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Diego Cajelli, da fumettista a rider: "Ma mi sento un privilegiato, ecco perché" - BergamoNews
L'intervista

Diego Cajelli, da fumettista a rider: “Ma mi sento un privilegiato, ecco perché”

La sua denuncia su Facebook ha fatto il giro del web, tra migliaia di condivisioni e centinaia di commenti

La sua denuncia su Facebook ha fatto il giro del web. Migliaia di condivisioni e centinaia di commenti per un post, diventato virale nell’arco di pochissimo tempo, che descrive con ironia tagliente come si diventa rider alla soglia dei 50 anni. Lui è Diego Cajelli, scrittore di talento, premio “Gran Guinigi” a Lucca Comics 2008 come Miglior Sceneggiatore di fumetti (uno che ha scritto albi di Dylan Dog, Diabolik e Zagor, ha curato “Lupo Alberto Magazine”, è stato conduttore radiofonico, cabarettista e autore di testi comici per Zelig). Ora fa il rider. Eppure, in un recente intervento radiofonico, si è definito “uno schifoso privilegiato”.

Perché?

Mi sono definito così perché so che farò il rider per un periodo limitato della mia vita. Perché è un mestiere onesto, pulito, che mi piace anche tanto fare, ma che farò solo per un periodo limitato. Ho già ricevuto proposte di lavoro – che ho accettato – la mia situazione è già cambiata. Lo faccio perché ho dato la mia disponibilità per un tot di tempo e mi sembrerebbe sbagliato dire ‘non lo faccio più’ in anticipo. Sono un privilegiato perché ho di nuovo la possibilità di fare il mio lavoro.

Nei giorni precedenti al post che ha fatto così tanto scalpore, avevi iniziato a pubblicare foto di locali chiusi per cessata attività con gli hashtag #andràtuttobene e #nonèandatotuttobene. Si percepiva un’amarezza, se non una rabbia di fondo. Quanto ha inciso la crisi economica e sanitaria?

Prima della crisi sanitaria stavo lavorando moltissimo con spettacoli ‘live’, spettacoli teatrali e cose di questo tipo. Lavoravo per delle accademie che facevano lezioni in presenza e, ovviamente, non essendo la scuola dell’obbligo… con le lezioni a distanza le iscrizioni sono crollate. Quindi sì: il Covid ha influito su quello che è il lavoro che stavo facendo. E al tempo stesso mi sono reso conto che lo storytelling di massa che viene fatto su questa cosa non è corretto: bisognerebbe parlare anche dei problemi delle persone che, per esempio, non vengono toccate dai ristori… come tutte quelle che hanno una Partita Iva come me, che ho sempre lavorato in ritenuta da diritto d’autore.

Da narratore sta vivendo questo nuovo lavoro come un’opportunità, anche per guardare Milano sotto una nuova prospettiva, soprattutto nel ritorno nei luoghi che non frequentava da anni. Com’è la città deserta?

Ho la possibilità di girare di notte in una città vuota. La cosa impressionante è che questa città è fredda e vuota: ci sono delle persone nelle case che aprono solo uno spiraglio della porta, quel tanto che basta per passare dentro la merce. Quello che mi colpisce di più è che sto vivendo un lato di Milano che non avevo mai visto: sembra una città post nucleare, post disastrata… questa cosa mi ha messo nelle condizioni di riflettere su me stesso perché viaggio e lo faccio sia con i chilometri che nella mia memoria. E allora ho visto me stesso in diverse situazioni, ho fatto pace con parte delle problematiche che avevo prima di salire in sella.

dylan dog cajelli

Passare da un ambiente “intellettuale” (anche se si è sempre definito un tamarro) a quello della bassa manovalanza: cosa l’ha colpito di più di questa esperienza lavorativa?

Non mi sono mai definito un intellettuale, e nemmeno un artista: mi sono sempre definito un creativo che viene da un quartiere di Milano difficile. Mi sono trovato a mio agio: ci sono i clienti simpatici e quelli meno, c’è chi ti dà la mancia e chi no, ma è nell’ordine delle cose. Per me il lavoro è nobile, qualunque lavoro sia. Basta che sia onesto, ma è nobile: non c’è una classe di cose più o meno accettabili anche perché ogni lavoro ha i suoi problemi, i suoi vantaggi e gli svantaggi. Ma i problemi sono sempre milioni. Il lavoro ha un’etica, e questa etica forse va raccontata bene.

“Faccio il rider perché mi pagano, poco, ma mi pagano sempre”. Uno dei problemi per gli autori e i creativi italiani, in ogni ambito, è la sottostima del valore del vostro lavoro. Il talento, e soprattutto la preparazione, sono sottovalutati (il mitologico “mio cugino lo farebbe pagare di meno” non è un luogo comune, ma una frase che in molti si sono sentiti rivolgere davvero). In base alla sua esperienza, esiste una prospettiva diversa?

Quello creativo, in Italia, è un lavoro che non viene assolutamente considerato tale, nonostante ci siano delle forze creative meravigliose. È la parte ‘produttiva’ – a parte chi sulla creatività ha costruito quello che potremmo definire il suo ‘core business’ – che non considera il nostro come un lavoro ‘reale’. C’è in giro tantissima improvvisazione e la prospettiva è quella del ‘lo fa meglio mio cugino/ mio cugino è in grado di farlo’ oppure ‘lo posso fare anche io’. Questa cosa non cambierà mai.

diabolik

Ha anche detto di essere “abituato a scelte economicamente sbagliate”. Ma tornerà a scrivere fumetti, vero?

Sì, tornerò a scrivere fumetti. Ci terrei a precisare che ho dovuto affrontarmi per poter tornare all’idea di scriverli. Era un territorio che in parte avevo abbandonato per spostarmi su un’altra parte creativa. Però, se non avessi passato delle notti in giro in motorino a pensarmi, mentre portavo le merci in giro, a riflettere su me stesso, su quelli che sono stati i miei errori, i problemi del mio carattere, gli errori che mi porto dietro, le difficoltà mie personali… se non avessi avuto quel tempo, quella stasi, quella sorta di vuoto cittadino con uno zaino sulle spalle probabilmente non sarei stato in grado di poter ricominciare. Ora so che posso di nuovo dare del mio meglio.

Faccio il rider perchè con un curriculum come il mio sono troppo qualificato per fare qualsiasi altra cosa.
Faccio il…

Pubblicato da Diego Diegozilla Cajelli su Facebook sabato 23 gennaio 2021

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