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Pezzotta: “I ‘morsi’ del lavoro sulla pelle mi fecero capire il compito del sindacato” - BergamoNews
I 70 anni della cisl

Pezzotta: “I ‘morsi’ del lavoro sulla pelle mi fecero capire il compito del sindacato”

Savino Pezzotta, 77 anni, da operaio della Reggiani a segretario nazionale della Cisl. L'unico bergamasco a ricoprire quel ruolo. Oggi guarda ai giovani con speranza e aiuta i Paesi Africani verso il loro riscatto e sviluppo

Il giorno di Natale Savino Pezzotta spegnerà 77 candeline sulla torta. Classe 1943, aveva sette anni quando è nata la Cisl Bergamo che in questi giorni celebra i sette decenni di attività.

Pezzotta, la Cisl Bergamo festeggia settant’anni. Si ricorda il suo primi giorni da tesserato?

Era il 1963, avevo vent’anni. Ho un ricordo che mi ha seguito per tutta la vita. Quando andai a chiedere l’iscrizione alla Cisl, il rappresentante sindacale alla Reggiani mi disse: “Sì, la tessera te la do, ma tu devi smettere di arrivare in ritardo”. Chiesi spiegazioni e il cislino mi rispose: “Il sindacato deve sempre avere un comportamento corretto, così da poter stare in piedi davanti al padrone”. La morale: se si è  corretti si possono affermare i diritti.

Perché si è iscritto alla Cisl?

Fu una reazione immediata in occasione del rinnovo del contratto dei tessili. Organizzammo uno sciopero e la Reggiani fece la serrata, annullando di fatto la nostra protesta. Ho vissuto quel gesto come una mancanza di rispetto nei nostri confronti. Allora la vita di fabbrica era dura. Nel 1959 sono entrato alla Reggiani, avevo 15 anni: ho trovato un paternalismo autoritario, i capi avevano un potere immenso. Il primo giorno di lavoro mi dissero: “Domani fai il turno dalle 6 del mattino alle 6 di sera”, dodici ore filate. Il giorno successivo mi diedero il turno dalle 18 alle 6 del mattino. Da quell’ambiente duro pensi solamente a come puoi uscire, come puoi migliorare la situazione, la tua e quella dei compagni. Non ci si iscrive al sindacato per ideologia: lo si fa per una questione pratica, vera, di vita. Vero anche che quegli anni erano scanditi da molta ideologia, penso allo scontro con i comunisti. Il sindacato era al di qua delle ideologie, era dentro le aziende. Leggendo Simon Weil (“La condizione operaia”) capii che anche io dovevo fare la mia parte.

Che cosa ha provato quando ha lasciato la fabbrica per dedicarsi completamente alle battaglie sindacali?

Io non ho un ricordo brutto della fabbrica. Il rapporto con la gente era bellissimo, ci si scontrava, ma era un rapporto di solidarietà, di amicizia. Una fabbrica è una scuola di umanità, seppure nella durezza del lavoro e di questo paternalismo autoritario: il rapporto con gli altri genera una sorta di fraternità. Avevamo degli obiettivi comuni: la paga, una specie di welfare aziendale, gli orari… Ho lasciato la fabbrica anche col rammarico di dovermi staccare da un mondo che era la mia gente.

Che cosa ha rappresentato per lei la Cisl?

Ha rappresentato una scuola di vita. Di amicizie profonde, penso a Mario Gualeni, Zaverio Pagani, all’amico fraterno Enrico Mismara… Noi eravamo legati da qualcosa che andava oltre la ricerca di poteri, che oggi sono predominanti in alcune aree del sindacato. La nostra era una scuola di solidarietà, di impegno, di studio. Perché bisognava imparare, capire. Io leggevo Il Sole 24 ore perché mi interessava capire le dinamiche, le scelte economiche, gli interessi dei padroni. Ho re-imparato a scrivere perché dovevo fare i volantini degli operai, ho cambiato la mia vita rendendomi conto di diventare sempre più libero e più uomo.

Lei è l’unico bergamasco che partendo da una posizione di operaio ha raggiunto il massimo vertice all’interno del sindacato nazionale. Che sentimenti ha avuto il giorno dell’elezione?

Il giorno in cui sono diventato segretario generale, mi sono passate davanti agli occhi tutte le figure che avevo conosciuto: da Vincenzo Bombardieri a Maria Belotti, una donna grintosa e dura, agli altri che ho già ricordato. Li ho avuti tutti davanti a me. Erano la mia vita. Le nostre relazioni erano qualcosa di forte. Quella nomina per me non era un fine carriera, era l’affermare la possibilità di un operaio di riscattarsi da una dimensione, un riscatto che non era personale, ma merito dell’impegno, delle battaglie e del cammino di tante persone.

La Cisl non è solamente sindacato. Condivide questa espressione?

La Cisl è essenzialmente un sindacato. Però ha affermato dal suo nascere di essere il sindacato nuovo, direi di laborismo cristiano. Pertanto un sindacato teso a fare rappresentanza in uno schema di lavoro che era profondo, nella sua autonomia. La Cisl non era un soggetto politico, ma era importante per la democrazia. Eravamo dei soggetti che chiedevano riforme, che facevano valere le ragioni dei lavoratori, delle lavoratrici e degli ultimi. Uno slogan di Pierre Carniti recitava: la Cisl o è solidarietà o non è.

Dopo la sua esperienza alla Cisl si è dedicato alla politica e allo sviluppo dei Paesi Africani. C’è una scuola e uno stile Cisl?

Lo stile Cisl è quello della uguaglianza, della fraternità umana. Oggi ho un ruolo nella Fondazione Vittorino Chizzolini, che si occupa di cooperazione internazionale, perché io sento e l’ho imparato nel sindacato, che l’Africa è distinta ma è parte dell’Europa. E noi dobbiamo restituirle ciò che gli abbiamo rubato con il colonialismo, dobbiamo essere partecipi del loro riscatto e del loro sviluppo.

Ai giovani di oggi che cosa direbbe? Li inviterebbe a essere parte del sindacato?

Dobbiamo partire da un presupposto: i giovani italiani di oggi sono meravigliosi. Lo dimostra il fatto che vanno all’estero e si fanno valere, si impegnano nel volontariato e nel no profit. Abbiamo una gioventù meravigliosa, dobbiamo valorizzare quello che sono. Per questo direi loro: impegnatevi nel sindacato per difendere il lavoro e dargli dignità, soprattutto in quest’era digitale. I giovani sono il nostro avvenire, io vorrei che noi anziani ci ritirassimo un po’ nelle retrovie per lasciare spazio a loro. La gioventù interpreta meglio la realtà, se non avessi provato sulla mia pelle i “morsi” del lavoro forse non sarei diventato un sindacalista e la persona che sono. Il lavoro è significa fatica, sofferenza, subordinazione. Per questo serve che i giovani lavorino per liberare il lavoro e si impegnino per la democrazia di questo Paese.

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