La peste del 1348, la "Morte nera" che fa da sfondo al Decameron del Boccaccio - BergamoNews
Storia delle epidemie - 8

La peste del 1348, la “Morte nera” che fa da sfondo al Decameron del Boccaccio

Non ci sono dati precisi sul numero di morti, ma secondo ricostruzioni si ritiene che l’epidemia, esauritasi dopo sette anni nel 1353, possa aver ucciso più di un terzo della popolazione europea, quindi circa 20 milioni di persone.

L’epidemia della metà del Trecento è nota anche con l’epiteto di “Morte nera” (dal latino mors nigra). Fu chiamata così perché la malattia produceva macchie nere sulla pelle, chiamate carbonchi, che sono versamenti sottocutanei di sangue che potevano essere molto grandi; uscivano anche gonfiori chiamati bubboni o tumori ghiandolari, da cui deriva l’altro suo nome di peste bubbonica. Il termine venne utilizzato per la prima volta nel 1350 da Simon de Covino (o Couvin), astronomo belga autore del “De judicio Solis in convivio Saturni”, un componimento in cui ipotizzò che il morbo fosse l’esito di una congiunzione tra Saturno e Giove : “Cum rex finisset oracula judiciorum. Mors nigra surrexit, et gentes reddidit illi.” (Quando il re mise fine agli oracoli del giudizio, nacque la Morte Nera e le nazioni si arresero ad essa).

L’epidemia venne chiamata “Morte nera” anche nella “Rerum Danicarum Historia” dello storico fiammingo Johannes Isacius Pontanus, edita nel 1631, anche se in tal caso l’espressione venne resa in latino con atra mors: “Vulgo e ab effectu atram mortem vocitabant”. (Comunemente e per i suoi effetti, l’hanno definita la morte nera).

Come già visto nei precedenti capitoli, menzionando alcuni grandi classici della letteratura occidentale o testimonianze di storici contemporanei, anche la peste del Trecento è un luogo letterario che compare sotto diversi aspetti: come resoconto di uno storico, come ammonimento all’uomo a non lasciarsi sopraffare dalla paura della morte, come segno della fragilità dell’uomo e metafora del male di vivere e di molto altro ancora. In tutta la penisola italiana e più particolarmente in quelle regioni in cui si andava creando o erano già solidamente stabilite delle comunità rette da oligarchie mercantili i cronisti, particolarmente prolifici, hanno registrato e raccontato i terribili giorni della peste nera.

Autori come il lucchese Giovanni Sercambi, il senese Agnolo di Tura o ancora i fiorentini Matteo Villani, fratello del più celebre Giovanni, Marchionne di Coppo Stefani e Donato Velluti hanno riportato, talvolta con descrizioni lunghe, dettagliate e cariche di pathos i tristi giorni del 1348. Si pensi ad esempio alla “Cronaca senese” di Agnolo di Tura che racconta nei particolari l’arrivo della peste e la sua diffusione, aggiungendo alla dimensione universale del flagello la testimonianza della propria esperienza personale: “E io Agnolo di Tura detto il grasso, sotterrai cinque miei figliuoli co’ le mie mani; e anco fuoro di quelli che furono si mal cuperti di terra, che li cani ne trainavano e mangiavano di molti corpi, per la città”. “…Non è possibile a lingua umana a contare la oribile cosa, che ben si può dire beato a chi tanta oribilità non vidde. E morivano quasi di subito, e infiavano sotto il ditello e l’anguinaia e favellando cadevano morti”.

Quando si parla della peste del 1348 non si può non evocare Giovanni Boccaccio, che nelle pagine introduttive alla prima Giornata del “Decameron” (Dieci giorni, deka emeron in greco), racconta a suo modo la pandemia. Boccaccio è a Firenze nel 1348, anno in cui imperversa il flagello. Giovanni perde tra gli amici Matteo Frescobaldi, Giovanni Villani e Franceschino degli Albizzi. Lutti dolorosi investono anche la stretta cerchia famigliare, con la scomparsa del padre e della matrigna, in seguito alla quale Boccaccio eredita l’intero patrimonio parentale e ne assume la gestione assieme alla tutela del fratello minore. Evento storico di tragica rilevanza e punto di snodo nella biografia boccacciana, per l’adozione forzata delle piene responsabilità famigliari, la peste ritorna nelle pagine iniziali del Decameron: l’“orrido cominciamento” diventa il motore capace di innescare l’azione del racconto, che incornicia le cento novelle del libro. La finzione vuole che dieci giovani, sette donne e tre uomini, incontratisi nella chiesa di santa Maria Novella durante l’imperversare del morbo, decidano di allontanarsi da Firenze e di attendere in campagna l’estinguersi dell’epidemia, dilettandosi con giochi, danze e racconti.

Lo scenario della terribile pestilenza che egli ci fornisce, è percorso da un senso di attonito sbigottimento per il violento e rapido propagarsi della malattia, che è causa non solo di morte ma di disgregazione del tessuto sociale della città, di ricerca di illeciti guadagni, di scomparsa degli affetti più solidi, poiché “li padri e le madri i figliuoli, quasi loro non fossero, di visitare e di servire schifavano”. Il comune denominatore alle efferatezze presentate da Boccaccio, con il rigore del cronista e la partecipazione del testimone oculare, è indicato nell’infrazione delle leggi naturali e sociali. Firenze, afflitta dal morbo, conosce un abbruttimento degli esseri umani, che per timore del contagio disdegnano di soccorrere, come nel brano qui sopra riportato, anche i parenti più prossimi, figli inclusi. Alla rottura dei vincoli famigliari si associa il sovvertimento dell’ordine morale e religioso, con la dissacrazione del culto dei morti e l’instaurarsi di regimi di vita dissoluta.

Di questo flagello, Boccaccio lascia insoluto il dubbio circa la causa: punizione divina per i peccati degli uomini o maligni influssi astrali? Scrive infatti: “…pervenne la mortifera pestilenza: la quale, per operazion de’ corpi superiori o per le nostre inique opere da giusta ira di Dio a nostra correzione mandata sopra i mortali, alquanti anni davanti nelle parti orientali incominciata, quelle d’inumerabile quantità de’ viventi avendo private, senza ristare d’un luogo in uno altro continuandosi, verso l’Occidente miserabilmente s’era ampliata”.

In realtà, “l’orrido cominciamento” è solo l’inizio dell’iter narrativo, impervio all’inizio come la scalata di una “montagna aspra”, ma poi estremamente piacevole quando si arriva sul pianoro. L’allontanamento dalla città dei giovani fiorentini per evitare il contagio è il pretesto narrativo che muove la storia ma, al tempo stesso, rappresenta anche il riaffermare la speranza di poter ricostruire quel senso di comunità sociale fondata su valori condivisi e riaffermare il prevalere della vita, nelle sue molteplici potenzialità espressive, sul senso di morte fisica e di oscuramento della ragione. Ė una visione di tipo laico e terreno che, per certi aspetti, anticipa l’atteggiamento dell’Umanesimo di fronte alla vita, specie nell’abbandonarsi alla piacevolezza del vivere per contrastare e accettare la sofferenza e il dolore.

Sempre Boccaccio scrisse che “non altramenti si curava degli uomini che morivano, che ora si curerebbe di capre”. Alcuni si nascondevano in casa, mentre altri rifiutavano di riconoscere la minaccia e ritenevano che l’unica soluzione fosse “il bere assai e il godere e l’andar cantando attorno e sollazzando e il sodisfare d’ogni cosa all’appetito che si potesse, e di ciò che avveniva ridersi e beffarsi”.

In quegli anni, il compito di proteggere dalla peste era assegnato alla Vergine e a San Sebastiano (le ferite delle frecce scagliategli contro durante il suo martirio corrispondevano per analogia ai segni sul corpo dei malati). Nondimeno la Chiesa nel Trecento uscì dalla peste più ricca in beni materiali lasciati dai morenti per assicurarsi il paradiso, ma meno popolare di prima. Incapace di dare una risposta più convincente che non fosse il solito castigo divino, non sempre era stata vicina al suo gregge nel momento della necessità. La peste nera causò la crisi delle concezione medievale di uomo e di universo, scuotendo le certezze della fede.

Dal punto di vista medico veniva ritenuto plausibile che l’aria potesse favorire il trasferimento dell’infezione, in quanto dopo aver attaccato un’area e portato la morte, l’aria poteva circolare e portarsi in una regione adiacente. L’idea della infezione dell’atmosfera era già stata formulata da Galeno: ciò che è stupefacente è che nessun medico medievale aveva potuto formulare una ipotesi (più) logica per la spiegazione della Morte Nera, che avrebbe potuto interferire o contraddire la teoria della atmosfera avvelenata.

Secondo il medico bolognese Tommaso Del Garbo, testimone oculare dell’epidemia, il primo e più sicuro rimedio era quello di fuggire dal luogo in cui infestava la pestilenza, e recarsi in un luogo dove l’aria “fosse più sana”. A coloro che rimanevano in città, soprattutto preti, medici e notai, veniva consigliato prima di entrare in camera del malato di aprire porte e finestre in modo da far cambiare l’aria: “è ‘l lor alito velenoso, per mezzo del quale l’ aria della camera diventa putrida e infetta”. Inoltre veniva loro consigliato di lavarsi le mani, il naso, la faccia e la bocca con aceto ed acqua rosata e tenere in bocca due granelli di garofani. Non bisognava avvicinarsi all’ammalato per evitare il contagio.

Non ci sono ovviamente dati precisi sul numero di morti, ma secondo ricostruzioni e rapporti giunti fino ai giorni nostri si ritiene l’epidemia di peste, esauritasi dopo sette anni nel 1353, possa aver ucciso più di un terzo della popolazione europea, quindi circa 20 milioni di persone.

È interessante scoprire quali conseguenze ha lasciato l’epidemia su un tessuto sociale così degradato. Sono infatti completamente cambiati, dopo l’epidemia, i modelli culturali medioevali: le gravissime perdite in vite umane causarono una ristrutturazione della società dagli effetti positivi nel lungo termine. Il crollo demografico, fece sì che i terreni meno redditizi vennero abbandonati e in alcune zone ciò portò all’abbandono di interi villaggi ma, allo stesso tempo, rese disponibile a una percentuale significativa della popolazione terreni agricoli e posti di lavoro remunerativi; le corporazioni, per necessità, ammisero nuovi membri, cui prima si negava l’iscrizione; inoltre i fitti agricoli crollarono, mentre le retribuzioni nelle città aumentarono sensibilmente. Per questo, dopo la peste un gran numero di persone poté godere di un benessere in precedenza irraggiungibile. L’aumento del costo della manodopera richiese una maggiore meccanizzazione del lavoro, così il tardo Medioevo divenne un’epoca di notevoli innovazioni tecniche.

Infine, come conseguenza della pandemia, le autorità incominciarono a sviluppare, e continuarono a farlo nei secoli successivi, ordinanze e regolamenti atti a tentare di prevenire o curare la peste che, ciononostante, continuò a ripresentarsi a cadenza quasi periodica. Ogni qualvolta ci fosse un’avvisaglia di una nuova epidemia, si prese l’abitudine di limitare i movimenti di merci e persone istituendo quarantene, certificati sanitari e migliorando le condizioni igieniche delle città.

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