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“Medici, siete degli angeli, grazie per aver aiutato il mio papà fino alla fine”

L'emozionante lettera di ringraziamento di Michele, dopo la morte del suo papà

Un male improvviso e un dolore straziante che, forse, solo il tempo sarà in grado di guarire.

Domenica il male e, in tre giorni, la degenerazione verso l’ultimo saluto. La corsa in ospedale per la saturazione incostante con la paura che fosse il Covid, con la rivelazione, infine, che si trattava di un brutto male consumatosi in pochi giorni.

È la storia di Antonio Stellabotte, stimato lavoratore all’Ufficio Scolastico per la Lombardia, 61 anni, marito adorato e padre affettuoso di due figli, morto improvvisamente per un male improvviso.

Con lui, fino all’ultimo, senza mai abbandonarlo, ci sono stati gli instancabili medici e il personale sanitario dell’Humanitas Gavazzeni di Bergamo.

Degli angeli impotenti di fronte al destino, forse, ma guerrieri con pesante spade per scacciare con tutte le forze la dea falciata.

È a loro che il figlio Michele, giovane infermiere bergamasco all’ospedale Niguarda di Milano, ha voluto scrivere un’emozionante lettera di encomio e ringraziamento per “aver messo sempre l’umanità e la dignità al primo posto”, che ha voluto inviare anche a Bergamonews.

Una dedica agli eroi quotidiani dietro le porte degli ospedali e difensori di una scienza e di una medicina troppo spesso criticata e data in pasto ai leoni da tastiera.

Questa la lettera completa, a firma di Michele Stellabotte:

Gentile redazione,

In questo periodo così difficile dove la sanità è costantemente sotto pressione causa covid 19 vorrei fare una lettera d’encomio alle persone che hanno curato il mio papá. Essendo sia io, che mia sorella, che mia moglie del campo medico, siamo pessimi come parentela per un paziente: tendiamo a pensare ai farmaci, ai presidi, alla diagnosi e ci scordiamo che in quel momento siamo figli e non professionisti sanitari.

Il mio papà è entrato in Humanitas Gavazzeni dal pronto soccorso perché la saturazione era ballerina, pensando fosse il covid e, invece, senza dare alcun tipo di segno, era un brutto male che in tre giorni lo ha consumato, portandolo in terapia intensiva fino a lasciarci.

La paura, il dolore, le sofferenze di questi tre giorni sono state tenute a bada dal costante contatto con il personale della struttura e grazie all’ironia di mio papà che anche dopo eventi gravissimi aveva la forza di scherzare via whatsapp. Il primo ringraziamento va quindi al personale della degenza A1 che ha fatto esami su esami e smosso mari e monti per capire cosa avesse il papà. Un particolare ringraziamento va alla dottoressa Delalio per avermi tenuto sempre aggiornato sul percorso diagnostico terapeutico del papà.

L’ultima parte del suo breve ricovero papà l’ha trascorsa in terapia intensiva. La malattia lo aveva portato ad un equilibrio troppo precario per rischiare di tenerlo in reparto. Quest’equilibrio ha cessato di esserci la mattina del 20 gennaio quando i medici e gli infermieri della terapia intensiva hanno dovuto procedere all’intubazione e mille altre procedure per cercare di riprenderlo. Purtroppo la malattia era troppo aggressiva e qualsiasi tentativo sarebbe stato inutile.

Voglio quindi ringraziare la dott.ssa Simona Celotti (anestesista) e la dott.ssa Alida Ronchi (infermiera di terapia intensiva) per aver curato il mio papà fino all’ultimo, lasciandoci lo spazio per un ultimo saluto. Nei vostri occhi e dalle vostre parole si capisce che avete trattato mio papà come fosse stato il vostro e so che il brutto male che lo ha colpito vi lascia impotenti e sconfitte ma quello che avete fatto per il mio papà e la mia famiglia va oltre la cura… fa parte dello specchio più ampio del prendersi cura e in questo, ragazze, avete vinto.

Spesso si sente parlare di ospedali e di sanità con numeri, posti letto e tante cose che sono astratte quando ti trovi dall’altra parte.

La sanità è fatta di persone che si dedicano alla cura dell’altro non considerandolo come il paziente al letto x di quella terapia intensiva ma come il signor Antonio papà di Anna e Michele, marito di Maria, instancabile burlone che in tre giorni di ricovero so che ha saputo conquistare i cuori di chi lo aveva in cura.

Per avere un sistema sanitario che funzioni servono poche cose: persone come i medici che hanno assistito il mio papà, che vi curano perché ne avete bisogno in quanto esseri umani e che mettono l’umanità e la dignità al primo posto.

Grazie, da tutto il cuore.

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