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Un patentino d’immunità per i vaccinati? "Tante incognite e aspetti etici da valutare” - BergamoNews
Il dibattito

Un patentino d’immunità per i vaccinati? “Tante incognite e aspetti etici da valutare”

Abbiamo chiesto al dottor Stefano Fagiuoli e al dottor Guido Marinoni un parere sull'argomento

Con la somministrazione delle prime dosi di vaccino anti-Covid sta tornando a circolare la possibile introduzione di una “patente d’immunità” per chi ha effettuato la vaccinazione. Se ne era già parlato nei mesi scorsi, tra la primavera e l’estate, in relazione ai test sierologici, mentre ora il concetto è stato riformulato facendo riferimento a una sorta di “passaporto vaccinale”.

Da più parti è stato indicato che questo strumento potrebbe agevolare la riapertura di molte attività che al momento sono chiuse al pubblico, come bar e ristoranti, cinema e teatri, palestre e piscine, ma la reale applicazione non è così facile. A rilevarlo è il dottor Stefano Fagiuoli, direttore del dipartimento di medicina all’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, che, interpellato sull’utilità di questo patentino, osserva: “Al momento non ci sono gli elementi per dare una risposta tranchant a questa domanda che ha implicazioni molto più sottili rispetto al semplice rilascio di una patente. Provo a spiegarmi meglio: ci sono alcune informazioni che non abbiamo solo perché è fisicamente impossibile avere, per esempio, la più lunga osservazione di risposta al vaccino per forza di cose non arriva ai sei/nove mesi, cioè da quando è cominciata la sperimentazione. Non è un limite qualitativo perché solamente il tempo può dare quella risposta e non è ancora trascorso. È chiaro, quindi, che se non sappiamo quanto duri la protezione e che caratteristiche abbia, è complicato dare un patentino… Gli interrogativi ancora senza risposta sono parecchi: quanto tempo durerebbe? E sarebbe uguale per tutti? Per averlo bisogna rinnovarlo come avviene per la patente di guida ma anziché ogni cinque anni si rispetta una cadenza di tre, sei o dodici mesi? Purtroppo non abbiamo ancora queste informazioni”.

Ma va considerato anche un altro aspetto. Il dottor Fagiuoli prosegue: “Dobbiamo ancora definire quali siano i livelli di efficacia della vaccinazione sul campo. Dagli studi sperimentali emerge un profilo di sicurezza e di efficacia ma sul campo c’è un maggior numero di pazienti e fra loro c’è chi tende ad avere una risposta bassa o nulla e chi per qualsiasi motivo non riceve la seconda dose oppure non può essere vaccinato per motivazioni mediche o altre particolari ragioni. Il dato che conta per la popolazione, comunque, è quale sia la vera efficacia per capire come comportarsi. E anche questa è un’informazione che per definizione non abbiamo perché le vaccinazioni sono cominciate da poche settimane. Su questi aspetti abbiamo solo delle stime ma è complicato”.

C’è, poi, un altro interrogativo cruciale. Il dottor Fagiuoli aggiunge: “Una terza domanda che non fa che rimarcare la mancanza di informazioni precise sul fatto che questi vaccini siano sempre in grado di prevenire la malattia, l’infezione o addirittura la trasmissione del virus. E su questo ultimo punto abbiamo meno informazioni. Infine potrebbero esserci piccole o grandi differenze tra le varie formulazioni dei vaccini, pertanto quando verrebbe rilasciata la patente d’immunità? Dopo che una persona si è sottoposta a tutti e due i richiami oppure quando è stata documentata una risposta? E in questo caso la tempistica è diversa tra le varie formulazioni. E poi la durata di copertura delle diverse tipologie di vaccino è uguale tra le differenti tipologie? Anche questo dato ci manca: ancora non sappiamo quanto duri l’immunità prodotta dal vaccino. Non ho la pretesa di sapere l’assoluto perchè in medicina non sarà mai possibile, ma avere un’idea di quanto duri la copertura sarebbe fondamentale. Per esempio il vaccino antinfluenzale ogni anno deve essere riaggiornato perché il virus muta, mentre non si sa se quello anti-Covid vada aggiornato oppure la risposta duri per sempre”.

Il dottor Fagiuoli, poi, si sofferma su alcuni aspetti etici e legali: “Come gestiamo i pazienti che non possono essere vaccinati per motivi medici o quelli che per questioni organizzative riceveranno il vaccino fra sei mesi? A loro in qualche modo verrebbe preclusa la possibilità di beneficiare del patentino e ci sarebbero parecchie implicazioni. Per esempio, se venisse stabilito che possa utilizzare gli autobus o i treni solo chi è in possesso del patentino d’immunità, significherebbe che chi ne è sprovvisto non può viaggiare. In altre parole, il paziente che farà la vaccinazione il 10 ottobre avrà diritti o opportunità inferiori rispetto alle persone che si vaccineranno settimana prossima. Sono questioni non banali, dopodichè vi sono gli aspetti pratici: certamente in questo momento è molto meglio avere un autobus pieno di gente vaccinata piuttosto che di persone non vaccinate. Bisognerebbe chiedersi, allora, se anzichè una patente vera e propria non possa essere utile una sorta di norma transitoria che consideri solamente l’ambito socio-economico, finalizzata a far ripartire alcuni settori e attività: bisogna rendersi conto, però, di cosa significhi dal punto di vista delle sperequazioni sociali… ci sarebbe chi potrebbe andare al ristorante e chi non vi potrebbe entrare, magari per un problema di salute o per la tempistica delle vaccinazioni. Inoltre, un imprenditore che ha un ristorante ed è vaccinato potrebbe aprire e assumere collaboratori vaccinati, mentre chi ha la stessa attività commerciale ma verrà vaccinato a settembre non potrà farlo fino a quel momento. Ritengo che dobbiamo stare attenti a non creare inasprimenti e dissapori di cui non abbiamo bisogno”.

Anche il dottor Guido Marinoni, presidente dell’Ordine dei Medici di Bergamo, interpellato sull’utilità di una patente d’immunità, osserva che tutto dipende dall’uso che se ne farebbe. “Ogni persona che viene vaccinata – afferma – dovrà avere un certificato che ne attesti l’esecuzione, ma questo avviene già per qualsiasi vaccinazione: viene registrata e ognuno di noi può scaricare dal suo fascicolo sanitario elettronico tutte quelle che ha effettuato. Stabilire a cosa serva essere vaccinato e a cosa consenta di accedere o meno, però, è un altro discorso e penso che richieda dei ragionamenti legati innanzitutto all’estensione del numero dei vaccinati, quindi alle attività che possono essere svolte oppure no. Inoltre bisogna tener conto del fatto che sappiamo che è altamente improbabile che una persona vaccinata possa ammalarsi gravemente ma non conosciamo fino a che punto non possa essere – seppur in misura minore – veicolo di contagio, quindi risulta difficile stabilire cosa possa fare o meno una persona vaccinata e chi non lo è. Secondo me ci sono professioni come quelle in ambito sanitario in cui la vaccinazione dovrebbe essere richiesta ma sono anche convinto che il percorso passi attraverso la persuasione prima di parlare di obbligatorietà. Un obbligo, poi, può essere introdotto esclusivamente con una norma di legge: è un problema giuridico e bisogna leggere la Costituzione. Un trattamento sanitario può essere obbligatorio solo a condizioni molto particolari e comunque solo con una previsione di legge. Quindi la scelta di disporre l’obbligatorietà per tutti o per alcune categorie di persone passa attraverso un intervento del legislatore prima ancora che tramite una sorta di passaporto che altro non è che la certificazione che ci viene rilasciata quando ci siamo sottoposti a una vaccinazione”.

“Prima di sviluppare qualsiasi ragionamento sulla riapertura delle attività – conclude il dottor Marinoni – comunque bisogna avere i vaccini e farli. Per introdurre l’obbligo, infine, come dicevo, è necessaria l’approvazione di una legge ma auspico che prima si provi a convincere le persone e qualora questo tentativo fallisca si valuti di porre l’obbligatorietà. Si tratta di informare, spiegare e non dire cose confuse: non penso che sia una missione impossibile, sono convinto che se avremo vaccini a sufficienza e ci organizzeremo bene ci riusciremo”.

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