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Un quasi kolossal, il "Gesù" di Zeffirelli, e uno strepitoso "Ligabue": è il 1977 - BergamoNews

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Un quasi kolossal, il “Gesù” di Zeffirelli, e uno strepitoso “Ligabue”: è il 1977

La co-produzione italo-inglese del "Gesù di Nazareth" si avvaleva di un cast di alto livello formato tutto da star internazionali, come Robert Powell nella parte di Gesù, Olivia Hussey in quella di Maria e con attori del calibro di Laurence Olivier, Christopher Plummer, Anthony Quinn, Peter Ustinov

Siamo ancora nel 1977. “Sacco e Vanzetti” è uno sceneggiato in due puntate diretto da Giacomo Colli, scene di Pino Valenti: ricostruisce la tragedia dei due anarchici italiani Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, morti sulla sedia elettrica a Boston (Usa) nel 1927, per un duplice omicidio che non avevano commesso. Interpreti principali erano: Achille Millo (Sacco), Franco Graziosi (Vanzetti), Andrea Checchi (il procuratore), Mario Ferrari (il giudice), Giuseppe Pagliarini (l’avvocato), Stefano Varriale (il presidente del comitato), Enrico Glori. Il lavoro è la versione italiana di “The Sacco-Vanzetti Story”, originale televisivo scritto da Reginald Rose nel 1960 per il ciclo Sunday Showcase della NBC, interpretato da Martin Balsam e Steven Hill con la regia di Sidney Lumet. Il testo americano fu tradotto e adattato da Mario Fratti.

Ferdinando Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti sono stati due attivisti e anarchici italiani. Sacco di professione faceva l’operaio in una fabbrica di scarpe. Vanzetti, invece, dopo aver a lungo girovagato negli Stati Uniti d’America facendo molti lavori diversi, rilevò da un italiano un carretto per la vendita del pesce; ma fece questo lavoro per pochi mesi. I due furono arrestati, processati e condannati a morte con l’accusa di omicidio di un contabile e di una guardia del calzaturificio. Sulla loro colpevolezza vi furono molti dubbi già all’epoca del loro processo; a nulla valse la confessione del detenuto portoghese Celestino Madeiros, che li scagionava. I due furono giustiziati sulla sedia elettrica il 23 agosto 1927 nel penitenziario di Charlestown.

La RAI aveva realizzato Sacco e Vanzetti nei propri studi di Napoli nella primavera 1964, ma lo trasmise soltanto 13 anni più tardi: infatti, dopo averlo annunciato per il gennaio 1965 e in altre tre occasioni, lo mandò in onda per la prima volta giovedì 10 e venerdì 11 marzo 1977 sul Secondo Canale. Il regista dichiarò al settimanale Radiocorriere che lo sceneggiato era stato bloccato “per ragioni di opportunità politica ad alto livello e, credo, per certe pressioni dell’ambasciata americana”. Intanto però varie cose erano accadute, sia riguardo alla vicenda dei due anarchici sia riguardo allo sceneggiato: nel 1971 era uscito, ottenendo consensi in tutto il mondo, il film di Giuliano Montaldo Sacco e Vanzetti, che aveva contribuito alla riabilitazione dei due martiri, poi proclamata ufficialmente da Michael Dukakis, governatore del Massachusetts, il 23 agosto dello stesso anno, 50º anniversario dell’esecuzione dei due innocenti. A rendere “datata” la pur inedita produzione contribuirono anche altre circostanze: alcuni degli interpreti (Checchi, Ferrari, Glori) erano morti da anni, e le due puntate, girate in bianco e nero, andarono in onda quando la RAI aveva iniziato regolari trasmissioni a colori.

Gesù di Nazareth”, lo sceneggiato televisivo diretto da Franco Zeffirelli, oggi potrebbe essere definito un kolossal, in quanto vi viene fatto ampio ricorso a scene di massa con un numero notevole di comparse, nonché vi è un equilibrio di genere più cinematografico che televisivo in termini di riprese in interni ed in esterni. È una delle più spettacolari produzioni televisive degli anni Settanta, nella quale viene narrata la vita di Gesù Cristo secondo i Vangeli ed i canoni tradizionali, con integrazioni e rimandi ad episodi tratti dai Vangeli apocrifi. Un ritratto che parte dalla nascita, attraversa la gioventù, il battesimo e i miracoli, per culminare con la morte e la resurrezione.

La sceneggiatura fu realizzata, in sole quattro settimane, da Franco Zeffirelli, Suso Cecchi D’Amico, David Butler, lo scrittore cattolico Anthony Burgess e con la consulenza storico-teologica di monsignor Pietro Rossano. Tutto questo determinò un racconto capace di coniugare la fede alla storia e alla tecnica cinematografica. La co-produzione italo-inglese, si avvaleva di un cast di alto livello formato tutto da star internazionali, come Robert Powell nella parte di Gesù, Olivia Hussey in quella di Maria e con attori del calibro di Laurence Olivier, Christopher Plummer, Anthony Quinn, Peter Ustinov, Michael York, Olivia Hussey, Claudia Cardinale, Rod Steiger, Fernando Rey, Ernest Borgnine, James Farentino, James Earl Jones.

Grazie a questa importante opera di Zeffirelli, larga parte dei telespettatori ha dato un volto a Gesù e ha conosciuto meglio il Vangelo, permettendo anche ai laici di apprenderne alcuni aspetti magari più noti ai soli credenti. Il suo “Gesù di Nazareth” ha anche un altro tratto caratteristico, fondamentale nella storia della televisione, perché possiamo definirlo un ante litteram delle serie tv, in quanto c’era stata una grande novità nel format, un’evoluzione: non più semplicemente uno sceneggiato, ma quello che oggi definiremmo una serie televisiva. Allora il termine poteva sembrare dispregiativo, oggi è la forma televisiva più celebrata.

Cosa vediamo soprattutto in “Gesù di Nazareth”? Vediamo che il modo con cui Zeffirelli racconta il sacro, racconta Gesù, è la bellezza: Gesù di Nazareth è bello, Robert Powell è bello, tutti i personaggi sono belli. Qualcuno ha criticato questo approccio parlando di “fumettone”, parlando di approccio eccessivamente estetizzante. In realtà, c’era una concezione spirituale dietro all’umanizzazione di Cristo.

In onda dal 27 marzo in cinque episodi: “La natività”, “L’avvento del figlio dell’uomo”, “La scelta degli Apostoli”, “La predicazione”, “La passione e la morte”.

Nel 1879 lo scrittore francese Albert Robida scrisse il romanzo fantascientifico-avventuroso “Viaggi straordinarissimi di Saturnino Farandola”, forse ispirandosi ad altri lavori del coevo Jules Verne. “Saturnino Farandola” è lo sceneggiato che intendeva quindi rivisitare il maestro Jules Verne per il pubblico più giovane. Adattato per lo schermo da Raffaele Meloni assieme a Norman Mozzato, è stato totalmente girato in studio, nonostante racconti di avventure in cielo terra e acqua, che si consumano nei luoghi più disparati ed esotici del nostro pianeta. La scenografia è molto stilizzata, al punto che vengono spesso usate sagome per rappresentare alberi, barche, cammelli e anche figure umane. Tutto in un impianto rigorosamente in bianco e nero.

Fu trasmesso sul Secondo Canale a partire dal 7 aprile fino al 4 gennaio 1978, all’interno della Tv dei Ragazzi. Anzi, più precisamente all’interno del contenitore “Il dirigibile” condotto da Mal e Maria Giovanna Elmi. Ogni puntata inizia con il pubblico che aspetta nella saletta cinematografica “Lumiere” del 1896: abbiamo la Signora Impaziente, il Signore con la Bombetta, la Signora Emozionata, il Signore Informatissimo, la Signora Romantica, il Signore Ironico, la Signora Curiosa e così via.

Il napoletano Mariano Rigillo, qui con una “r” moscia alla francese posticcia, caratterizza in modo simpatico e gradevole il marinaio Saturnino. Canta pure e con lui lo fanno anche gli altri protagonisti dello sceneggiato diretto da Raffaele Meloni: Franco Angrisano (l’imbonitore), Emilio Marchesini (Mandibola), Attilio Cucari (Bora-Bora, il capo dei pirati), Daria Nicolodi (Bumbaja, il braccio destro di Bora Bora), Silvio Anselmo (Capitan Lombrico), Giovanni Poggiali, Donatina De Carolis, Bonnie Foy, Claudia Lawrence e Flavio Colombaioni che interpreta Saturnino da piccolo. Da ricordare anche la bella sigla di testa animata, realizzata da Stelio Passa e le musiche di Ettore De Carolis.

Tratto dai “Racconti” di Gianni Stuparich, lo sceneggiato “Un anno di scuola” racconta una storia, ambientata nel 1909, durante l’ultimo anno, l’ottavo, di una classe di un liceo ginnasio maschile di Trieste nella quale veniva inserita, dopo aver puntigliosamente sostenuto un apposito esame di ammissione, una ragazza, Edda Marty. La giovane protagonista mostrava una personalità inconsueta per l’epoca, convinta che quel passo coraggioso le avrebbe garantito maggior rispetto e fornito migliori possibilità di trovare in futuro un lavoro indipendente. Già pervasa da una maturità da donna, Edda aveva una personalità complessa e anticonformista, decisa ma capace di scoprirsi sentimentale. Il suo arrivo nel liceo maschile veniva narrato come una specie di acceleratore di eventi, uno scatenatore di passioni, amori che il suo fascino naturale evocava inevitabilmente in moltissimi dei suoi compagni. La fine di quell’anno di scuola che li avrebbe accompagnati alla soglia della vita adulta, celebrata dagli esami, li avrebbe tutti indelebilmente trasformati, trovandosi ormai ciascuno di essi ad un passo dalle proprie scelte di vita. Il racconto si fermava su quel confine sociale ed interiore, lasciando al tempo il duro compito di far pesare sui protagonisti la distanza dai fatti e fargli dimenticare sia i momenti di gioia spensierata che i dolorosi dispiaceri vissuti. La regia è di Franco Giraldi e nel cast recitano, oltre allo stesso regista, Laura Lenzi, Stefano Patrizi, Giovanni Visentin, Mario Adorf, Juliette Mayniel e Margherita Guzzinanti.

Domenica 23 gennaio, sulla Rete Uno, andava in onda la prima delle tre puntate dello sceneggiato “Un delitto per bene”. Sceneggiatura e regia di Giacomo Battiato. Tra i protagonisti: Claudio Cassinelli (Michele Cattaneo), Renato Scarpa (l’avvocato Grimaldi), Corrado Gaipa (Guido Cattaneo), Carlo Sabatini (Antonio Costa), Anna Maria Gherardi (Francesca Cattaneo), Valeria D’Obici (la baby-sitter), Lara Pavone (Betta Cattaneo), Maurizio Schmidt (Maurizio Cattaneo), Marisa Rossi (la portinaia), Sonia Gessner (l’infermiera), Barbara Nay (Sandra Weiss), Anna Miserocchi (Lia Weiss).

ligabue sceneggiato

Un medico milanese, Michele Cattaneo, è chiamato d’urgenza in casa di Sandra Weiss, sua assistente in ospedale. La trova in preda ad una grave crisi respiratoria dovuta ad una forma allergica. Il medico interviene, ma la mattina seguente la ragazza è trovata morta. La polizia risale al medico, trovandolo ricoverato in una clinica privata in stato di choc e colto da una strana amnesia: non ricorda nulla di quella notte. In seguito alle indagini, si scopre che Michele e Sandra erano legati da una storia di passione all’insaputa della moglie del dottore, Francesca. Non solo, si scopre pure che Michele stava passando una crisi sul lavoro che lo aveva portato a incrinare il suo equilibrio psichico. Contro di lui è emesso un mandato di cattura, mentre il padre, Guido, prepara la difesa del figlio insieme al suo avvocato. Infatti, si tratta di stabilire se la morte della ragazza è dovuta ad un incidente o se il dottore l’abbia uccisa volontariamente…

Gli sceneggiati degli anni Settanta avevano man mano abbandonato le ambizioni educative tipiche della televisione del decennio precedente e cercavano di andare incontro alle esigenze di una platea divenuta a poco a poco meno ingenua. Il confronto con il linguaggio del cinema aveva reso sempre più difficile proporre trasposizioni filmate in interni di studio allestiti con buona volontà, con scene quasi fisse e sequenze montate in modo minimale. Era giunto il momento di prendere spunto dal grande schermo e attualizzare le riduzioni televisive, sperimentando nuovi generi e contaminandoli. Era così iniziata la stagione degli sceneggiati del mistero e della fantascienza, destinata a segnare l’immaginario di un’intera generazione di telespettatori. Gli intrecci erano tratti da testi famosi del genere, oppure erano basati su un’idea “fantastica” inserita in un contesto spionistico, drammatico, poliziesco oppure sentimentale come, per esempio, “Il segno del comando” (1971) e “A come Andromeda” (1972).

Il Fauno di marmo“, la rivisitazione dell’omonimo romanzo di Nathaniel Hawthorne (The Marble Faun), realizzata da Silverio Blasi, si inserisce in questo quadro, provando a rinverdire i fasti delle fiction-mistery precedenti, facendo leva su due filoni ben esplorati dagli sceneggiati del periodo, la trasposizione del romanzo d’autore e il thriller fantastico.

Nella Roma degli anni Settanta, Kenyon (Orso Maria Guerrini), uno scultore americano, cerca di tradurre un misterioso diario ottocentesco. Le pagine ricostruiscono le vicende di quattro amici, e in essi si rispecchiano Keynon, la giovane ed ingenua artista americana Hilda, la misteriosa pittrice Miriam, e il giovane Donatello. Questi ha un carattere sereno e spensierato, ed assomiglia alla statua del “Fauno” di Prassitele (conosciuta anche come “Il satiro in riposo”): è il primo accenno al tema della reincarnazione, tema che diverrà dominante nello svolgimento dei fatti. La figura di un uomo ammantato di nero appare a Miriam nel corso della visita alle catacombe di San Callisto; L’uomo comincia a perseguitarla. Tra sogni ricorrenti e presenze reali, gli amici si trovano a fare i conti con Il Persecutore, una minaccia che viene dal passato.

Lo sceneggiato, suddiviso in tre puntate, fu trasmesso dalla Rete 2 (l’odierna Rai 2) nella prima serata dal 28 settembre al 12 ottobre. Nel cast, oltre al citato Guerrini, Marina Malfatti, Consuelo Ferrara, Donato Placido, Giorgio Bonora, Angelo Pellegrino. Le musiche che accompagnano la storia sono di Stelvio Cipriani e la canzone della sigla “Un sogno a metà” è cantata da Lando Fiorini.

Va in onda, dal 22 novembre in tre puntate, una tra le migliori produzioni televisive realizzate negli anni Settanta, “Ligabue” lo sceneggiato sulla vita del noto pittore naif. È diretto dall’esperto Salvatore Nocita e si caratterizza per essere una ricostruzione della vita del pittore e soprattutto del suo mondo, fatta con molta cura per la caratterizzazione psicologica (complessa) del personaggio.

Ottimo il cast con un grande Flavio Bucci nei panni del protagonista. Bella la ricostruzione ambientale. Ligabue, che era di origine svizzera, fu espulso dal paese elvetico come indesiderabile disturbatore della quiete pubblica. Dal 1919 visse in un capanno a Gualtieri, in provincia di Reggio Emilia. Viveva ai margini, quasi come un selvaggio e per sopravvivere scambiava i suoi quadri per un piatto di minestra o per un capo di vestiario. Egli non immaginava certo di diventare famoso, così come lo divenne lo sceneggiato a lui dedicato. Il successo fu tale che perfino le valutazioni dei suoi quadri subirono un balzo improvviso verso l’alto.

Fra gli altri interpreti figurano anche Pamela Villoresi, Renzo Palmer Andréa Ferréol, Giuseppe Pambieri e Alessandro Haber. Lo sceneggiato è stato anche presentato, in una versione cinematografica più corta, al Festival di Montréal, dove ha conseguito due premi (il Gran Premio delle Americhe e il Premio alla migliore interpretazione maschile).

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