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Addio a Ottavio Mazzoleni, pioniere dello sviluppo di Sant'Omobono - BergamoNews
Selino alto

Addio a Ottavio Mazzoleni, pioniere dello sviluppo di Sant’Omobono

Selino Alto dà l’ultimo saluto a un uomo lungimirante che ha contribuito in prima persona allo sviluppo del paese. Partì facendo trasporti con due muli quando ancora non c’era la strada. Per mezzo secolo ha effettuato il servizio di calla-neve sulle strade di S. Omobono Terme.

Più che dalle cose straordinarie, il valore di un’esistenza si misura dalla normalità e dai modi in cui la si assume e la si vive. Quella di Ottavio Mazzoleni, a Selino Alto, è stata una vita all’insegna dell’impegno costante e operoso nella quotidianità dei suoi 93 anni. Li aveva appena compiuti: il 21 dicembre per l’esattezza, ottavo (da qui il nome) di 9 figli. Si direbbe che ha aspettato l’arrivo del suo compleanno, poi quello decisamente più importante per lui, come uomo di fede – il Natale – e quindi la neve, che ha contrassegnato molti suoi inverni, per il commiato.

La neve ha occupato molto della sua attività, addirittura mezzo secolo di servizio con la calla sulle strade di Sant’Omobono Terme. Ottavio veniva da una famiglia contadina, come gran parte della gente tra la prima e la seconda guerra mondiale.

I paesi della Valle Imagna si erano svenati con l’emigrazione. Non c’era casa dove non ci fossero valigie pronte per la Francia, la Svizzera o un qualsiasi “altrove”, fino all’America e all’Australia. I pochi che rimanevano, dovevano aiutare i genitori e continuarne i mestieri di un’arida agricoltura. E così sarebbe stato anche nel secondo dopoguerra fin sulla soglia degli anni Sessanta.

A Selino Alto la strada arrivò a metà anni Cinquanta, grazie anche all’intraprendenza dell’allora parroco don Michele Morelli (1951-57). Ottavio Mazzoleni, che aveva la vista lunga, s’era comunque già orientato sul nuovo che si annunciava. Dapprima si mise a fare trasporti dal capoluogo al suo paese con due muli che caricava di generi alimentari , sacchi di farina e di crusca e, allora, di legna. Oltre a mettere sulla groppa dei muli, c’era immancabile un carico anche sulle spalle di chi li guidava.

Quando gli emigranti tornavano per il Sant’Inverno, era Ottavio il primo a dar loro il benvenuto, portando a destinazione le valigie e, in primavera, alla ripartenza, era anche l’ultimo malinconico saluto. Questo fu l’apprendistato dell’imminente sua scelta professionale con l’arrivo della carrozzabile. E infatti nel 1955 ecco l’acquisto del primo camion, il mitico “Leoncino”, al quale avrebbe fatto seguito – pochi anni dopo – l’acquisto della prima ruspa, una Fiat FL4, poi altri automezzi. Il genere dei trasporti era già mutato: ora era soprattutto materiale per l’edilizia nei paesi che cambiavano volto.

Da Ca’ Taiocco prima poi da “Gandì”, Ottavio s’era trasferito sotto il campanile, dove ha costruito la sua casa e messo su famiglia con Camilla Filippi, un matrimonio allietato dalla nascita di 7 figli, tre dei quali continuano l’attività paterna.

S’è detto della neve, che allora non si faceva desiderare come oggi, eccezioni a parte. Per mezzo secolo con i suoi camion Ottavio ha svolto il servizio di sgombero sulle strade, una fatica poderosa nel predisporre la grande calla triangolare per la rimozione e nel caricare sacchi di ghiaia da spargere sulla carreggiata; sarebbe poi arrivato il sale. Come compagno di queste avventurose uscite, spesso nel cuore della notte, c’era Gino Manini, figura storica degli Alpini locali.

Ottavio era ed è una di quelle persone che costituiscono anche una preziosa utilità sociale, la quale diventa un ancoraggio sicuro per la memoria, soprattutto in questo tempo che ne è abbondantemente sprovvisto.

Figure di riferimento con la saggezza che l’esperienza incrementa, riversandola a vantaggio di tutti: questi anziani sono una presenza di cui non si occupano le cronache della quotidianità, che viaggiano su altri binari di ambizione, chiacchiere, vuoto delle idee combinato con il baccano delle parole. Quelli di Ottavio sono stati i binari della normalità costruttiva, insostituibili per il collegamento tra le generazioni: alle quali hanno proposto il loro esempio di volontà, di resilienza e di dedizione alla comunità, oltre i confini del paese, in tutta la Valle e oltre.

Una testimonianza in tal senso fu anche negli anni Settanta il restauro della chiesa parrocchiale di San Giacomo, restituita alla sua identità originaria, opera che valse a Ottavio una benemerenza papale. Da don Morelli a don Emilio Pagani (1957-1970) fino a don Tullio Pasini, storico parroco dal 1970 al 1988, tutti hanno potuto contare sulla generosa collaborazione di Ottavio, apprezzato per il suo equilibrio e la sua autorevolezza.

Se i paesi conservano la loro identità, il significato e il valore delle tradizioni, quel legame che abbiamo il compito di rispettare, lo dobbiamo al senso di appartenenza di persone come Ottavio cui
martedì 29 dicembre, viene dato l’ultimo saluto.

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