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Nella seconda ondata il numero dei morti in Italia supera quelli della prima

L'ultima settimana del 2020 ha registrato un calo di tutti i parametri legati al Covid, anche a Bergamo che è rimasta la provincia con l’incremento minore rispetto alle altre lombarde

I giorni festivi influenzano al ribasso il numero dei test eseguiti e, di conseguenza, dei positivi individuati e di tutti i parametri connessi (Rt incluso). La minore attività di testing attesa fino al 6 gennaio, causerà una probabile sottostima del contagio sul territorio, ma che cercheremo comunque di monitorare attentamente in attesa che la somma dei tamponi quotidiani rifletterà quelli che, in media, si effettuano normalmente. Di conseguenza anche le curve sono di difficile lettura e lo saranno almeno fino alla metà di gennaio. Il dato sui tamponi settimanali effettuati è molto significativo di quanto suddetto: siamo passati da 1.128.893 a 897.795 (- 20,5%).

A livello nazionale il periodo 22-28 dicembre ha registrato 92.822 nuovi casi, in calo del 16,3% sui 110.928 della settimana precedente. Fortissime nel periodo le oscillazioni del rapporto positivi /tamponi totali, comprese tra un minimo di 8,01% e un massimo di 14,88%,con un comportamento del tutto anomalo considerando i grandi numeri che sono alla base del calcolo di questo valore. Sono calati i decessi da 4.203 a 3.149 e i ricoveri in Terapia Intensiva (2565 vs.2.731).

In settimana abbiamo raggiunto e superato i due milioni di casi totali (2.056.277). Di questi 1.408.686 sono i guariti, 575.221 gli attualmente positivi, 72.370 i morti, 548.724 sono le persone attualmente in isolamento domiciliare, mentre i ricoverati sono 23.932.

I decessi

Una annotazione per quanto riguarda il numero dei decessi: quelli della seconda ondata sono già superiori a quelli della prima (circa 35.000), nonostante una maggiore conoscenza del virus e una migliora capacità di curarlo. Una osservazione simile la possiamo fare per quanto riguarda l’utilizzo delle strutture ospedaliere: sono 11 le regioni che hanno più ricoveri in Terapia Intensiva e 18 quelle che nella seconda ondata hanno superato il totale dei ricoverati in Area Covid della prima.

Sempre nell’ultima settimana epidemiologica nuovi casi in calo anche in Lombardia, che rimane sempre la Regione più colpita da inizio pandemia: 12.360 contro 15.561 del periodo precedente, vale a dire il 20,6% in meno e leggermente meglio del dato nazionale. 8,81% il dato medio del rapporto positivi/tamponi. Pochi tamponi anche qui, ovviamente, 150.825 contro i 189.766 della settimana scorsa. Le T.I. sono calate da 561 a 512, i ricoveri sono stati 441 in meno. I decessi sono stati 489 contro i 543 del periodo precedente.

Positivi a Bergamo e provincia

In Bergamasca si sono riscontrati solo 485 nuovi positivi; pur considerando le stesse valutazioni fatte per i dati nazionali, è interessante rilevare che è rimasta comunque la provincia con l’incremento minore rispetto alle altre lombarde (sempre in rapporto alla popolazione): per fare un raffronto con una provincia affine, non solo per numero di abitanti, ossia Brescia, il calo è stato del 40,8% contro il loro 10,20%. D’altronde anche il rapporto contagi/popolazione, da inizio pandemia a oggi, risulta essere il 2,51% contro il 3,24% di Brescia. Da notare che le due province sono in fondo a questa classifica, che vede Varese al primo posto con il 5,71%, seguita da Monza, Como e Milano fra il 5,3 e il 5,5%. Il dato medio della Lombardia è del 4,68%.

Il tempo del vaccino

Domenica scorsa le prime 9.750 dosi del vaccino sviluppato da Pfizer-BioNTech sono state somministrate ad altrettante persone tra medici, infermieri e operatori sanitari, scelti per prendere parte a quella che il commissario straordinario per l’emergenza coronavirus ha definito una giornata “simbolica” di vaccinazioni, in contemporanea con altri paesi europei. Da questa settimana, Pfizer ha detto che consegnerà altre 470mila dosi del vaccino, con cui inizierà la campagna di vaccinazione vera e propria. A ricevere le dosi in questa prima fase, che andrà avanti nelle settimane successive, saranno oltre a medici, infermieri e personale sanitario, anche personale che lavora negli ospedali e le persone che vivono nelle RSA, per un totale di quasi 2 milioni di persone.

Le categorie di persone che riceveranno il vaccino dopo la prima fase saranno le fasce più anziane della popolazione, prima quelle sopra agli 80 anni (4,4 milioni), poi dai 60 ai 79 anni (13,4 milioni), e infine quelle con almeno una comorbidità cronica (7,4 milioni). Dopo sarà il turno di chi fa un lavoro considerato a rischio, come le forze dell’ordine o gli insegnanti. La somministrazione sarà “a chiamata” ma non obbligatoria.

Variante inglese e altre mutazioni

Nel frattempo sappiamo qualcosa di più su quella che viene definita la “variante inglese” del virus. Innanzitutto non è affatto detto che sia davvero inglese, e quindi non stupisce che sia già presente sul suolo italiano e in quello di molti altri paesi. Proprio come all’inizio del 2020 aveva poco senso parlare di “coronavirus di Wuhan“, ora ne ha altrettanto poco usare l’espressione questa espressione e non tanto (o meglio, non solo) per l’associazione di un patogeno a una specifica nazione, ma anzitutto perché anche sul versante scientifico e dell’evoluzione del contagio le cose sono ben più complesse di quanto la narrazione della prima ora abbia lasciato intendere.

Come ormai abbiamo imparato bene nel corso di questo anno di pandemia, tutte le informazioni preliminari sono da prendere con il beneficio del dubbio, in attesa che la ricerca scientifica, con i suoi tempi e i suoi metodi, arrivi a una conclusione condivisa. In ogni caso, a oggi gli infettivologi dell’Imperial College di Londra ritengono che la nuova variante sia in circolazione addirittura dal maggio scorso. Sull’origine della multipla mutazione che distingue la nuova variante da quelle precedenti ci sono due ipotesi principali. Una è che sia avvenuta una trasmissione del virus da una persona a un’altra specie animale, che il virus abbia subito diverse mutazioni in questo ospite e che poi sia stato ritrasmesso al genere umano. L’altra ipotesi, invece, è che il virus abbia albergato a lungo nel corpo di un paziente immunodepresso, e che quindi abbia accumulato gradualmente diverse mutazioni prima di infettare altre persone.

Sulla scia di questa seconda ipotesi è stato individuato anche un potenziale paziente zero, che sarebbe una persona del Kent, a Sud Est di Londra, nella quale il virus mutato è stato identificato prima di quando si ritiene abbia iniziato a diffondersi nella capitale e dintorni. Gli stessi scienziati che hanno analizzato il caso, però, ammettono di non poter dire se la mutazione si sia originata in questo specifico paziente, o se lui stesso sia stato contagiato con il virus già mutato. Proprio come è accaduto per l’origine del coronavirus Sars-Cov-2, è possibile che l’inizio della storia debba essere retrodatato molto più indietro di quanto inizialmente si sia detto e scritto.

Un altro elemento narrativo un po’ confuso sulla nuova variante riguarda la dinamica stessa delle mutazioni. Non esistono solo il ceppo base del Sars-Cov-2 e il nuovo ceppo, ma una miriade di mutazioni più o meno grandi e più o meno rilevanti, che molto di frequente si generano e si diffondono. Rispetto alla maggior parte delle varianti, Vui 202012/01 (questa la denominazione ufficiale) pare importante perché più contagiosa, quindi in vantaggio competitivo rispetto alle altre e capace di diventare quella dominante in termini di numero di contagi. Se così sarà anche al di fuori del Regno Unito, come già sta accadendo, a quel punto la variante non avrà più una territorialità, e l’idea stessa di “variante inglese” avrebbe ancora meno senso. Del resto, le restrizioni imposte negli ultimi giorni rispetto al Regno Unito hanno certamente l’obiettivo di rallentare la diffusione del ceppo virale, ma non ci si può illudere di riuscire a tenerlo per sempre fuori dalla porta di casa: ce lo insegna la storia recente, e la dinamica stessa della pandemia.

I contagi in Europa e nel mondo

I casi di Covid nel mondo superano gli 80,8 milioni. Un quarto del totale sono negli Stati Uniti, che contano attualmente 19.280.728 casi confermati e 334.695 decessi a causa del virus. Il bilancio è di gran lunga superiore al più basso delle stime iniziali della Casa Bianca, che prevedeva nella peggiore delle ipotesi tra i 100.000 e i 240.000 morti per la pandemia.

L’Europa ha superato la soglia dei 25 milioni di casi di coronavirus. Il continente europeo con i suoi 52 Paesi è l’area più colpita dall’epidemia, seguita da Usa e Canada (20 milioni di contagi complessivi), America Latina e Caraibi (poco più di 15 milioni) e infine Asia.

Con i 570 nuovi decessi registrati nelle ultime 24 ore la Gran Bretagna ha superato i 70mila morti. Il Regno Unito è il secondo Paese europeo con il maggior numero di morti per Covid 19, preceduto solo dall’Italia, ed è il quinto Paese al mondo più colpito dalla pandemia per numero di morti. Nuovi record anche per la Germania, che ha registrato più di 25mila nuovi casi di Covid in 24 ore. I morti sono stati 412 e portano il totale a 29.182. Anche la Russia ha rilevato quasi 30mila casi nelle ultime 24 ore e 563 nuovi decessi.

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