Al papa giovanni xxiii

Bergamo, “autolesionismo e tentati suicidi tra giovani: con la pandemia più 30%”

Le conseguenze psicologiche dell'emergenza Covid e l'analisi di Emi Bondi, direttore del Dipartimento di salute mentale dell'ospedale: "Il momento più critico in autunno, fino a 4 minori ricoverati in contemporanea"

Coincidenza o meno, il periodo più allarmante è stato tra ottobre, novembre e dicembre: quello della seconda ondata Covid e delle nuove restrizioni per contenere la pandemia. “In alcuni giorni siamo arrivati a ricoverare fino a quattro minori in contemporanea, tutti per atti di autolesionismo o tentativi di suicidio – fa sapere Emi Bondi, direttore del Dipartimento di salute mentale dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo -. Ci siamo chiesti cosa stesse succedendo”.

Determinare il nesso di causalità tra questi gesti e la pandemia non è un esercizio semplice, ma che il numero dei ricoveri sia in aumento è più di una sensazione. “Attorno al 30 per cento tra i giovanissimi – stima la dottoressa Bondi, che sul tema ha avuto una riunione con i colleghi della Neuropsichiatria infantile -. Per ora ci basiamo su impressioni cliniche, ma sicuramente proporremo degli studi. Oltre a constatare l’incremento dei ricoveri per gesti autolesivi, abbiamo notato anche un aumento dei disturbi legati al comportamento alimentare, in particolare nelle bimbe”.

Del resto, anche le fasce più giovani della popolazione hanno risentito dell’emergenza sanitaria. Molti hanno dovuto affrontare lutti, moltissimi hanno visto ridimensionata la propria vita sociale. Con reazioni evidentemente diverse. “Sono subentrate l’ansia, la paura di ammalarsi e quella di contagiare gli altri, l’isolamento prolungato e la conseguente mancanza di socialità – spiega l’esperta del Papa Giovanni -. Se gli uomini sono ‘animali sociali’, gli adolescenti lo sono in modo particolare. Vivere in gruppo a quell’età è fondamentale e contribuisce a formare la personalità. Più si riduce questa dimensione, più è facile creare situazioni di disagio”. E se i social network possono in qualche modo tenere ‘allacciati’ i rapporti, “sono pur sempre forme di scambio virtuali che non sostituiscono il contatto diretto”. Senza dimenticare l’importanza dell’attività fisica. “In questa fase della vita spesso legata a sport di gruppo e quindi alla socialità – osserva la dottoressa Bondi -. Un’importante valvola di sfogo venuta meno”.

Le variabili non mancano, nemmeno tra le mura di casa. “Condividere uno spazio ristretto può aumentare i legami in famiglia, ma anche i conflitti laddove ci sono situazioni critiche, innalzando il livello di tensione”, fa notare l’esperta. E intercettare il disagio, soprattutto tra i più giovani, non è sempre facile. “A differenza delle persone anziane, dove il tentativo di suicidio nasce all’interno di un vissuto depressivo, nel giovane può essere un gesto dettato dall’impulsività, spesso dovuto a rabbia e frustrazione. A volte non c’è nemmeno la reale intenzione di farla finita, ma di manifestare comunque in modo eclatante il proprio disagio”.

La maggiore impulsività nei giovani è un fattore anche biologico. “Nei maschi il cervello raggiunge la maturità completa attorno ai 24-25 anni, nelle ragazze tra i 20-21 – illustra la dottoressa Bondi -. Nelle fasi precedenti c’è un minor controllo della corteccia sulla parte limbica del cervello, quella degli impulsi e delle emozioni. Ecco perché nei giovani può facilmente prevalere l’aspetto emotivo a quello razionale”, nel bene e nel male.

 

Emi Bondi
Emi Bondi, direttore del Dipartimento di salute mentale del Papa Giovanni

 

Sul fenomeno dell’autolesionismo in età adolescenziale Bergamonews ha chiesto un parere a Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta che dirige la Fondazione Minotauro. “Ciò che cerchiamo di fare come professionisti è indagare il significato che il gesto assume per l’adolescente – evidenzia -. Oggi questi atti sono una modalità di lenire il dolore mentale che il vivere da soli chiusi in casa e in lockdown amplifica. Il tagliarsi, il provocarsi dolore fisico, diventa un modo per mettere a tacere il dolore della mente. Il taglio crea un segno visibile, per quanto assurdo possa sembrare è come se fosse una sorta di automedicazione del danno”.

Il consiglio della dottoressa Bondi è quello di non sottovalutare mai le situazioni. “A partire dai cambiamenti, nel carattere o nell’aspetto. L’errore più comune è quello di banalizzare dicendo che certi comportamenti sono tipici della gioventù o dell’adolescenza. Anche se sono periodi contraddistinti dall’instabilità emotiva, dietro possono esserci una patologia o un disagio che richiedono di essere presi in carico. Da adulti – continua – il nostro compito è quello di parlare ai ragazzi, infondendo loro sicurezza. Ma se abbiamo difficoltà a entrare in contatto con loro, o abbiamo la sensazione che qualcosa non torni, è bene proporre un supporto psicologico”. Altro aspetto importante è legato al mantenimento della familiarità e della condivisione: “Fare delle attività insieme può rivelarsi più efficace del cercare di intavolare discorsi difficili. A volte possono aiutare un gioco in famiglia, una corsa all’aria aperta o una cena preparata insieme”.

Del resto, se alcune situazioni vengono intercettate molte restano sommerse. “Quasi tutti i servizi di salute mentale hanno uno spazio dedicato ad intercettare persone giovani – precisa la dottoressa Bondi – ma a volte arrivano ad essere seguite anche dopo cinque, sei o sette anni dall’insorgere della malattia. Questo perché si tende a sottovalutare molto il disagio, si provano paura e imbarazzo nell’ammettere che c’è bisogno di supporto psicologico o psichiatrico, o resistono forti pregiudizi nei confronti delle terapia farmacologiche psichiatriche. Ma come ci occupiamo degli altri organi del corpo dobbiamo pensare anche alla salute del cervello, in questo momento forse il più stressato”.

Anche per quanto riguarda la popolazione anziana (l’altra fascia più esposta, secondo la letteratura scientifica) i sanitari del Papa Giovanni hanno riscontrato un aumento dei tentativi di suicidio. In questo caso – fanno sapere – tra gli over 65 la percentuale è salita del 40% rispetto allo scorso anno. “Durante il lockdown abbiamo registrato una contrazione degli accessi in pronto soccorso in psichiatria, legato al fatto che la gente aveva talmente paura che non usciva di casa e nemmeno si curava – racconta la dottoressa Bondi -. Ma dopo la riapertura i casi più gravi erano proprio tentati suicidi. Ricordo l’arrivo di una signora anziana, malata e rimasta sola dopo aver perso il marito a causa del Covid. Vicende umane molto difficili, sulle quali hanno pesato lutti familiari e solitudine”. Un altro dato rilevante è rappresentato da un 40% di nuovi accessi per tentativi di suicidio definiti ‘non noti’, ovvero di persone che non erano mai state seguite in precedenza dall’ospedale.

Ma questi dati stupiscono fino ad un certo punto. “Tutte le situazioni di grave crisi sociale ed economica hanno visto un incremento di questi fenomeni, dalla crisi del ’29 a quelle del 2009 e del 2011 – fa presente la dottoressa Bondi -. Questo si verifica anche durante le emergenze sanitarie. Penso agli anni dell’esplosione dell’Hiv, o in maniera più limitata della Sars, quando nei soggetti più fragili aumenta la sensazione di pericolo o la paura di ammalarsi”.

Quella che stiamo attraversando è una sorta di “tempesta perfetta”, così la definisce. “Da un lato la crisi economica è dilagante e interessa molti settori della popolazione, dall’altro c’è lo spettro della pandemia”, con tutto ciò che ne può conseguire a livello psicologico. “Non a caso – conclude la dottoressa Bondi – uno dei nostri ultimi studi ha evidenziato che una significativa percentuale di pazienti ha sviluppato sintomi psichici dopo avere affrontato la malattia”. Si tratta dello studio ‘Surviving Covid-19’, condotto da un team di esperti su 1.562 pazienti dimessi dal Papa Giovanni tra febbraio e settembre: a tre mesi e mezzo dal ricovero in ospedale, nel 30% è stata riscontrata una sindrome post-traumatica da stress, nell’11% ansietà e nel 4,5% depressione, segno di come anche l’impatto psicologico sia stato pesante. Anche se – sottolineano dall’ospedale di Bergamo – la stragrande maggioranza di loro mostra risorse personali sufficienti a reagire.

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