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Long Covid: “Noi, negativi ma non guariti, tra stanchezza cronica, insonnia e vuoti di memoria” - BergamoNews
Le testimonianze

Long Covid: “Noi, negativi ma non guariti, tra stanchezza cronica, insonnia e vuoti di memoria” video

Le storie di Antonella, Mauro e Giovanna. All'ospedale di Bergamo uno studio su 1.562 pazienti coordinato dal dottor Marco Rizzi

“La psicologa me lo ha detto, è come essere reduci di guerra”. Antonella Lodetti, 61 anni, è medico di base a Treviolo. Ha vissuto in prima linea i mesi più bui dell’emergenza, si è ammalata e ha visto mancare a causa del virus diversi colleghi, compreso il dottor Gianbattista Perego, suo cugino. “Non mi vergogno a dirlo, sono seguita e mi è stato diagnosticato un disturbo post-traumatico da stress. Capita che di notte mi svegli all’improvviso. Nella testa sento ancora le sirene delle ambulanze suonare e il cellulare squillare, come capitava in quei giorni di marzo”.

Mauro Vigentini, 38 anni, di Pontirolo Nuovo, fa il consulente finanziario. Tra i tanti strascichi del Covid, ce n’è uno che lo prova particolarmente. “In quindici anni di lavoro – dice – non ho mai perso un appuntamento. Negli ultimi mesi ne ho dimenticati sette o otto. Non riesco a spiegarmelo”.

E ancora Giovanna, 33 anni, giovane mamma di Paladina. Da ormai dieci mesi è perseguitata da problemi di stanchezza, debolezza, fiato corto, annebbiamento mentale, ansia e dolori muscolari: “Prima ero attiva – confida al telefono – praticavo anche zumba, oggi invece capita che la bimba debbano portarla a scuola i vicini perché io sono troppo a terra”.

Li chiamano pazienti ‘Long Covid’: ormai negativi al tampone, ma non del tutto guariti. Se per la maggior parte delle persone il virus causa sintomi lievi o addirittura inesistenti, altre accusano malesseri che persistono nel tempo (settimane o in questo caso mesi dopo la guarigione virologica) indipendentemente dal fatto che siano state colpite da una forma grave o lieve di Covid-19: stanchezza cronica, debolezza muscolare e fiato corto i sintomi più comuni. Ma anche disturbi del sonno e “nebbia cognitiva”, come nel caso di Mauro. “Il virus mi ha condizionato la vita, nonostante sia passato un po’ di tempo lo sento addosso come un parassita che non vuole andarsene”.

Il suo calvario è cominciato ad inizio marzo. “Un giorno mi sveglio stanco, penso sia la primavera incalzante e non do molto peso a quello che il mio corpo stava cominciando a comunicarmi”. Passano i giorni e la cosa non migliora, anzi. “Il 7 marzo la prima febbre. Io e mia moglie decidiamo che è il caso di isolarmi, così inizio a restare a casa da solo”. I sintomi peggiorano di giorno in giorno: grosse difficoltà respiratorie, passando per inappetenza, mancanza di gusto e olfatto, febbre alta, dissenteria, spossatezza, tosse.

“Il giorno 16 – racconta – su suggerimento di un’amica dottoressa decido di farmi accompagnare in ospedale a Bergamo. Mi fanno tutti gli accertamenti e gli esami. La sera vengo ricoverato alla torre 6 piano 3, infettivi”.

Psicologicamente si sente a pezzi. “Ero diventato papà per la seconda volta quaranta giorni prima ed ero lì, al letto 27 ad aspettare il mio momento. Non avevo la forza nemmeno per chiamare casa, quasi in uno stato di depressione – sottolinea -. Ero convinto che di lì a poco avrei seguito i miei vicini di letto che se ne sono andati. Le prime telefonate con mia moglie e mio figlio di 4 anni duravano pochi secondi. Mi veniva da piangere, riattaccavo”.

I primi giorni sono stati i più duri. “Sono tra i fortunati che non sono stati intubati, ma ci è mancato poco – aggiunge -. In tutto mi sono fatto un mese esatto di ospedale, dal 16 marzo al 16 aprile, passando attraverso il mio compleanno e Pasqua. Sono tornato a casa e nel riabbracciare la mia famiglia mi sono sentito vincitore”.

Mauro pensava di aver terminato qui il suo viaggio insieme al “mostro”, così lo definisce. E invece no. “Quello stronzo mi vuole proprio bene e mi ha lasciato alcuni ricordi tangibili di quel mese maledetto. All’inizio non volevo sembrare ipocondriaco o passare per vittima e quindi mascheravo un po’ i sintomi post-Covid. Poi sentendo altre persone e leggendo qua e là ho scoperto di non essere il solo ad avere degli strascichi successivi all’infezione”.

L’elenco sembra non finire mai: “Insufficienza venosa, gambe e piedi gonfi, piedi freddi, fascite plantare, prurito sulla schiena e sul torace, scarsa resistenza allo sforzo, spossatezza, dolore alle ossa e alle articolazioni”. Senza tralasciare i vuoti di memoria. “Sarà l’età che inizia ad avanzare” sdrammatizza Mauro, ma prima non mi era mai capitato. “Faccio una breve camminata e mi sembra di aver corso la maratona, torno a casa dal lavoro e mi sento distrutto”.

Il suo caso rientra negli oltre 1.500 seguiti nelle attività di follow-up dell’ospedale Papa Giovanni XXIII. “I controlli mi hanno tolto più di un brutto pensiero dalla testa e per questo non smetterò mai di ringraziare i medici – sottolinea Mauro -. Se alcune problematiche si stanno pian piano risolvendo, ne subentrano delle altre: come dei problemi ai reni, che potrebbe essere riconducibili a Covid-19”.

Un interessante studio in corso di pubblicazione è stato condotto da Marco Rizzi, direttore dell’Unità di Malattie Infettive dell’ospedale Giovanni XXIII di Bergamo: il progetto di follow-up Surviving Covid-19 ha reclutato circa 1.562 pazienti (età media 59 anni, oltre il 60% uomini) dimessi tra febbraio e settembre dall’ospedale bergamasco.

“Sapevamo di avere dimesso i pazienti precocemente e con problemi clinici ancora aperti – spiega Rizzi – per questo li abbiamo richiamati per sottoporli ad una approfondita batteria di esami”. Il follow-up è stato realizzato in media dopo tre mesi e mezzo circa dalla comparsa dei sintomi e ha comportato due accessi per la prima valutazione a cura di un infermiere (che ha effettuato elettrocardiogramma, prelievi ematici, radiografia e valutazione della funzionalità respiratoria eventualmente seguita da TC torace), da uno psicologo per la valutazione psicosociale e da un fisioterapista per la valutazione dei bisogni riabilitativi.

“Mediamente il 30% dei pazienti presentava dispnea (respirazione difficoltosa, ndr) il 28% prove respiratorie di diffusione patologiche e il 36% astenia (stato di debolezza generale dovuto alla riduzione o alla perdita della forza muscolare, ndr) – spiega Rizzi -. L’anosmia (perdita dell’olfatto, ndr) che era presente nel 18% dei ricoverati in fase acuta, persisteva nel 4% a distanza di mesi”.

Oltre la metà dei pazienti (56,3%) è stato poi riaffidato alle cure del medico di famiglia, visto che non presentava problemi così gravi o complessi da restare in un centro specialistico. Altri sono rimasti in carico a pneumologi (31,8%), a neurologi (7,6%) e cardiologici (6,9%). Solo per una piccola parte (2,6%) è stato predisposto un percorso riabilitativo.

Altro dato: il 38% presentava livelli di D-dimero, indice di coagulazione nei processi trombotici, al di sopra del normale, il 17% addirittura con valori raddoppiati. Tant’è che due trombosi polmonari sub- asintomatiche sono state scoperte proprio durante il follow-up, grazie all’aumento considerevole dei valori del D-dimero.

“Se c’è una cosa che abbiamo capito – commenta Rizzi – è che questa malattia non si spegne completamente e rapidamente. Il nostro obiettivo è capire qual è e quale sarà l’impatto complessivo del virus su queste persone”. Ma per questo serviranno altro tempo e altri studi.

Quelli effettuati al Papa Giovanni hanno evidenziato anche altri tipi di disturbi: sindrome post-traumatica da stress (circa il 30% dei pazienti), ansietà (11%) e depressione (4,5%). Segno che anche l’impatto psicologico è pesante.

Il primo è il caso della dottoressa Lodetti. Ma le “cicatrici dell’anima” non sono le uniche lasciate dal virus. “Da mesi – racconta – mi sento come una giacca d’acciaio appiccicata al torace. Faccio una rampa di scale e mi devo fermare per il fiato corto. Anche in studio, quando devo stare 7/8 ore, mentre aspetto il prossimo paziente da visitare reclino la sedia e cerco di riposarmi un attimo. Ho un’autonomia limitata rispetto a prima: tre o quattro ore al massimo, poi sento il bisogno di sdraiarmi perché sento le gambe cedere. Da qualche tempo sto seguendo una terapia cortisonica che mi farà anche ritardare la vaccinazione contro il Covid”.

In generale è la qualità della vita a risentirne. A Bergamo e in Italia sono molte le persone che si stanno facendo sentire creando gruppi di auto-aiuto, come quello su Facebook chiamato “Noi che il Covid lo abbiamo sconfitto”, arrivato in poche settimane a 13 mila iscritti.

Qualcuno riporta i propri miglioramenti (spesso e volentieri significativi, bisogna dirlo) altri chiedono supporto perché “molte volte ci bollano come depressi o ipocondriaci”. Come Giovanna: i suoi problemi sono cominciati dopo una leggera febbre a metà febbraio, ma a quel tempo era praticamente impossibile sottoporsi al tampone. “Sospetto Covid, mi hanno detto i medici – si limita a commentare -. Spero che tutto questo passi in fretta. Ho solo 33 anni e non mi sento più io”.

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