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Il 1977 degli sceneggiati Rai all'insegna di Madame Bovary e del Furto della Gioconda - BergamoNews

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Il 1977 degli sceneggiati Rai all’insegna di Madame Bovary e del Furto della Gioconda

Daniele D’Anza diresse una superba Carla Gravina in una rilettura personale e misurata di una delle donne più famose di Francia.

Realizzato in un’epoca molto drammatica per l’Italia, quella degli anni di piombo e della strategia della tensione, “L’agente segreto” sembra parlare agli spettatori proprio di quello che stava accadendo in quei giorni, fuori e dentro i confini del nostro Paese. Emblematico, a questo proposito, il fatto che il soggettista Dante Guardamagna fosse impegnato, nello stesso anno, il 1978, nella regia di un altro adattamento per la televisione italiana, tratto questa volta dal romanzo Occidente (1975) di Ferdinando Camon, opera che indagava la psiche di un terrorista nero.

Non appare di conseguenza casuale la scelta di tradurre per lo schermo, nell’Italia della fine degli anni ’70, The Secret Agent di Joseph Conrad, per la regia di Antonio Calenda su soggetto di Guardamagna e Franco Vegliani.

Trasmesso sul primo canale della RAI in due puntate, andate in onda nei giorni 1 e 8 gennaio, “L’agente segreto” è un adattamento che intrattiene un implicito dialogo con l’Italia di quegli anni. Girata, certamente per ragioni di budget, quasi tutta in interni, questa versione televisiva è caratterizzata da un’evidente matrice teatrale, dovuta anche alla formazione del soggettista Guardamagna. “L’agente segreto” fa parte anch’esso della grande tradizione dello sceneggiato televisivo, sul cui valore educativo, e sul fatto di come si sia trasformato in un vero e proprio specchio della storia sociale d’Italia, ci siamo già soffermati, ma questo sarà uno degli ultimi esemplari.

Sebbene non avesse velleità giornalistiche, è sintomatica la scelta di tradurre per lo schermo proprio durante quegli anni un testo che parlava di terrorismo, di anarchia, e di trame internazionali. L’intento indiretto e implicito dello sceneggiato è quello di offrire delle chiavi di lettura collocate in un’epoca e in una nazione diversa (l’Inghilterra tardo-vittoriana), per poter meglio comprendere ciò che avveniva dentro e fuori i confini dell’Italia in quei giorni, così incerti, confusi, ambigui.

È emblematico come a distanza di poche settimane dalla messa in onda dello sceneggiato avverrà il sequestro (16 marzo) e il ritrovamento del cadavere (9 maggio) dell’onorevole Aldo Moro, che rappresenterà al tempo stesso sia il culmine che l’inizio di una lenta e inesorabile crisi del fenomeno terroristico italiano.

Nel mare magnum degli sceneggiati fantastici degli anni Settanta, un posto di riguardo andrebbe riservato ai quattro brevi lavori scritti da Primo Levi e diretti da Massimo Scaglione, che invece non sono mai stati replicati e sono pertanto caduti in un oblio pressoché totale. Il primo di essi, “Il versificatore”, andò in onda nel febbraio 1971. Era tratto dall’omonimo racconto incluso nella raccolta “Storie naturali”, che lo scrittore torinese pubblicò nel 1966 celandosi dietro il curioso pseudonimo di Damiano Malabaila. Il racconto in questione, strutturato come un copione (forse Levi ne prevedeva un adattamento teatrale o televisivo), è una garbata ma pungente satira sui rischi di una sfrenata tecnologizzazione: il “versificatore” del titolo è infatti una sorta di computer che compone poesie a richiesta. Gli altri tre andarono in onda sotto il titolo di “Racconti fantastici di Primo Levi” dal 13 gennaio 1978.

La prima puntata del ciclo fu preceduta da un’intervista allo scrittore realizzata, così come gli sceneggiati, negli studi RAI di Torino. Di questi nuovi lavori, i primi due furono tratti ancora da “Storie naturali”, mentre il terzo proveniva da “Vizio di forma”, la seconda raccolta di racconti di Levi, apparsa nel 1971.

La bella addormentata nel frigo” è, così come “Il versificatore” e “Il sesto giorno”, un racconto già predisposto per una trasposizione scenica o televisiva, ed è un ulteriore esempio della vena fantastico-satirica che contraddistingue molti dei racconti dell’autore piemontese, nei quali emerge quasi sempre una preoccupazione fondamentale, quella per la disumanizzazione dell’uomo.

A chi gli domandava, durante l’intervista che precedeva lo sceneggiato, se ci fosse un nesso tra “Se questo è un uomo” e i “Racconti fantastici”, tra Auschwitz e la fantasia speculativa, Levi rispose: “Questo nesso esiste senz’altro: è l’uomo violentato”.

L’ultimo racconto, “Procacciatori d’affari”, si rifà più a fantasie allegorico-metafisiche, incentrate sui temi dell’identità dell’uomo e del senso della sua esistenza nel mondo, e magistralmente condotte da Levi lungo i binari, apparentemente divergenti, della commossa partecipazione umana e della sferzante, gelida ironia.

La bella addormentata nel frigo”. Interpreti: Silvia Monelli (Brunilde), Gipo Farassino (Peter Thörl), Ileana Ghione (Lotte Thörl), Irene Aloisi (Maria Lutzer), Luigi Palchetti (Robert Lutzer), Mariella Furgiuele (Ilse). Trama: Berlino 2115; i coniugi Peter e Lotte Thörl tengono in casa il corpo ibernato di un ragazza, Brunilde (Patricia nel racconto originale), offertasi volontaria per questo trattamento 140 anni prima; ogni anno, il 19 dicembre (giorno del suo compleanno), la ragazza viene “scongelata” per poche ore e poi richiusa nel suo sarcofago criogenico; questa volta però Brunilde decide di non rientrare nel frigo e di prendersi una lunga “vacanza”…

Il sesto giorno” Interpreti: Franco Nebbia (il Presidente), Mario Brusa (l’Antipresidente), Egisto Irato (il Consigliere Termodinamico), Mario Marchetti (il Consigliere Chimico), Ottavio Marcelli (il Consigliere Meccanico), Anna Bolens (il Direttore Amministrativo). Trama: la “Commissione” incaricata di un compito delicato, la creazione dell’Uomo, è quasi giunta al termine dei lavori, ma i vari Consiglieri non hanno ancora raggiunto un accordo su quale dovrà essere la forma definitiva del nuovo essere: terrestre o acquatico, mammifero o uccello? Quando un accordo sembra finalmente raggiunto, un ordine “dall’alto” cambia ancora una volta le carte in tavola…

Procacciatori d’affari” Interpreti: Pierangelo Civera (S), Ruggero De Daninos (G), Renato Scarpa (R), Donatella Ceccarello (B). Trama: S, un non-nato, riceve la visita di tre “rappresentanti”, G, R e B, che gli prospettano la possibilità di venire al mondo, di nascere cioè come essere umano sul pianeta Terra; dopo avergli magnificato le bellezze del mondo e le gioie della vita, i tre, incalzati dalle domande di S, sono costretti ad ammettere che sul nostro pianeta non tutto va per il verso giusto…

furto della gioconda

Renato Castellani ha ricostruito nello sceneggiato “Il furto della Gioconda” la vicenda che portò alla sparizione del celebre quadro il 21 agosto del 1911. Il famoso dipinto di Leonardo alla riapertura del grande museo del Louvre non si trova più, è rimasta la sola cornice. La polizia parigina indaga e, per una serie di circostanze, vengono coinvolti e sospettati ingiustamente Pablo Picasso e Guillaume Apollinaire. Solo dopo due anni si arriva alla verità: il ladro è un imbianchino italiano, Vincenzo Peruggia. Si poté quindi ricostruire l’intera vicenda: Peruggia si era nascosto in una cameretta buia del Louvre e alla chiusura tolse la Gioconda dalla cornice per poi scappare da una porta sul retro, aperta con un coltellino. Il giorno dopo gli impiegati pensarono in un primo tempo che il quadro l’avesse con sé il fotografo ufficiale, ma poi dovettero informare la polizia, che immediatamente cercò senza esito all’interno del museo, impiegando un certo tempo data la sua vastità. Poi la notizia del furto si diffuse e i giornali francesi si scatenarono in merito alle ipotesi sulla scomparsa del quadro. Venne anche scritto fosse opera di un collezionista statunitense e che le sue intenzioni fossero di copiare il quadro, tenendo l’originale e mettendo nel museo una copia. Peruggia confessò che avrebbe voluto vendere la Gioconda alla Galleria degli Uffizi per qualche milione di lire. Affermò che la sua era stata un’azione patriottica e che l’Italia avrebbe saputo valorizzare maggiormente l’opera.

Il cast: Enzo Cerusico: Vincenzo Peruggia, Renzo Palmer: Commissario Lépine, Philippe Leroy: Leonardo Da Vinci, Paolo Carlini: Louis Béroud, Elisabetta Carta: Marie Laurencin, Emilio Cigoli: Capo della polizia, Bruno Cirino: Pablo Picasso, Paolo Fiorino: Agente Robert, Michele Mirabella: Guillaume Apollinaire. Dal 15 febbraio in tre puntate sul Secondo Canale.

Dal romanzo omonimo di Kafka, viene trasmesso in due puntate lo sceneggiato “Il processo”. Interpreti: Paolo Graziosi, Roberto Herlitzka, Mario Scaccia, Piera Degli Esposti, Milena Vukotic, Leopoldo Trieste, Pierluigi Zollo, Renato Scarpa. Una versione sospesa tra la corposità “realistica” ma non naturalistica dell’immagine e la rarefazione della “atmosfera” in cui ambienti e personaggi sono immersi.

Non si è certamente presentata come una impresa facile, per il regista Luigi Di Gianni, quella di trasportare sul piccolo schermo il kafkiano Processo, lo stesso affermò che: “nella impostazione del clima generale e nelle componenti scenografiche e recitative, ho cercato di evitare da una parte la pura astrazione, dall’altra un realismo parziale e riduttivo e di assumere la corposità e nello stesso tempo la dilatabilità dei dati reali (anche nell’ambientazione) che l’autore nitidamente suggerisce”. La complessità strutturale del romanzo, oggetto ancor oggi di rigorose e spesso contrastanti interpretazioni e “letture” da parte degli studiosi, determinò anche una difficile scelta in rapporto al “linguaggio” da utilizzare per la riduzione televisiva. Le strade a disposizione erano diverse: Di Gianni ha scelto di percorrere quella che, mantenendosi fedele al testo, gli ha consentito di ricostruire egregiamente il clima e la temperie che il romanzo distilla, adoperando un linguaggio narrativo fondato su una chiave di lettura di tipo simbolico.

Uno dei classici della letteratura, “Madame Bovary”, viene diretto da Daniele D’Anza nella trasposizione televisiva omonima, in sei puntate in onda sul Secondo Canale della Rai tra aprile e maggio. Nel romanzo di Gustave Flaubert si racconta la storia dell’annoiata Emma, che per sfuggire alla soporifera vita della provincia francese di metà Ottocento, inizia a vivere al di sopra delle sue possibilità ed intreccia relazioni extraconiugali. La sceneggiatura è dello stesso regista e di Luigi Malerba, Biagio Proietti, Fabio Carpi. Tra gli interpreti di questo stupendo sceneggiato, Carla Gravina, Paolo Bonacelli, Carlo Simoni, Ugo Pagliai, Tino Scotti, Renzo Giovampietro, Germana Paolieri, Corrado Gaipa.

L’atmosfera è simile al “teatro inchiesta”, con la Gravina sul banco degli imputati. L’intento è quello di rimuovere l’equivoco interpretativo che ha fatto della Bovary un personaggio antipatico e sospetto, oltre che facilmente condannabile, ma anche di rifuggire dal cliché tradizionale dell’eroina romantica e decadente. Il regista le affida l’autodifesa nel processo postumo, un richiamo al processo che realmente subì Flaubert quando fu accusato di immoralità.

Daniele D’Anza diresse quindi una superba Gravina in una rilettura personale e misurata di una delle donne più famose di Francia. Noia e disperazione, aspirazioni e ambizioni, cadute sentimentali e fame d’amore, fino al gesto estremo, il suicidio. Tra la miseria umana con la quale deve fare i conti e un universo maschile mediocre e indifferente, Emma Bovary annienta la sua reputazione sociale e le sorti della sua famiglia, cercando fino alla fine un nuovo legame autentico di passioni; è una donna animata da sentimenti profondi, che nonostante le sue mancanze e imperfezioni, e al di là del bene e del male, sa benissimo, come scrive il poeta libanese Khalil Gibran “che il canto più libero non passa mai fra fili e sbarre”.

Articolato in sei puntate, dirette da Paolo Gazzara su soggetto e sceneggiatura di Gianni De Chiara, “Storie della camorra” tratta il tema della nascente camorra, detta anche la “bella società riformata” di inizio XX secolo. È liberamente ispirato al libro di Vittorio PaliottiLa camorra”, pubblicato nel 1973. Lo sceneggiato tenta di ricostruire la storia della malavita napoletana, attraverso alcune vicende esemplari ricostruite sulla base di documenti e testimonianze autentiche, in una sorta di “viaggio nel tempo” teso a illustrare come il fenomeno camorristico sia nato e prosperato sfruttando la povertà della popolazione, favorito dall’assenza delle istituzioni e dalla corruzione dilagante.

Le fila del racconto sono tenute da una sorta di narratore, un gentiluomo partenopeo (interpretato dall’attore Mariano Rigillo) che funge da trait-d ‘union fra le varie puntate, durante le quali fanno la loro comparsa scrittori e giornalisti napoletani come Matilde Serao (impersonata dall’attrice Isa Danieli), Antonio Labriola (Silvano Tranquilli), Edoardo Scarfoglio (Luigi De Filippo). Allo sceneggiato hanno preso parte decine di attori cinematografici e televisivi, molti dei quali di formazione teatrale, come Mariano Rigillo, Luigi Vannucchi (qui in una delle sue ultime interpretazioni televisive), Ennio Balbo, Gianni Musy e un non ancora trentenne Massimo Ranieri.

Una storia paradossale, abilmente raccontata dalla penna di Piero Chiara, fu ripresa dallo sceneggiato omonimo diretto da Pino PassalacquaIl balordo”. I protagonisti sono Tino Buazzelli, in una delle sue ultime interpretazioni e Teo Teocoli, allora giovane attore venuto dal Sud in cerca di fortuna. Che cosa poteva succedere durante il fascismo a un omone bonario e sempliciotto, etero ma un po’ troppo amico di un uomo? Il romanzo del 1967 con cui Piero Chiara vinse il Premio Bagutta, è una delle poche testimonianze su un dramma “sommerso” ma non per questo meno tragico: il confino degli omosessuali durante il regime fascista. Infatti, il protagonista Anselmo Bordigoni, a causa dell’amicizia con Luigi Persichetti, detto “Ginetta”, sarà prima messo in croce dalle malelingue e condannato al confino, per poi tornare in paese ed essere fatto sindaco a furor di popolo. Come primo cittadino, alloggiando nella casa del custode comunale, governerà in maniera balorda (da cui il titolo), tenendo le sedute di giunta nella sala consiliare trasformata in stanza da letto, stando sdraiato su un ampio lettone, attorniato dagli assessori scelti fra le figure professionali più umili del paese.

disonora il padre biagi

È infine interamente ambientato a Bologna per gli esterni lo sceneggiato televisivo in tre puntate, “Disonora il padre”, tratto dal romanzo autobiografico di Enzo Biagi, diretto e sceneggiato da Sandro Bolchi. A impersonare la storia drammatica di una famiglia contadina nei primi anni del fascismo sono gli attori Martine Brochard, Stefano Patrizi, Isa Miranda, Nino Pavese, Marco Tulli, Sergio Fiorentini, Miranda Campa, Dedy Savagnone, Renato Mori, Gianni Bonagura. Ernesto nasce a Pianaccio, sui monti dell’Appennino emiliano,figlio di un fascista della prima ora. Diventa uomo a Bologna, dove abbraccia la causa della Resistenza partigiana in un paese sconvolto dalla guerra. La sua vicenda lo vedrà giornalista del Resto del Carlino, amante e poi compagno di una donna più grande, anche lei antifascista. La storia è anche quella di un’Italia che cerca faticosamente di rialzarsi dopo un conflitto dalle ripercussioni economiche e sociali pesantissime.

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