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Covid: in 7 giorni a Bergamo aumentati del 12% i positivi, calati i decessi

A oggi il Belgio è il Paese con il maggior numero di vittime di Covid-19 in rapporto alla popolazione, secondo gli ultimi dati della Johns Hopkins University. Segue nella triste classifica il Perù (115 morti ogni 100 mila abitanti), terza l'Italia con 112.

Si conclude oggi la nostra settimana epidemiologica, che monitoriamo tra il martedì e il lunedì successivo. Riscontriamo che i principali parametri che descrivono l’epidemia, da un paio di settimane mostrano una fase di stallo: il calo dei ricoverati (in area medica e terapia intensiva) è più lento del previsto e tende a stabilizzarsi, senza diminuire come auspicato, il numero dei decessi: 4.203 contro 4.405 della settimana epidemiologica precedente. Rimane elevato il carico sul sistema ospedaliero: alla sera del 18 dicembre (dati Agenas) l’occupazione delle terapie intensive era al 33% (soglia di allerta 30%). In linea con la soglia di allerta (40%) il dato dell’occupazione dei posti letto in area medica.

Da rilevare tuttavia che oltre il 50% delle Regioni o Province autonome (Toscana, Marche, Lombardia, Puglia, Lazio, Liguria, Veneto, Friuli, Emilia, Piemonte e Provincia autonoma di Trento) presenta tutt’ora almeno uno o entrambi i valori oltre i livelli di attenzione.

Il numero dei casi testati cresce di poco: da 1.082.429 a 1.128.893 e la curva relativa è sempre appiattita intorno allo 0,9% medio, e sta quindi disegnando una seconda fase di plateau dopo quella di metà novembre. Al di là della reale affidabilità dei dati quotidiani, ribadiamo come molti indicatori abbiano rallentato o interrotto la fase di discesa (peraltro già poco vigorosa) già a partire dal 4 dicembre. Tornando indietro da quella data, per rintracciare una possibile causa in grado di cambiare il corso dell’epidemia, si nota come il 27 novembre sia stato il giorno di inizio della settimana del Black Friday, contrassegnata da assembramenti in molte zone d’Italia. Otto giorni che vanno poco oltre la durata media del periodo di incubazione (4-5 giorni) che intercorre tra la fase del contagio e quella delle prime manifestazioni sintomatiche.

L’interruzione del trend calante, dopo il 4 dicembre, si conferma anche in relazione al numero dei nuovi casi relativi alla sola settimana dal 15 al 21 dicembre, sebbene si sia chiusa con una media giornaliera di 15.847 positivi contro i 16.171 della settimana scorsa, con una differenza quindi irrilevante. Rimane quindi stabile nel tempo su livelli molto elevati, anche in questo caso disegnando un plateau, il rapporto “positivi/casi testati”: abbiamo un indice medio del 23,26% contro il 24,61% precedente.

Altro dato da evidenziare è quello relativo all’indice Rt, che si sta muovendo al rialzo a partire dallo scorso 11 dicembre: attualmente è allo 0,9 ma in Lazio, Lombardia e Veneto è superiore all’1. Stabile l’indice di positività ancora intorno al 10% medio.

I nuovi casi a livello nazionale sono praticamente gli stessi dei precedenti come visto nel dato medio: 110.928 contro 113.195 della settimana scorsa; sul dato incidono i pochi tamponi (87.889) di lunedì 21, che è il numero più basso dal 4 ottobre. La prima settimana epidemiologica con numeri in discesa era stata quella 14-20 novembre, con qualche timido effetto (nuovi casi -2,5%) delle restrizioni introdotte il 6 novembre. Il calo, per quanto molto meno sensibile di quello ottenuto in primavera con il lockdown, era stato del 19,2%, 21,6% e 22,3% nelle settimane successive. Evidente la differenza.

Più evidente il rialzo in Lombardia: nella settimana epidemiologica appena conclusa: sono 15.561 i nuovi casi (+11,7% sui 13.936 del periodo 8-14 dicembre). Si conferma perciò la necessità di abbattere in modo drastico il contagio rispetto ai valori attuali, poiché anche una semplice stabilizzazione dell’epidemia a livello nazionale comporterebbe nel tempo un prezzo certo ed elevatissimo in termini di vite umane. Considerando che la letalità negli ultimi 30 giorni si è attestata al 2,7%, con una proiezione di 30 giorni si cumulerebbero 13.700 decessi come conseguenza diretta delle infezioni totali, circa 510.000, che individueremmo nel periodo.

Negli ultimi 30 giorni l’epidemia ha registrato in Italia circa 550.000 nuovi casi, con una ripartizione del 47,3% per i soggetti di sesso maschile e 52,7% di sesso femminile. La letalità, calcolata su questi dati, è del 2,70%, in rialzo rispetto al 2,18% riscontrato nei 30 giorni chiusi l’8 dicembre scorso. E si confronta con un valore del 3,4% considerando l’intero arco temporale dell’epidemia. Sempre da inizio epidemia la letalità per fascia di età (senza distinzione in base al sesso) mostra il valore più elevato tra gli over 90 (23,3%); seguono i soggetti tra 80 e 89 anni (19,1%); tra 70 e 79 (10,1%); tra 60 e 69 (2,9%); tra 50 e 59% (0,64%) e tra 40 e 49 (0,18%).

L’età mediana dei contagiati negli ultimi 30 giorni è di 49 anni, contro quella di 48 anni calcolata da inizio emergenza. L’innalzamento riflette un maggiore coinvolgimento delle fasce di età più avanzate della popolazione: il 46,6% dei nuovi casi rilevati negli ultimi 30 giorni è relativo a soggetti sopra i 50 anni, il 17,7% agli over 70.

La quota di asintomatici si mantiene oltra la soglia del 50% in tutte le classi di età, con il valore più alto (oltre il 75%) nei bambini tra 2 e 6 anni e quello più basso (poco sopra il 50%) nelle persone tra i 70 e i 79 anni. I casi severi si concentrano in particolare nei soggetti tra gli 80 e gli 89 anni, seguiti da quelli dalle fasce 70-79 e over 90. Sempre negli ultimi 30 giorni sono stati registrati 19.037 casi tra gli operatori sanitari (83.580 da inizio epidemia): il dato deve essere letto in riferimento alla professione, e non al luogo di contagio.

Aumentano i casi nella provincia di Bergamo, dove si sono avuti 819 nuovi positivi, il 12,3% in più rispetto al periodo precedente quando erano 729. Diminuiscono invece i ricoveri in Terapia Intensiva nei nostri ospedali (che non riguardano solo pazienti bergamaschi) da 57 a 45 e i ricoveri in area Covid da 442 a 362. Calano i decessi nella settimana, da 15 a 12, portando il totale a 3.315.

Un rapido aggiornamento anche sull’epidemia di influenza stagionale: continua, a causa dell’emergenza Covid-19, il ritardo delle notifiche in alcune Regioni che potrebbe causare una sottostima dei casi reali. Sulla base dei dati disponibili il Rapporto InfluNet del 16 dicembre (50esima settimana del 2020 dal 7 al 13 dicembre), si conferma un’incidenza delle sindromi simil-influenzali di 1,88 casi per mille assistiti a livello nazionale, al di sotto della soglia basale (anche considerando i valori espressi nelle singole Regioni): nella stessa settimana del 2019 il valore era 3,5 per mille. Per quanto riguarda l’incidenza per fascia di età il dato più elevato si riscontra nei soggetti tra 0 e 4 anni (3,71 per mille); seguono quelli tra 15 e 64 anni (1,83 per mille) e con pari valore (1,37 per mille) quelli tra 5 e 14 e over 65. Il totale dei casi stimati a livello nazionale, al termine della 50esima settimana 2020, è 1.137.100

Per quanto riguarda l’Europa, l’Oms conferma per la terza settimana consecutiva una stabilizzazione della pandemia: trend abbinato a un calo dei decessi per la seconda settimana consecutiva, con l’ultimo periodo in discesa del 4% rispetto al precedente. Il numero dei decessi per milione di abitanti resta però il più elevato a livello globale e supera la soglia dei 60 per milione, spinto in particolare dai dati in arrivo dai Paesi dell’Est e del Sud del Vecchio Continente. La Russia attraversa una fase di concentrazione del contagio nelle due città più popolose, Mosca e San Pietroburgo, e delle relative regione di appartenenza. L’Italia scende in quinta posizione tra i Paesi della regione Europa dell’Oms per numero di nuovi casi (era seconda alla precedente rilevazione) ma sale in prima posizione per il totale dei decessi da inizio epidemia: 69.214.

I dati europei non tengono ancora conto dell’aumento dei positivi degli ultimi tre giorni in cui, come noto, si è avuto un deciso aumento dei casi, soprattutto in Gran Bretagna a causa della variante del Covid-19 da poco rilevata, che sembra trasmettersi più velocemente del 70% della precedente. Alla chiusura di questo report, sappiamo ancora poco su questa mutazione. Di certo è una situazione da monitorare con estrema attenzione.

Con 161 morti ogni 100 mila abitanti, il Belgio è il Paese con il maggior numero di vittime di Covid-19 in rapporto alla popolazione, secondo gli ultimi dati della Johns Hopkins University. Segue nella triste classifica il Perù (115 morti ogni 100 mila abitanti), terza l’Italia con 112, seguita da Spagna (105), Gran Bretagna (99) e USA (95). È invece terzo per il tasso di mortalità rispetto ai contagiati (3,5%), dietro a Iran (4,7%) e Messico (9%). Nel mondo i decessi sono 1.700.000, con gli Stati Uniti al primo posto (315.000), segue il Brasile con 190.000 e l’India con 150.000.

In termini assoluti, invece, il nostro Paese è quinto al mondo per numero di morti con oltre 69 mila vittime dall’inizio della pandemia, dopo Usa, Brasile, India e Messico. La mortalità va distinta dalla letalità, che è il numero di morti positivi al virus sulla totalità dei casi positivi registrati. Una distinzione necessaria per interpretare correttamente i dati. Ha superato quota 77 milioni il numero dei contagi da Covid-19 registrati ufficialmente in tutto il mondo dall’inizio della pandemia.

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