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Mentre rallenta l'epidemia, focus sulle vittime europee 2020: a Bergamo triste primato - BergamoNews
Report settimanale

Mentre rallenta l’epidemia, focus sulle vittime europee 2020: a Bergamo triste primato

Le cinque province italiane con più casi all’inizio dell'epidemia, ossia Bergamo, Lodi, Cremona, Brescia, Piacenza, sono presenti nelle prime 7 posizioni dell’intero continente, con Bergamo che ha registrato fino ad un picco circa 10 volte il numero dei decessi delle altre settimane

A conclusione della settimana presa in esame, vediamo i dati (che rileviamo tra il martedì e il lunedì successivo) relativi all’intero territorio italiano e alla Lombardia).

Rallenta l’epidemia

Tra l’8 e il 14 dicembre a livello nazionale si conferma il rallentamento dell’epidemia, con i nuovi casi in calo del 19,7% (113.195 contro 141.042 della settimana precedente, -27.847 in valori assoluti). Dinamica più accentuata in Lombardia: il calo dei nuovi casi è del 39,1% rispetto al periodo di rilevazione precedente (13.936 contro 22.880, -8.944). Merita una segnalazione il dato del capoluogo lombardo: Milano città ha segnato una riduzione dei nuovi casi del 37,3% (1.703 contro 2.715, -1.012) e vede scendere ulteriormente il suo peso sul totale regionale: ora 12,2% (ricordiamo che nei momenti di massima espansione dell’epidemia Milano città pesava per il 25% circa sul totale dei nuovi casi regionali).

Meno tamponi

Parallelamente a quella dei nuovi casi individuati prosegue, da inizio novembre, la riduzione dei test eseguiti: nella settimana epidemiologica appena conclusa i tamponi totali sono stati 1.082.429 a livello nazionale, con un calo del 16,6% (-216.035 in valori assoluti) sul periodo precedente (erano stati 1.298.464). In Lombardia i tamponi totali sono stati 154.084, con un calo del 31% (-69.327 in valori assoluti) sul periodo precedente (erano stati 223.411). Ancora più evidente la riduzione dei nuovi casi testati (tamponi eseguiti per la prima volta su un soggetto sospetto positivo): a livello nazionale i tamponi sono stati 459.489 contro 619.017 del periodo precedente (-25,8%). In Lombardia 48.272 contro 78.255 del periodo precedente (-38,3%,). Pur considerando la particolarità della settimana epidemiologica appena conclusa, caratterizzata da due festività infrasettimanali (il 7 dicembre Sant’Ambrogio, patrono di Milano, l’8 dicembre Immacolata Concezione) la riduzione dei test eseguiti è senza dubbio molto rilevante.

Ma non sono tutti segni –

Se quindi da una parte si assiste a un leggero miglioramento per quanto riguarda i nuovi casi, dall’altra è doveroso sottolineare che, oltre alla diminuzione dei tamponi, qui sopra dettagliata, anche l’indice Rt (ora allo 0,8), l’indice della curva (1%) e il rapporto casi/tamponi (10,5%) sono rimasti pressoché invariati (dati medi del periodo); tutti segnali che indicano che siamo ancora in una fase critica. Anche il dato sull’incidenza dei casi ogni 100.000 abitanti, pur sceso da 590 a 450, risulta essere ancora piuttosto elevato. Se a tutto ciò aggiungiamo il fatto che quasi tutta Italia sia in Zona Gialla e le imminenti festività natalizie, è chiaro che gli inviti a comportamenti adeguati a una estrema prudenza sono d’obbligo.

I ricoveri in terapia intensiva

Questa settimana sono disponibili i dati della Protezione Civile riguardanti gli ingressi/uscite in Terapia Intensiva; dalla loro analisi possiamo notare che se per differenza calcoliamo le uscite dalle T.I. e li confrontiamo con i decessi, il rapporto è di 1:3, se consideriamo inoltre che qualcuno uscirà guarito o meno grave, è evidente che meno del 33% dei decessi passa per la Terapia Intensiva. Da ciò possiamo evincere che assumono ancor più importanza anche i posti letto in area medica. Un’altra considerazione è che il ricambio dei ricoverati in T.I. è lento: nei primi 10 giorni del mese le entrate sono state in media il 5% e le uscite il 6%. Anche da questo si può capire il perché in molte regioni siamo ancora oltre la soglia di allerta nelle Terapie Intensive. In termini assoluti le persone attualmente ricoverate in T.I. sono 3.095.

Focus sui decessi 2020

Per comprendere con precisione il reale impatto della pandemia sulla salute pubblica, più che ai totali quotidiani o aggregati dei decessi dovremo ricorrere ai numeri che misurano le eccedenze di mortalità rispetto alla media degli ultimi anni. Solo in questo modo e grazie a dati completi e solidi, visto che riflettono la totalità della popolazione italiana e delle singole aree geografiche in un arco temporale molto esteso, riusciremo a valutare la mortalità (diretta e indiretta) indotta dalla Covid-19. Non la letalità, quindi, che misura i decessi rispetto ai casi individuati, ma detto in modo semplice “il totale delle morti che si discostano da quelle degli anni precedenti”.

I primi dati disponibili (Istat-Ministero della Salute) si riferiscono per ora al periodo gennaio – settembre 2020. È importante osservare che nei primi due mesi del 2020 (pre-Covid) la mortalità si era mantenuta a livelli inferiori rispetto alla media del periodo 2015-2019. L’inversione di tendenza risulta evidente soprattutto tra marzo e maggio, in particolare nelle Regioni più colpite dalla pandemia. La dinamica al ribasso rispetto alla media degli anni precedenti torna poi a manifestarsi nel periodo giugno-luglio, con l’esaurimento degli effetti della prima ondata pandemica. A livello nazionale nel periodo gennaio-settembre, a fronte dei 35.894 decessi certificati per Covid-19 (dato Regioni, Ministero della Salute, Iss alla sera del 30 settembre) è stato registrato un eccesso di mortalità di 47.509 persone (+32,35% rispetto ai soli decessi Covid, +9% rispetto alla media delle mortalità generale 2015-2019).

Nella Regione più colpita, la Lombardia, i 16.955 decessi legati all’epidemia (dato Regioni, Ministero della Salute, Iss alla sera del 30 settembre) si confrontano con i 35.599 dell’eccedenza di mortalità (+109,96% sui soli decessi Covid, +35,3% sulla media della mortalità generale 2015-2019).

I dati saranno completi solo quando rifletteranno l’intero anno, perché nella prima fase dell’emergenza il virus ha avuto una circolazione molto limitata in varie zone del Paese, in particolare al Centro e Sud. Nella seconda fase, che stiamo ancora attraversando, la diffusione è stata invece più omogenea in tutto il territorio nazionale. Le possibili interpretazioni di questi importanti scostamenti sono tre: la differenza è causata da decessi Covid-19 che non sono stati conteggiati nella casistica ufficiale; la differenza è causata da decessi per altre patologie, che non hanno trovato adeguata risposta terapeutica a causa della saturazione degli ospedali e delle terapie intensive; la differenza è causata da una combinazione delle prime due ipotesi. Sottolineiamo come un’eventuale eccedenza di mortalità legata a mancata o ritardata prestazione sanitaria farà vedere i propri effetti non solo nel 2020, ma anche nei prossimi anni. Soprattutto nel caso delle malattie croniche le ricadute saranno infatti visibili nel corso del tempo, con un’eccedenza di mortalità legata ai decessi “anticipati” a causa del ritardo terapeutico. Detto in modo più semplice: si muore prima perché ci si è curati troppo tardi.

A Bergamo il maggior numero di vittime

Un’altra analisi su quello che è successo, più specifica riguardo alla prima ondata, la vediamo attraverso i dati concernenti l’Europa, quando il virus circolava liberamente e i decessi che ha generato erano elevati prima che venisse contenuto. I dati che seguono sono decessi per tutte le cause e tutti sono accumunati da un evidente picco in primavera.

Riprendendo i dati Eurostat sui decessi settimanali, limitandoci al solo 2020 e andando nel dettaglio geografico e per età, vediamo le aree geografiche che hanno avuto più variabilità tra le settimane: osservando il livello provinciale (o equivalenti per gli altri Paesi), si scopre che le cinque province italiane origine della pandemia in Italia (quelle con più casi all’inizio, ossia Bergamo, Lodi, Cremona, Brescia, Piacenza) sono presenti nelle prime 7 posizioni dell’intero continente, con Bergamo che ha registrato fino ad un picco circa 10 volte il numero dei decessi delle altre settimane; sono poi presenti poi 4 spagnole e 1 del Regno Unito.

Dettagliando per classi di età e quindi “da 60 a 79 anni”, “80 e oltre” e la somma delle due (questo perché per età più basse l’eccesso di mortalità non c’è stato), si evince che anche in queste suddivisioni le province italiane sono le più presenti (con Bergamo sempre prima), a completamento quelle spagnole e un paio di inglesi.

Spostandoci ad un livello geografico più aggregato, l’equivalente delle regioni, in questo caso la comunità di Madrid è quella col picco più elevato, l’Italia è presente con Lombardia e Valle d’Aosta e poi tutti e 5 distretti dell’area metropolitana di Londra.

Vediamo ora come l’Europa sta pagando in termini di decessi questa seconda ondata. Gran Bretagna, Austria, Svizzera, Svezia e Belgio sono gli Stati che sono vicini al secondo picco, leggermente sotto troviamo Olanda, Francia e Germania; la mortalità è più contenuta nelle altre Nazioni.

Per quanto riguarda i Paesi dell’Est, c’è innanzitutto da sottolineare che in primavera essi hanno registrato un numero di contagi bassi, per cui la seconda ondata è per loro quelle a principale e in molti casi (Lituania, Bulgaria, Repubblica Ceca, Ungheria e Polonia) si stanno osservando eccessi di mortalità.

Le scelte per prevenire la terza ondata

Oltre i decessi sono in aumento anche i positivi in molti di questi Paesi; è per questo che alcuni sono corsi ai ripari contro una eventuale terza ondata di Coronavirus all’inizio del 2021: già dai prossimi giorni, infatti, dalla Germania all’Olanda, passando per Londra e la Spagna, scatteranno restrizioni e in alcuni casi veri e propri lockdown con l’obiettivo di tenere bassa la curva epidemiologica ed evitare che una nuova impennata di contagi metta a repentaglio l’inizio delle campagne vaccinali.

Anche a New York è imminente la decisione che porterà a restrizioni dure. Gli Stati Uniti, d’altra parte, sono lo Stato con il maggior numero di casi (16.253.000) e di decessi (300.000). Sommando i quasi 10milioni di positivi in India e i quasi 7 in Brasile, questi tre Paesi hanno da soli quasi la metà dei casi totali nel mondo, attualmente oltre i 73 milioni.

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