Bepi De Marzi, l'autore del Signore delle Cime: “Si parla troppo e si canta male” - BergamoNews
L'intervista

Bepi De Marzi, l’autore del Signore delle Cime: “Si parla troppo e si canta male”

L'auore dell'cona dei canti della montagna fa un’amara diagnosi del nostro tempo, inondato dalle troppe chiacchiere e da musiche e parole che fanno rumore più che riflessione.

Dici Bepi De Marzi e il primo pensiero che ti viene in mente è “Signore delle cime”. Sì, lui è il geniale autore di un motivo che è diventato un’icona globale: struggente, toccante, commovente. Semplicemente grandioso. È una preghiera d’addio, un’invocazione. È uno squarcio affettivo nell’ora di un distacco. Crea un groppo in gola ogni volta che lo si sente cantare.

Non si può non partire da questo capolavoro in un incontro con un uomo che è schietto, franco, essenziale com’è la gente della montagna, nemico giurato delle perifrasi. Dice pane al pane con l’aggiunta che al presente c’è alquanta confusione nel forno. Cominciamo proprio da qui il nostro botta-risposta stringente e senza sconti.

Mi confida: “L’ho ascoltato in Giappone, tra il Brasile e l’Argentina, in Finlandia con la neve, tante volte in Australia. Ne sono state proposte versioni libere, originali, anche nel mio amatissimo jazz. Oh, che emozione quel compunto gruppo di fiati che lo ha suonato accanto alla Thomaskirche di Lipsia, la chiesa di Bach…! Eppure il mio canto giovanile, la mia preghiera, ha perfino un errore, una licenza ritmica nel finale con una misura di troppo. Era il 1958 e avevo appena fondato I Crodaioli. Ne ho fatto anche una versione ampliata per archi suonata dai Solisti Veneti”.

Sia quel che sia: questo motivo è una meraviglia a ogni nota, a ogni parola. Va detto che Bepi De Marzi è autore di oltre 150 canti e direttore dei “Crodaioli” con i quali ha tenuto più di 4 mila concerti in tutto il mondo. C’è un tempo per tutto e così, dopo 61 anni, ha deciso di chiudere una lunga storia di passione. Decidendo lo scioglimento del coro ha espresso un forte rammarico: “In un’Italia che non sa più ascoltare serve prima di tutto il silenzio”. Purtroppo pare che non ci siano tempo e spazio per il silenzio – siamo all’apoteosi del rumore, del vaniloquio – ma neanche per la capacità e la volontà di vivere insieme. La sua sintesi: “Poesia e la musica hanno per cornice il silenzio”.

Bepi, lei è lamentato con chiare lettere che oggi “i cori non cantano ma si esibiscono”…

I cori stanno perdendo l’ebbrezza di raccontare la vita e si cantano addosso con effetti grotteschi.

Perché ha chiuso con il “suo” coro, “I Crodaioli”, dopo 61 anni?

Per i miei formidabili cantori ho scritto più di 150 canti. Nonostante ci fossero molte voci giovani in attesa di entrare nel coro, ho deciso di concludere. Gli ultimi cantori avevano donato l’inimmaginabile, proprio come tutti gli altri lungo gli anni. Molti cori avevano accolto e anche elaborato il nostro repertorio, il nostro stile. Credo di avere agito saggiamente, perfino con lungimiranza, visto ciò che sta accadendo…

Anche i canti in chiesa oggi lasciano a desiderare…

La Chiesa cattolica Italiana ha eliminato la buona musica e la vera poesia per lasciare spazio all’improvvisazione più banale. E le chiese si sono svuotate.

Nel suo repertorio più recente affronta drammi ed emergenze del nostro tempo. Dovendo scegliere, quali brani ci suggerisce e perché?

L’ultimo canto che dice dei migranti respinti con violenza lungo i confini o che muoiono nel mare: “I bambini del mare hanno gli occhi di conchiglia”.

Una sua dura accusa è per un male di cui soffre l’Europa ma non solo: “Si sta confondendo l’autonomia con l’autarchia localista e sostituendo la solidarietà con l’egoismo”…

È la stupidità delle piccole patrie. Conoscere le lingue dovrebbe essere un’ebbrezza. Anche per confidare l’amore con i suoni delle commozioni improvvise. Amare lo spazio di vita dovrebbe far pensare alla vastità della Terra, all’Infinito. Alla voglia di partire con l’emozione di ritornare. Ci sono perfino i terrapiattisti! Come non provare tenerezza per questi comici involontari?

Mario Rigoni Stern ha scritto pagine da antologia sulla montagna, Ermanno Olmi l’ha immortalata nei suoi film, lei l’ha fatta cantare. Verso quale destino stanno andando le “terre alte”?

Tra qualche anno saranno terre abbandonate, incolte, dove non torneranno nemmeno le stagioni.

Come ha vissuto e sta vivendo questo tempo sospeso originato dal coronavirus?

Con l’obbedienza alle regole di chi ha capito pienamente la grande tragedia mondiale.

Qual è il suo più acuto rimpianto?

Non suonare più l’organo nella liturgia.

Tutti parlano di speranza, soprattutto dopo un anno orribile come questo 2020. Che cosa spera e si augura Bepi De Marzi?

Di tornare a cantare ringraziando il Creatore .

 

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