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Bendera e il Kenya, quattro progetti per donare speranza a quella terra

Se una Bergamo crocifissa ha costruito l’orfanotrofio di Mambrui, da una Mambrui crocifissa può arrivare l’aiuto a Bergamo (simbolo di tutte le città di cui è fatto l’occidente) a dare significato alle cose.

È in libreria in questi giorni, ma si può comprare anche la comoda versione on line di “Bendera” di monsignor Luigi Ginami, edito nella collana Volti di Speranza, per il Messaggero di Sant’Antonio Editrice. Attraverso questi volumi la Fondazione Santina Zucchinelli realizza progetti. In Kenya sono quattro al momento i progetti pronti per essere realizzati (Clicca qui per saperne di più). 

PRESENTAZIONE. COVID19 E LA PROSPETTIVA ROVESCIATA

di Vania De Luca, Rainews24

Zenabo era figlia di Bendera, che di bambini ne aveva avuti otto, e che non ci sembra una donna particolarmente fortunata, anche se lo sguardo di don Gigi scopre in lei un volto di speranza. Zenabo era ancora piccola quando esalò l’ultimo respiro. In occidente per lei ci sarebbero state cure adatte e una vita sicura, ma in Africa no, in Africa si muore, si continua a morire, di malattie altrove curabili e di fame. Appena 700 euro e l’avrebbero probabilmente salvata, ma Zenabu venne sepolta che aveva appena quattro anni. La stessa età di Santina, cui l’Aids ha portato via la mamma, e che ritroviamo in queste pagine vestita a festa, a maneggiare forbici per lei troppo grandi per tagliare il nastro all’inaugurazione di un dormitorio e poi al battesimo, festa delle feste, ingresso nella vita cristiana, insieme ai due fratelli, Nora e Ramsi. Orfani, ma non abbandonati.
E’ un viaggio particolarissimo, quello in Kenya raccontato da don Gigi Ginami in questo volumetto: è il numero quarantaquattro in una lunga catena di viaggi di solidarietà, ma è anche il primo dell’era Covid, che ha cambiato modi di vivere e scale di valori, rendendo più stridenti le contraddizioni tra chi ha troppo e chi manca di tutto. Un viaggio di andata e ritorno, da un paese segnato dalla pandemia a un paese in cui si continua a morire non tanto per Covid ma per fame, per malaria o per le punture dei serpenti. “I poveri non muoiono di Covid”, annota don Gigi, “noi ricchi moriamo di Covid!”, e se “loro muoiono male e molto peggio di noi”, vale la legge di sempre per cui “i morti tra i poveri non fanno numero”.

Eppure il Covid può rappresentare uno spartiacque nella storia, e non solo una parentesi: il mondo è cambiato, si è spaventato, così come si è spaventata la Bergamo di cui don Gigi è originario, e che è stata in Italia tra le città più colpite dal virus. Questo viaggio in Kenya ha molti scopi dichiarati: l’inaugurazione di un dormitorio nell’orfanotrofio di Mambrui, un nuovo incontro, sempre dolce, con la piccola Santina e una preghiera sulla tomba di sua madre Everlyne, una sosta nei luoghi dove Silvia Romano è stata rapita e la fede cristiana spesso è odiata, la visita alle capanne di 10 bambini adottati a distanza e l’individuazione di 10 nuove famiglie per il triennio 2021-23. E’ un viaggio in luoghi geografici precisi, pieno di persone che hanno volti e nomi precisi, ma è anche un viaggio interiore alla ricerca della forza per ri-partire. Forse è proprio questo ultimo punto a suggerire una chiave di lettura particolarmente interessante.

Se una Bergamo crocifissa ha costruito l’orfanotrofio di Mambrui, da una Mambrui crocifissa può arrivare l’aiuto a Bergamo (simbolo di tutte le città di cui è fatto l’occidente) a dare significato alle cose. La ri-partanza di don Gigi che dall’Africa fa rientro in Italia si può leggere così come il simbolo della ri-partenza dell’umanità intera che nella disgrazia del Covid si riscopre parte di una stessa natura, di una stessa famiglia, di uno stesso destino, e che invece di chiudere gli occhi – come ha spesso fatto – li apre, e allarga le braccia, e tende le mani. Nel rovesciamento di prospettiva, in cui i ricchi si scoprono poveri e tra i poveri si trova ricchezza di umanità e di senso, è la chiave di volta per costruire -insieme – un futuro più giusto. Viene in mente il messaggio suggerito da papa Francesco, da solo, in una piazza san Pietro deserta, il 27 marzo 2020 a dare voce e direzione allo scoramento collettivo:  “Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti”. Perché il virus non conosce i confini degli stati, né distingue tra ricchi e poveri, tra bisognosi e potenti: tutti impauriti e smarriti, nel vuoto desolante, e in mezzo a tenebre fitte. Tutti nella stessa barca: Bendera che non ha tempo né soldi per imparare a leggere, Kelvin e Isaac, Stella che nasceva nello stesso giorno in cui Everlyne moriva, e poi Santina, Nora, Ramsi, i loro nonni indifferenti ed egoisti… e ancora Piera, suor Nadia, i bambini sieropositivi, don Gigi e il suo accompagnatore Jimmy.

Tutti nella stessa barca e “Tutti Fratelli”, come suggerisce papa Francesco nella sua terza enciclica che da poco ha visto la luce. In un passaggio chiave essa ammonisce: “Passata la crisi sanitaria, la peggiore reazione sarebbe quella di cadere ancora di più in un febbrile consumismo e in nuove forme di auto-protezione egoistica”, mentre per evitare nuovi crolli serve quella “passione condivisa per una comunità di appartenenza e di solidarietà” che don Gigi trova in quegli angoli dimenticati del mondo che sono centro agli occhi di Dio. “La crocifissione di Bergamo deve produrre risurrezione”, suggerisce don Gigi. Come ogni crocifissione e ogni ingiustizia, a Mambrui e in ogni parte del mondo. Perché la morte non avrà l’ultima parola.

info: https://www.fondazionesantina.org/

 

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