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Achille Stuani, unico bergamasco a Livorno cent’anni fa, quando nacque il Partito comunista

L’avvocato Carlo Simoncini ricorda le battaglie, non proprio in punta di fioretto, col sindaco di Caravaggio, la sua città

L’avvocato Carlo Simoncini ci racconta vicende e aneddoti su Achille Stuani, unico bergamasco tra i protagonisti della nascita del Partito Comunista d’Italia cent’anni orsono a Livorno.

Il 21 gennaio 1921 al teatro Goldoni di Livorno c’è anche un bergamasco, un giovane fornaio di Caravaggio, Achille Stuani. Ha 24 anni ed è assessore socialista della sua cittadina.

Delegato del partito al congresso, aderisce alla scissione al seguito del gruppo dell’Ordine Nuovo di Torino. Con i compagni abbandona il Goldoni e, cantando l’Internazionale a pugno chiuso, segue il corteo, che al teatro San Marco decide di fondare il Partito comunista d’Italia.

Stuani diviene poi segretario della federazione di Bergamo del partito, si distingue per attività antifasciste fino all’arresto nel 1928 e poi al confino all’isola di Lipari. Prende parte poi alla Resistenza. Dal 1948 al 1953 è deputato del partito comunista per il collegio Bergamo-Brescia. In seguito diviene consigliere provinciale e poi consigliere comunale di Caravaggio.

In quel periodo – anni Sessanta – sindaco di Caravaggio è l’avvocato democristiano Angelo Castelli, che negli anni Settanta, da senatore, presiederà la Commissione parlamentare inquirente per i reati ministeriali. Con lui Stuani ha scontri feroci, fino alle querele giudiziarie, dando origine anche ad episodi curiosi che mi sono stati raccontati dall’avvocato Enrico Mastropietro, allora consigliere socialista dello stesso comune.

Stuani non usa mezzi termini; dai banchi dell’opposizione accusa a gran voce il sindaco Castelli di essere un ladro, di appropriarsi di denaro pubblico. Castelli ne ordina l’espulsione dall’aula. Lui si rifiuta. Castelli urla. Lui niente. Castelli ordina ai vigili di prenderlo e portarlo via. Lui si attacca alla sedia. Castelli strepita contro i vigili, i quali, alla fine, sollevano la sedia intera con sopra l’accusatore che passando seduto in mezzo all’aula, ribadisce le sue accuse.

Ma non si limita a farlo in consiglio comunale. Le scrive su manifesti murali. Però, pensando forse di evitare la querela, non chiama il sindaco per nome. Lo chiama “quell’avvocato faccia di culo” (mi scuso per la volgarità, ma questo era scritto sui muri di Caravaggio).

Evidentemente lo stratagemma non evita la querela. Castelli però si vede costretto a chiarire in qualche modo il motivo per cui si considera bersaglio dell’accusa, non essendo direttamente nominato. E nella querela scrive: “Poiché l’espressione ‘quell’avvocato faccia di culo non ad altri poteva riferirsi che al sottoscritto…’ ”.

Stuani viene condannato dal tribunale di Bergamo a dieci mesi di reclusione, con la condizionale. Fa appello e la sentenza della Corte di Brescia è un po’ diversa, pur confermando la condanna, ma limitandola alla pena pecuniaria.

Di questa sentenza d’appello la stampa locale non porta traccia, mentre aveva riferito di quella di primo grado. Ne ho scritto io sul Manifesto del 30 aprile 1976.

La Corte di Brescia, dunque, esclude che Castelli si fosse intascato denaro pubblico. Però sostiene che l’accusa di Stuani era ispirata al fine di fare piena luce sull’uso corretto del pubblico denaro. Scrive sempre la Corte che la gestione del sindaco non era trasparente e “rispondeva a criteri per nulla ortodossi… tali da non consentire un confronto di merito”; che in sostanza non era possibile stabilire se vi fosse stata o meno distrazione di denaro pubblico a causa di carenza di indagini.

La sentenza è del 22 marzo ’76 e dà finalmente soddisfazione ad Achille Stuani. Lui stesso me la mandò con un appunto di suo pugno: “Sentenza che chiede meditazione!”.

Una soddisfazione che si godette per breve tempo perché morì il 2 maggio successivo. Al funerale civile, al comune di Caravaggio (di cui nel frattempo era diventato sindaco il comunista Pisoni), la piazza era piena di folla commossa, nel ricordo di un cittadino che aveva dedicato la vita all’impegno civile e sociale, anche se magari, a volte, scappava la frizione.

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