi, accompagnati da catastrofi umanitarie, di cui ancora non si vede la fine. In Egitto, un regime autoritario dominato dai servizi di sicurezza ha lasciato il posto, dopo un breve interludio, a un regime ancora più autoritario e militarizzato. Le monarchie assolute, nonostante le “visioni” di sviluppo economico sganciato dagli idrocarburi e le promesse di riforma, rimangono appannaggio di dinastie di miliardari. Gli spazi di libertà di espressione, già molto limitati, sembrano essersi ristretti quasi ovunque. La breve primavera araba sembra aver lasciato il posto a un lungo, mestissimo autunno.

Gli osservatori occidentali, che inizialmente avevano magnificato con melensa ingenuità il potere taumaturgico di Twitter, dei graffiti e della musica hip-hop, si sono cimentati in un campionato di arrampicata sugli specchi per cercare di spiegare le ragioni del fallimento. Sono stati di volta in volta chiamati in causa l’imperialismo occidentale, il fondamentalismo islamico, o una sorta di propensione culturale delle società arabe verso l’autoritarismo.

Ciascuno di questi tre fattori esiste e ha giocato un ruolo importante nelle vicende degli ultimi anni, ma ridurre tutto a uno solo di questi fattori è, il più delle volte, un modo molto comodo e molto pigro di evitare la fatica della complessità. L’idea di un destino ineluttabile, dell’eterno ritorno di presunte caratteristiche immutabili è, in fondo, un’idea rassicurante, che toglie di mezzo le responsabilità politiche e sposta il peso della colpa su entità non meglio precisate come il fato, la “natura” o la “cultura”.

Ci sono invece due elementi che vanno messi in luce e qui possono essere soltanto accennati: il ruolo economico delle forze armate e l’immaturità delle formazioni politiche che ambivano a rivoluzionare i loro Paesi.

Un’ampia produzione accademica ha messo da tempo in luce il ruolo dei militari (perlopiù esercito e aeronautica) nella vita politica di molti paesi arabi dopo la seconda guerra mondiale. Ne iniziò a parlare il grande storico di origine palestinese Hanna Batatu nella seconda metà degli anni Settanta.

Provenienti da un contesto piccolo-borghese, che vedeva nelle accademie militari una sorta di ascensore sociale, i militari costituirono in molti Paesi arabi una vera e propria nuova classe sociale che si sentiva investita di un compito di modernizzazione della società e dello Stato. Per fare questo, i militari utilizzarono perlopiù la carta del nazionalismo, di una vaga e ambigua “unità nazionale” per contrapporsi ai particolarismi tribali e religiosi, o agli antichi proprietari terrieri e grandi industriali. Già alla fine degli anni Settanta le velleità di trasformazione sociale e i riferimenti strumentali al “socialismo arabo” erano stati del tutto accantonati, e i regimi militari si erano trasformati in dittature pronte ad abbracciare il modello capitalista, a tutto vantaggio di una cerchia di oligarchi molto legati alle stanze del potere.

L’elemento decisivo degli ultimi anni è la trasformazione delle forze armate in attore economico oltre che politico. Gli studi più recenti mettono in luce proprio il ruolo dei militari come elementi di punta del “capitalismo di stato” in molti paesi nordafricani e mediorientali. Non si tratta solo del commercio delle armi, come troppo facilmente verrebbe da pensare. Le forze armate sono presenti in molti settori estrattivi e produttivi, comprese le infrastrutture, il turismo e il settore immobiliare.

Cherchez l’argent: dal Brasile alla Birmania, passando per l’Egitto, lo strapotere militare e la deriva autoritaria hanno più a che fare con il controllo dell’economia che con un armamentario ideologico utilizzato perlopiù per galvanizzare gli ingenui.

A proposito di ingenuità, un secondo elemento di riflessione deve riguardare i limiti dei movimenti e dei soggetti che avevano animato le rivolte di dieci anni fa. Esse nascevano, come ormai è stato capito e spiegato, dall’insofferenza verso sistemi sclerotizzati, nella speranza di sbloccare la società e permettere la partecipazione alla gestione dello stato. Per chiari motivi demografici, di questa tensione erano protagonisti soprattutto i giovani, le periferie urbane e i ceti medi impoveriti.

Nel mondo arabo, a dispetto delle apparenze, non mancano intellettuali brillanti e una lunga tradizione sindacale e politica che non appartiene né all’autoritarismo militare e nazionalista né al fondamentalismo religioso. Eppure, intellettuali, sindacalisti e attivisti non sono riusciti a trasformare i fermenti di rinnovamento in una sintesi politica credibile. L’eccesso di teoria, da una parte, e l’opportunismo politico, dall’altra, hanno spesso impedito di cogliere criticità e contraddizioni in cui sono stati più bravi a inserirsi i movimenti definiti “islamisti” o del cosiddetto “islam politico”.

Neanche questi ultimi, a dire il vero, possono cantare vittoria. Le uniche eccezioni, anche in questo caso, sono (forse) la Tunisia e il Marocco, dove i movimenti islamici hanno apertamente accettato il sistema multipartitico e hanno cercato di riposizionarsi come partiti religiosi conservatori all’interno della dialettica elettorale. In Egitto, la stagione al governo dei Fratelli Musulmani con Muhammad Morsi è durata un solo anno, prima di essere bruscamente terminata da un colpo di stato travestito da rivoluzione di popolo. Altrove, sono state le strategie jihadiste della lotta armate a prendere il sopravvento, con risultati ovunque disastrosi.

Nei Paesi del Golfo, nonostante le patetiche prolusioni di conferenzieri occidentali a pagamento, rimangono in piedi monarchie assolute che si appoggiano ai legami clanici. La diversificazione delle economie locali, per ridurre la dipendenza dal settore degli idrocarburi, rimane più una buona intenzione che un obiettivo raggiunto.

Mentre nel Mediterraneo Orientale e nell’Oceano Indiano si disegnano nuove costellazioni di alleanze internazionali, nelle quali la Realpolitik prevale nettamente su qualsiasi considerazione di natura ideale o teorica, la pandemia di Covid-19 ha suggellato ulteriormente il lungo autunno del mondo arabo. Da un lato, come praticamente ovunque nel mondo, ha aumentato ancora di più le diseguaglianze che erano state i fattori scatenanti delle rivolte tra il 2010 e il 2011. Dall’altro lato, la pandemia è stata una vera e propria bombola di ossigeno per i regimi autoritari che hanno utilizzato la gestione della crisi come uno strumento di compattamento interno e silenziamento del dissenso.

Qui una parola andrebbe detta sui silenzi della politica italiana e della politica estera nel suo complesso. Questa parola l’ha detta molto bene Paola Caridi, in un recente scritto sul suo blog Invisible Arabs: la fascinazione occidentale per gli autocrati, scambiando l’autoritarismo con la stabilità politica, è un errore reiterato, al pari della pretesa di “esportare” la democrazia come se si trattasse di automobili da corsa, formaggi o lastre di marmo. In tutto questo, l’aspetto forse più triste risiede probabilmente nel fatto di non voler apprendere dalle lezioni del passato, e più probabilmente di non saperle nemmeno ascoltare.

*Francesco Mazzucotelli è docente all’Università di Pavia, esperto di Medioriente, vive a Bergamo

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