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In quest'anno difficile ci si mettono anche le nuove valutazioni per i piccoli studenti - BergamoNews

Lettere

L'insegnante

In quest’anno difficile ci si mettono anche le nuove valutazioni per i piccoli studenti

I nuovi giudizi: “base”, “avanzato”, “intermedio”, “in via di acquisizione”, sono termini e perifrasi asettici, spogliati di qualsiasi connotazione e valore emozionale. Sono parole astratte, che proprio per i bambini non portano alcuna sintonizzazione emotiva o comprensione emozionale.

Egregio direttore,

sono un’insegnante di scuola secondaria in pensione e nel corso dei miei studi pedagogici ho naturalmente attraversato diverse stagioni (stagioni che sono perennemente in evoluzione) dei criteri e delle categorie valutative sia sul piano teorico sia sul piano della prassi didattica, sperimentando i pro e i contro di vari modelli. Il 4 dicembre 2020 è stata firmata e inviata alle scuole l’Ordinanza n. 172 che prevede il giudizio descrittivo al posto dei voti numerici nella valutazione periodica e finale della scuola primaria, secondo quanto stabilito dal Decreto Scuola approvato a giugno.

Non intendo entrare nel merito della scelta di fondo se siano meglio i voti numerici o i giudizi, una vexata quaestio su cui si cimentano e si pronunciano senza pace da generazioni pedagogisti, educatori, politici.

Vorrei esprimere però una personale riflessione sulla scelta lessicale con la quale saranno definiti già da quest’anno i livelli di apprendimento dei bambini: “In via di prima acquisizione”, “Base”, “Intermedio”, “Avanzato”.

Non è difficile capire da dove provengano queste diciture: sono figlie lontane delle certificazioni internazionali delle competenze linguistiche (si veda il QCER, Quadro Comune Europeo di Riferimento – sviluppato dai primi anni Novanta dal Consiglio d’Europa) volte ad attestare gli standard di padronanza di una lingua. Gli indicatori di competenza formulati da allora in ambito scolastico superiore da ricercatori italiani, partendo soprattutto da studi d’area anglosassone, hanno portato nel tempo all’attestarsi nel lessico pedagogico proprio di tali voci: base – intermedio – avanzato (equivalenti a beginner/elementary, intermediate, advanced). Formule che sono state esportate largamente sia nelle scuole di istruzione superiore come descrittori dei voti numerici sia nelle certificazioni di livello accademico ma anche extrascolastico, come per esempio i diplomi di competenze informatiche.

In questo annus horribilis segnato dal Covid, il governo ha pensato bene di rimettere mano alla valutazione degli alunni più piccoli riportandola dai voti numerici al giudizio descrittivo, con la consueta motivazione che “i bambini non possono essere considerati dei numeri”. Tralasciamo l’evidenza che in molte Stati d’Europa vige la codificazione (alfabetica o numerica) per le scuole primarie e che nemmeno ai nostri insegnanti della scuola secondaria, che pure definiscono le competenze e le conoscenze in numeri, passa per la testa di considerare i nostri ragazzi “dei numeri”.

Ma era lecito pensare che, via i numeri dalla primaria per motivazioni pedagogiche legate all’età, subentrassero parole più vicine alla comprensione dei bambini o quantomeno portatrici di una forza significante. Ora, “base”, “avanzato”, “intermedio”, “in via di acquisizione” sono termini e perifrasi asettici, spogliati di qualsiasi connotazione e valore emozionale. Sono parole astratte, che proprio per i bambini non portano alcuna sintonizzazione emotiva o comprensione emozionale. E senza sintonizzazione emotiva non si suscita il cambiamento, che invece è l’essenza stessa del percorso dell’età evolutiva. Esiste un legame tra emozione e parola, tant’è che anche in psicologia dell’infanzia si parla della necessità di “parole che toccano”, di un linguaggio “che suggerisce ed evoca”, di parole insomma che senza giudicare in qualche misura possano “parlare di noi”.

Questa formule anglofile decise dal governo, invece, idonee a certificazioni di competenze superiori, applicate a bambini dai 6 agli 11 anni non potranno che suonare vuote e distanti proprio ai destinatari, tanto quanto possono suonare forme di “burocratese” a qualche adulto digiuno di didattica.

Se per qualche ragione non si voleva tornare alle qualifiche di qualche stagione fa (sufficiente / buono / distinto / ottimo), la nostra bella e ricca lingua italiana ha senz’altro in serbo molti modi per esprimere i livelli delle competenze, anche dei nostri bambini, e per non farli sentire estranei proprio a quel delicato processo valutativo che aiuta ad acquisire la consapevolezza delle proprie attitudini.

Maria Carla Tenni

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