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All'alba del Medioevo la peste di Giustiniano, dall'Egitto a Costantinopoli - BergamoNews
Storia delle epidemie 5

All’alba del Medioevo la peste di Giustiniano, dall’Egitto a Costantinopoli

Siamo alla quinta puntata della storia delle epidemie: dal 541 la peste causata dallo stesso batterio, lo Yersinia pestis, che colpirà l'Europa nel XIV secolo con effetti simili.

È convenzione che l’Antichità finì grosso modo attorno al 500 dopo Cristo per diventare invece “Medioevo”. In termini politici, la nuova epoca si fa partire dal 476 dopo Cristo con la caduta dell’Impero Romano d’Occidente. Il crollo demografico, la deurbanizzazione e il declino del potere centrale, come anche le invasioni barbariche, erano in corso da tempo. Se però la metà del millennio resta nella mente degli studiosi, è perché coincide con altri eventi e fenomeni che sembrano segnare una fine e un inizio sorprendentemente netti. Il perché di queste “coincidenze” è molto dibattuto. Le spiegazioni offerte tendono a portare acqua a tante diverse correnti ideologiche e religiose. Forse per trovare una causa “naturale e neutra”, l’attenzione degli storiografi è fissata da qualche decennio sulla “Peste di Giustiniano”.

Il morbo fu la prima pandemia nota di peste bubbonica, causata dallo stesso batterio, lo Yersinia pestis, che colpirà l’Europa nel XIV secolo con effetti simili. Essa usa come veicolo principale le pulci infette, passando da mammifero a mammifero, ma anche tramite contatto con i fluidi corporei di animali o esseri umani infetti. Senza trattamenti specializzati, all’epoca ovviamente sconosciuti, la mortalità varia dal 30% al 90%. Partendo dall’Egitto, l’infezione giunse fino a Costantinopoli dove, secondo lo storico bizantino Procopio di Cesarea, morì quasi la metà degli abitanti della città. La pandemia si estese poi nei territori circostanti.

Tutto ebbe inizio nell’estate del 541, in uno dei momenti più delicati per l’Impero Romano d’Oriente.

Giustiniano, ultimo Imperatore ad essere di madrelingua latina, aveva intenzione di strappare l’Italia ai Goti, mentre la campagna d’Africa si era già conclusa con l’annientamento del regno dei Vandali. Nessuno però aveva fatto i conti con i topi infetti che portarono la peste bubbonica nel porto egizio di Pelusio, e da lì sulla foce orientale del delta del Nilo e in seguito nella quasi totalità delle coste mediterranee. Lo storico Procopio scrive: “Per questo non ha lasciato né un’ isola né la cresta di una montagna né una caverna che abbia avuto abitanti umani; e se fosse passato per qualunque terra, non interessante agli uomini o avesse colpito qualche luogo meno violentemente, più tardi vi è tornato; allora coloro che abitavano attorno a questa terra, quale precedentemente era stata afflitta gravemente, non ne furono affatto toccati, ma non ha abbandonato un dato luogo fino a che non fosse giunto a contare un numero adeguato di morti, e in modo da corrispondere esattamente a tale numero ha colpito anticipatamente fra coloro che abitavano nei dintorni. E questo morbo ha iniziato sempre a diffondersi dal litorale e da là è andato verso l’interno”. (“La Guerra Persiana” 2-XXII).

Le piccole imbarcazioni che senza sosta, dalle regioni più interne del paese portavano merci destinate a tutto l’impero, senza saperlo avevano a bordo un terribile carico di contagio e di morte. Contagio che si propagò sia verso ovest, nelle regioni del Nord Africa, sia verso est, nel Vicino Oriente. Raggiunse Costantinopoli nel 542, in una primavera non carica di profumi ma di miasmi pestiferi, e lì rimase per quattro lunghissimi mesi. Sembrava che il morbo non avesse fretta nel suo viaggio mortifero: si spostava lentamente dalle città della costa per raggiungere via via quelle più interne. Si fermava in ognuna fino a che non aveva raccolto la sua messe di morti, e poi piombava a mietere a vittime in quella vicina.

Quando la peste arriva a Costantinopoli, nonostante gli abitanti fossero già a conoscenza delle conseguenze del morbo, una coltre di terrore avvolge la città, e con ragione. La capitale dell’impero è ricca e vivace, densamente popolata, piena di botteghe e luoghi di ritrovo: la situazione ideale per un rapido diffondersi dell’epidemia. E difatti il numero dei morti aumenta di giorno in giorno, fino a raggiungere una cifra che varia tra le 5.000 e le 10.000 vittime quotidiane. Nella fase iniziale dell’epidemia la città riuscì in qualche modo ad arginare il problema, ma presto il numero dei morti divenne talmente alto da provocare un collasso nel sistema: gli addetti alla raccolta e alla sepoltura dei cadaveri non erano sufficienti per quell’enorme mole di lavoro.

L’imperatore Giustiniano cercò diverse soluzioni, partendo dalle tombe private, che furono riempite di cadaveri. Poi fece scavare delle enormi fosse comuni, pagando profumatamente chiunque fosse disponibile ad eseguire quel macabro lavoro. Ogni fossa poteva contenere migliaia di cadaveri, ma ad un certo punto nei cimiteri non ci fu più terreno sufficiente. I becchini iniziarono a scavare dove potevano, fuori le mura della città, ma presto anche lì non ci fu più posto. Come in un orrido girone dantesco non ancora scritto, i cadaveri venivano gettati dall’alto all’interno delle torri di guardia delle mura, fino a raggiungere la cima. Una volta riempite, le torri venivano poi richiuse, trasformate in gigantesche tombe che potevano contenere i cadaveri, ma non impedire il diffondersi di quel nauseabondo odore di morte che andava ad ammorbare ogni angolo della città. Verso il terzo mese di epidemia la città era arrivata alla saturazione, e da molto tempo più nessuno si preoccupava di onorare i morti. Ormai l’unica preoccupazione era quella di trovare un modo per liberare la città dai cadaveri. Erano tempi mali estremi e di estremi rimedi, e l’ultimo fu quello di gettare i morti in mare, giù dalle mura dove queste si affacciavano sull’acqua. La bella e ricca Costantinopoli, capitale dell’impero bizantino, non è ormai altro che un’enorme cimitero.

Con tutta la buona volontà che potevano metterci, nessun medico dell’epoca riuscì a trovare un rimedio: impossibile capire l’andamento della malattia, diverso in ogni paziente, così come interpretare i sintomi nel loro reale valore. Anche sezionare i bubboni, secondo l’insegnamento di Ippocrate, e poi i cadaveri per capire come avesse agito il morbo, non portò a nulla. E non solo per le scarse conoscenze dell’epoca, ma perché certe malattie non si sono potute debellare fino a che non sono entrati in uso, molti secoli dopo, gli antibiotici.

Procopio racconta così la reazione della comunità medica bizantina: “Ora alcuni dei medici erano disorientati perché i sintomi non erano comprensibili, ammesso che la malattia si concentrasse nel gonfiore bubbonico, e decisero di studiare i corpi dei morti. E aprendo quel gonfiore, trovarono una specie sconosciuta di carbonchio che si era sviluppata all’interno di loro.” Senza una spiegazione scientifica, per giustificare quella terribile pestilenza non si trovò di meglio che rifugiarsi nell’imponderabile: la peste era una punizione divina per i peccati dell’umanità. Cambiò il modo di vivere di molte persone, che da peccatori impenitenti si trasformarono in religiosi osservanti, mentre divenne ovunque consuetudine partecipare alle processioni per chiedere perdono a Dio.

Il regno di Giustiniano fu parecchio lungo, durò trentotto anni (dal 527 al 565) e fu fondamentale per il passaggio dalla classicità all’alto medioevo; eppure, quando giunse l’estate e la situazione per via del caldo peggiorò, si ammalò anche lui gravemente e rischiò seriamente di morirne; con le voci su tale imminente disgrazia che peraltro iniziarono a serpeggiare pericolosamente tra quei pochi che sopravvivevano tra le strade, ormai coperte di salme in putrefazione. Forse il povero Giustiniano (febbricitante nel suo letto al Gran Palazzo e tenuto in vita dai migliori medici convocati dai quattro angoli dell’Impero) avrà pensato che ciò che stava accadendo altro non era che una punizione dall’alto per i suoi fin troppo ambiziosi progetti politici.

La pestilenza terminò la fase più acuta all’inizio del 544, e Giustiniano sancì il passato pericolo con la “novella costitutio 122”, aggiunta al “Corpus Juris Civilis”.

Difficile stabilire quante persone morirono a causa della peste. La sola Costantinopoli forse perse all’incirca la metà dei suoi abitanti (da 200.000 a 300.000, a seconda delle stime) e complessivamente perì un quarto degli abitanti delle regioni del Mar Mediterraneo occidentali. Si stima comunque che in totale la Peste di Giustiniano provocò la morte di 25 milioni di abitanti solo nell’impero bizantino.

La peste bubbonica influenzò anche la Guerra gotica (535-553): Roma, nel 546, rimase quasi senza soldati e poi senza abitanti per alcuni mesi; Procopio di Cesarea riferisce che fu Totila a deportare in Campania i pochi abitanti rimasti. Fra il 560 e il 570 d.C. vi erano ancora focolai, come ci riporta Paolo Diacono, monaco e scrittore vissuto nell’VIII secolo, il quale scrive che la peste nel 565 decimò la Liguria: “tutti erano scappati e tutto era avvolto nel silenzio più profondo. Due figli se ne erano andati lasciando insepolti i cadaveri dei loro genitori; i genitori dimenticavano i loro doveri abbandonando i loro bambini”. La peste non cesserà di mietere vittime ancora per alcuni anni. Il “Liber Pontificalis” ricorda come sotto papa Benedetto I (575-579) un’ondata epidemica seguita a grave carestia indusse molte città assediate dai longobardi ad aprire loro le porte.

Il mondo musulmano non rimase escluso dal morbo: dall’Egira (inizio dell’era musulmana nel 622) si conoscono almeno cinque pestilenze così denominate: la peste di Shirawayh (627-628 d.C.), la peste di Amwas (638-639 d.C.), la peste violenta (688-689 d.C.), la peste delle vergini (706 d.C.) e la peste dei notabili (716-717 d.C.).

La peste si ripresentò ancora a ondate anche nel mondo occidentale. Il terribile flagello era quasi vinto, ma non completamente debellato. Anche se non raggiunse più la virulenza delle precedenti epidemie si presentò ancora in varie regioni dell’Europa fino al 767, anno in cui terminò una epidemia che aveva colpito il sud dell’Italia.

Sempre per quanto riguarda l’VIII secolo va menzionata, anche se non riguarda la peste, un’altra epidemia, stavolta di vaiolo, avvenuta in Giappone tra il 735 e il 737 e conosciuta come “Grande epidemia di vaiolo dell’era Tenpyo”. In quell’occasione si calcola che un terzo della popolazione nipponica perì. Fu colpita anche la corte e morirono molti esponenti del clan Fujiwara, allora al potere. Così l’imperatore dell’epoca, Shomu, volle mettere il Giappone sotto la protezione del Buddha e fece costruire nella capitale, Nara, il tempio Todaiji e, al suo interno, il Daibutsu, il Grande Buddha bronzeo, ancora oggi una delle meraviglie del Giappone, per costruire la quale si diede quasi fondo alle casse del regno. Il vaiolo, a sua volta, venne divinizzato col nome di Hoshoshin, sostanzialmente dandogli la figura di un demone tornato sulla terra per vendicarsi di torti subiti. Per cercare di pacificarlo, venivano praticati riti ai kami, gli dèi della tradizione shintoista e balli che ricordano un po’ il ballo del drago di tradizione cinese. A colorare questi rituali era il rosso perché si riteneva che avesse un influsso positivo sul decorso della malattia.

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