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“Non permettiamo che l’emergenza sanitaria ci faccia dimenticare dei giovani”

La lettera dal mondo della politica locale e regionale: "Dobbiamo guardarci negli occhi e trovare il coraggio di tornare a parlare con le nuove generazioni, proporre loro cosa e quando fare azioni specifiche e concrete, per davvero"

La lettera che il Consigliere regionale Niccolò Carretta e le Assessore del Comune di Bergamo Loredana Poli e Marcella Messina hanno scritto ai giovani per provare a far nascere un dibattito circa le nuove generazioni al tempo del Covid.

“Non ricordiamo, onestamente, l’ultima volta che abbiamo scritto una lettera senza le parole pandemia, crisi sanitaria o Covid e certamente non sarà questo messaggio aperto ai giovani che farà eccezione.
Servirà ribadire che l’emergenza in cui da ormai un anno siamo piombati all’improvviso ha stravolto, ribaltato e alterato molte abitudini e tutti i livelli di priorità della nostra vita quotidiana.
Tutte le pandemie della storia hanno, giustamente, occupato la mente, gli sforzi e le economie delle società che hanno colpito; anche il Covid-19 sta seguendo il copione e tra milioni di vittime, una crisi economica non ancora entrata nel suo vivo e una popolazione sempre più spaventata, sono mancati pensieri e azioni per le generazioni più giovani.

La situazione giovanile, già prima della pandemia, versava in una situazione molto complessa e articolata, con una grave disparità di livelli di competenze, di competitività e di occupazione tra il nostro Paese e gli altri Stati europei e, all’interno dell’Italia, di risorse e opportunità tra nord e sud e tra cittadini italiani e stranieri: in particolare, il ruolo della scuola dentro questa situazione ha ormai palesato l’inefficacia del nostro sistema dell’istruzione come “ascensore sociale”. Il Covid ha ora esasperato questi disequilibri aggiungendo nuovi fattori divenuti cruciali, come il gap tecnologico, e confermando che livello culturale, linguistico, di tenuta delle relazioni sono più importanti del solo fattore economico.
Solo pochi giorni fa, il Sole 24 Ore, titolava “generazione perduta del Covid.– buchi nell’apprendimento del 30-50%” riprendendo studi europei e alcune ricerche italiane sull’effetto che i limiti della didattica a distanza hanno provocato sulle nuove generazioni. Lacune formative, ma anche della sfera personale, psicologica e relazionale che si faranno sentire e già stanno mostrando i primi effetti come si legge dalle dichiarazioni degli ospedali di Torino o Roma che segnalano un incremento di tentativi di suicidio, di disagio che porta all’autolesionismo da parte di giovani e giovanissimi, di fenomeni violenti (non nuovi ma ingigantiti dall’emergenza pandemica) come le risse di gruppo delle scorse settimane (Gallarate, Roma…).

Questo per dire che quando si parla di giovani non si parla solo di scuola, ma di una sfera complessa, articolata e mutevole; una sfera già poco considerata e definitivamente accantonata in questi mesi, con la scomparsa dai discorsi e dalle azioni programmate delle fasce giovani della popolazione – a tratti, giovani e bambini sono rientrati nelle cronache come possibili “untori”. Ci sono giovani e giovanissimi che pur con grandissima fatica sono riusciti a rielaborare le fatiche di questo tempo accompagnati da adulti in grado di farlo, ma ci sono anche persone in crescita per le quali invece questi mesi drammatici vanno ad inserirsi in fragilità già presenti, anche legate all’età.

La società e la politica di livello statale e regionale hanno smesso di occuparsi dei giovani non per cattiveria, ma per istinto di autoconservazione (a dire il vero un istinto miope, di corto raggio perché implica il declino sociale nel medio e lungo periodo). Nei territori vediamo già chiaramente che si rischia, prima o dopo, di entrare nel circolo vizioso del contrasto generazionale. Un conflitto senza vincitori e senza uscita di emergenza, che calerebbe il sipario sul futuro del nostro Paese.

Va tenuto ben presente, nella lettura degli accadimenti di questi mesi, che i sentimenti che più accompagnano gli italiani sono in netto contrasto con ciò che occorrerebbe per la creazione di un clima collaborativo e un progetto intra-generazionale per il riscatto della nostra società. Paura, rabbia, stanchezza e sconforto sono solo alcune delle parole che gli italiani utilizzano per descrivere la propria situazione psicologica e mentale. Un campanello d’allarme che da mesi suona senza che nessuno provi a fare qualcosa, se non cercare di comunicare che la “luce in fondo al tunnel” si avvicina. Ma quando? Ma come? E come ci arrivo, là in fondo? Ci chiediamo tutti.

È naturale, crediamo, che in piena crisi sanitaria e in ristrettezza di risorse prevalga la cura dell’immediatezza e che rischi di prevalere l’individualismo rispetto alla solidarietà collettiva, ma è nella scuola, nella consapevolezza diffusa, nel dialogo e nel confronto che dobbiamo trovare la forza di riconquistare le parole di cui abbiamo maggiormente bisogno: fiducia, lungimiranza, collaborazione e presa in carico.
Come si può pensare di occuparsi delle nuove generazioni se l’incertezza che viviamo ci fa temere l’oggi e il domani? Come è possibile occuparsi del futuro che ha sempre, nella storia degli uomini, rappresentato l’incertezza?

Il futuro è incerto, non lo è mai stato come ora, ma dobbiamo guardarci negli occhi e trovare il coraggio di tornare a parlare con le nuove generazioni, proporre loro cosa e quando fare azioni specifiche e concrete, per davvero.

Occorre aprire un dibattito, ritornare a parlare di e con i giovani di scuola, cultura, lavoro. Troviamo davvero preoccupanti alcuni dati che leggiamo sul peso che le scelte politiche danno alle future generazioni. Alcuni ragazzi e ragazze hanno lanciato una battaglia sul Recovery Plan italiano che prevede solo l’1% delle risorse europee impiegate a supportare la crescita, la formazione e il lavoro per i giovani; una rivendicazione che appoggiamo e che sappiamo essere giusta, ma è necessario fare di più.

Oltre al lavoro per invertire finalmente la rotta delle politiche e dei finanziamenti europei e statali, bisogna attivare velocemente strumenti di conforto e supporto immediato ai giovani, a partire dalle comunità locali: qui e là sono stati attivati (per lo più a distanza) sportelli di supporto psicologico, laboratori espressivi culturali, progetti scolastici. Manca fortemente la dimensione in presenza, capace di attivare la sfera relazionale e fisica, che in età di crescita sono i motori di qualsiasi attivazione. Su questo, con criterio e in sicurezza, bisogna però arrivare a fare proposte più definite, a partire dalla scuola.

Restano invece da attivare progetti specifici per il lavoro dei giovani: a loro carichiamo il peso di un maggiore debito pubblico, a loro dobbiamo fornire gli strumenti per poterlo ripagare, anche ponendosi in modo competitivo sul piano internazionale: basta con le polemiche sui cervelli in fuga e sull’immagine dell’Italia che non è un paese per giovani!

Bisogna tornare a dibattere, anche con nuove metodologie più efficaci, tornare al dialogo senza per forza innescare meccanismi domanda-risposta, ma aprire prospettive, indicare azioni e impegni che possano dare respiro e fiducia nel futuro.
Non stanchiamoci di cercare il dialogo e avanzare proposte, sebbene sia difficile, complicato e divisivo non possiamo permetterci che la questione giovanile sia archiviata a data da destinarsi.

Il futuro si decide ora.”

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