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Assalto al Congresso, "da Trump messaggi eversivi. E quella bandiera carica d'odio..." - BergamoNews
L'esperto

Assalto al Congresso, “da Trump messaggi eversivi. E quella bandiera carica d’odio…”

Paolo Barcella, docente di storia contemporanea e dell'America del Nord all'Università di Bergamo: "Precedente senza pari, ecco perchè quanto successo deve preoccuparci molto"

“Non si può ridurre quanto accaduto a una pantomima o a una pagliacciata. Il presidente degli Stati Uniti è arrivato all’estremo limite, al confine oltre il quale si passa dalla politica alle pratiche di criminalità politica a carattere eversivo”. Non ha dubbi Paolo Barcella, docente di storia contemporanea e di storia dell’America del Nord all’Università di Bergamo. Lo abbiamo intervistato a 24 ore di distanza dall’assalto al Congresso americano.

“Lo stesso vicepresidente Mike Pence – aggiunge Barcella – si è trovato in gravissima difficoltà, come chiunque abbia negli Stati Uniti un minimo di senso dei limiti istituzionali che, in fondo, non sono altro che un minimo asse etico personale di riferimento. L’accaduto va preso molto seriamente, soprattutto perché gli argomenti di Trump a sostegno del suo agire si producono nella più completa autoreferenzialità.

Ci spiega?

Non esiste nessun organo istituzionale statunitense che possa anche solo dubitare della validità dell’esito elettorale che vede Biden avanti di alcuni milioni di voti. Chi crede alla teoria del voto rubato, ci crede unicamente sulla base della fiducia nelle parole di Trump e in ragione dell’appartenenza ai suoi circuiti mediatici, politici e propagandistici. Trump ha la forza economica e politica per portare avanti questa sua battaglia a scopo eversivo, contro le istituzioni statunitensi e con il sostegno di una minoranza dei cittadini che, tuttavia, credono in lui e sono, almeno in parte, sedotti dalla sua figura. In un’intervista rilasciata un paio di anni fa a Chiara Migliori (una sua collaboratrice impegnata in uno studio sull’elettorato trumpiano ndr), un elettore statunitense disse così: ‘Trump è forte, è uno stronzo, ma è il mio stronzo. Sono con lui, voterei per lui oggi e voterò per lui la prossima volta. Perché lui è ciò che sono e ciò in cui credo: la forza. Trump fa dei casini a volte, ma lo stesso facciamo noi e faccio io’. In molti statunitensi c’è un rapporto di identificazione e una fiducia totale nella validità di quel che Trump dice, vero o no che sia. Su questi soggetti Trump conta e potrà continuare a contare, pericolosamente.

Lei quali sviluppi prevede?

Difficile fare previsioni oggi. Mi limito a dire che quanto accaduto ci deve preoccupare molto, indipendentemente da come andranno le cose, perché Trump crea un precedente senza pari nella storia statunitense, e non solo. Un presidente sconfitto che non riconosce la propria sconfitta e fomenta i suoi sostenitori contro le istituzioni. L’ultimo messaggio di Trump, quello di apparente pacificazione, è il più pericoloso peraltro…

Perché?

Per l’implicito su cui si regge. Ha usato un registro doppio. Da una parte ha ribadito di avere ragione, di essere stato vittima di un furto e di non voler riconoscere la sconfitta. Dall’altro ha invitato i suoi a tornare a casa, anche se nella ragione, per rispetto della pace e delle forze dell’ordine, da sempre centrali come figure del bene nella sua retorica securitaria. L’implicito è che se le forze dell’ordine dovessero sostenerlo, beh… allora si potrebbe continuare: ecco, questa è la dinamica dei colpi di stato, nei quali forze armate e forze dell’ordine rovesciano i governi democraticamente eletti.

In Campidoglio è entrata la bandiera degli stati confederati: nel tempio della democrazia il simbolo della secessione. Simbolicamente un’immagine molto forte, secondo lei ha avuto un significato ben preciso?

Quella bandiera è uno dei simboli del suprematismo bianco, proprio di chi, dopo l’abolizione della schiavitù e la fine della guerra civile, operò per ripristinare negli stati meridionali degli Usa la segregazione razziale, con il Jim Crow System. Si trattava di un vero e proprio sistema di apartheid, che venne cancellato cento anni dopo, grazie alle lotte per i diritti civili degli afroamericani, avviate e animate da Rosa Parks, Martin Luther King, Malcolm X e molti altri. Quella bandiera è il simbolo dell’odio nei confronti degli afroamericani, del Black Lives Matter, di tutti i movimenti per i diritti degli afroamericani, oltre che del presidente Obama e di tutto quello che ha rappresentato. In altri termini, è il simbolo di un risentimento che ha avuto un ruolo decisivo nella battaglia di Trump fin dall’inizio.

bandiera scontri

Quanto è successo si poteva prevedere? Ci sono stati errori di intelligence, secondo lei?

Penso che pochi potessero prevedere che il presidente degli Stati Uniti uscente potesse arrivare a un’azione del genere, perché occorre presupporre che il presidente degli Usa sia un soggetto propenso alla criminalità politica a carattere eversivo: una cosa evidentemente inaudita. Oggi sappiamo che invece è propenso anche a questo, se se ne mette in discussione il potere. E occorre fare attenzione. Detto questo, probabilmente, chi tra le forze dell’ordine si è reso conto di quel che stava accadendo, si è mosso tardi e senza pensare almeno per un po’ che la situazione potesse degenerare quanto è degenerata. Quindi non si sono mobilitati gli agenti che, invece, vengono ampiamente mobilitati in assetto antisommossa quando manifestano gli afroamericani per i loro diritti.

Il ruolo di Biden viene sminuito o rafforzato dagli eventi?

Biden è stato rafforzato solo dall’esito delle elezioni in Georgia. Contro Trump si apre invece una partita estremamente complicata, proprio in ragione della sua potenza economica, del consenso – minoritario ma ampio – di cui gode, della tipologia di sostenitori che compongono il suo zoccolo duro: come si è dimostrato, si tratta di soggetti disposti ad agire violentemente contro le istituzioni a sostegno di un progetto eversivo e impugnando la bandiera simbolo del ripristino della segregazione razziale negli Stati Uniti. Mi lasci però precisare una cosa…

Dica.

Il problema non è solo la ribellione, il problema sono le finalità di questa ribellione. Gli stessi Stati Uniti sono nati nel 1776 dalla Rivoluzione e dal rifiuto delle istituzioni coloniali inglesi, ma al tempo ciò avvenne con l’obiettivo di costruire quella che sarebbe stata la prima repubblica liberal democratica del mondo, contro la tirannia inglese. Oggi, i trumpiani, vorrebbero invece rovesciare il voto popolare legittimo e molti tra loro ripristinerebbero forme di esclusione dei cittadini afroamericani – che sono cittadini statunitensi a pieno titolo, va ricordato, non immigrati come i meno informati tra i miei studenti a volte pensano – dai diritti di cittadinanza.

Secondo lei nascerà un terzo partito?

Questa domanda mi mette in difficoltà. Non penso nascerà un terzo partito, ma non ho molti elementi. Dipende da come si comporterà il partito repubblicano e da come si muoveranno i pochi deputati e senatori che, al momento, stanno seguendo Trump nella sua sciagurata battaglia. Dopodiché Trump ha dichiarato in tempi non sospetti, prima di candidarsi per i repubblicani molti anni fa, che non avrebbe mai partecipato alle elezioni con un terzo partito e senza avere la certezza di vincere.

Assalto Congresso
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