"Il virus del Covid, arma perfetta della Cina contro il Tibet" - BergamoNews
L'intervento

“Il virus del Covid, arma perfetta della Cina contro il Tibet”

Nel Coronavirus Pechino ha trovato l'occasione e l'arma perfetta; non solo per le sue mire di dominio geopolitico nel mondo, ma anche per cercare di rendere ancora più micidiale la sua disinformazione, la sua propaganda, l'eradicazione di ogni lingua, cultura, religione, ed etnia nel territorio cinese che non corrisponda alle caratteristiche della razza Han.

L’ambasciatore Giulio Terzi è intervenuto martedì 8 dicembre al China’s Human Rights Violations and expansionist Agenda, pubblichiamo il suo intervento.  

Caro Presidente dell’Associazione Italia-Tibet, Dottor Claudio Cardelli,
cari Amici del popolo tibetano, di tutti i popoli che soffrono da decenni a causa del regime comunista cinese,
Amici dei popoli che ancora di più soffrono a causa della orrenda strumentalizzazione da parte di Pechino del virus originato in Cina, negato dalla Cina, ma diffusosi per responsabilità provate, documentate e inconfutabile del Governo di Xi Jinping.

Essere con Voi oggi, come è stato da sempre e come continuerà ad essere fin quando la libertà tornerà a risorgere nei paesi che sono a Voi cari e che sentite la Vostra Patria, essere con Voi oggi significa, partecipare, ed essere protagonisti attivi, non soltanto testimoni, di un’epocale rivolta non violenta – e proprio per questo inarrestabile – contro il regime più genocidiario di questo XXI Secolo: la Cina comunista di Xi Jinping. Essa ha voluto disseppellire dall’inferno della terra l’orrore dei genocidi nazisti del XX Secolo, per riaffermarli in questo Secolo.

La nostra missione è prima di ogni altra cosa quella di illuminare le coscienze degli indifferenti, dei pigri, dei rinunciatari, dei codardi. Dobbiamo riaccendere la luce della verità, così che essi non possano più fingere di non capire, né più continuare a vendere le loro coscienze.

Quando l’Olocausto alla fine della Seconda Guerra Mondiale stava finendo di compiersi un pastore, protestante, Martin Niemöller, condannò l’inerzia degli intellettuali tedeschi con parole rimaste scolpite nella storia.
Disse Niemöller: “Quando i nazisti presero i comunisti/ io non dissi nulla/ perché non ero comunista./ Quando rinchiusero i socialdemocratici/ io non dissi nulla/ perché non ero socialdemocratico./ Quando presero i sindacalisti,/ io non dissi nulla/ perché non ero sindacalista./ Poi presero gli ebrei,/ e io non dissi nulla/ perché non ero ebreo./ Poi vennero a prendere me./ E non era rimasto più nessuno che potesse dire qualcosa”.

La Comunità internazionale sta facendo da molti anni nei confronti dei genocidi pianificati e attuati dalla Cina Comunista esattamente lo stesso di quanto denunciava il pastore Niemoller a proposito degli intellettuali del suo paese.

Il genocidio che il regime comunista cinese ha avviato da decenni in Tibet e da diversi anni in Xinjiang si è intensificato e accelerato con la pandemia. Nel Coronavirus Pechino ha trovato l’occasione e l’arma perfetta; non solo per le sue mire di dominio geopolitico nel mondo, ma anche per cercare di rendere ancora più micidiale la sua disinformazione, la sua propaganda, l’eradicazione di ogni lingua, cultura, religione, ed etnia nel territorio cinese che non corrisponda alle caratteristiche della razza Han.

La pandemia ha accresciuto le ripugnanti falsità del regime comunista che rappresenta il Tibet come un nuovo paradiso in terra. Non è il paradiso in terra, ma il suo esatto contrario, è l’inferno.

È diventata nuovamente impressionante la sequela di auto immolazioni (oltre centosessanta) che gettano una luce implacabile sulla disperazione del Tibet. Alla militarizzazione dell’intera regione, con più di mezzo milione di soldati cinesi che la occupano in permanenza da molti anni, si è aggiunta la recente durissima campagna di militarizzazione dei campi di lavoro in Tibet che rinchiudono molte centinaia di migliaia di tibetani.

Un recente rapporto  dell’autorevolissimo ricercatore indipendente Adrian Zenz dimostra che – con  il pretesto di alleviare la povertà in Tibet – la Cina  costringe migliaia di tibetani  al lavoro forzato attraverso un sistema militarizzato: un finto sistema di formazione professionale, attuato per sopprimere praticamente la cultura tibetana, impedire la religione tibetana , obbligare i tibetani a cedere le loro terre e mandrie a società gestite dal governo, per trasformare i pastori e i contadini tibetani in lavoratori forzati.

La comunità internazionale è rimasta in silenzio persino quando esattamente nella fase in cui il Tibet stava sempre più drammaticamente subendo i campi di lavoro forzato per ordine di Chen Quanguo, che è stato Segretario del PCC nel 2011-2016 per la Regione Autonoma del Tibet, Pechino ha affidato allo stesso dirigente comunista la creazione dei campi di lavoro forzato e dei lager nello Xinjiang.

I lavoratori trasferiti vengono assegnati a lavori a bassa retribuzione nella costruzione di strade, in miniere, nei lavori più duri. Gli schemi del lavoro forzato in Tibet sono stati riprodotti Chen Quangou nello Xinjiang.

Il progetto «in stile militare» (军旅 式, junlüshi) per il Tibet, include indottrinamento forzato e sistemi di sorveglianza intrusiva.

L’Alleanza interparlamentare per la Cina (IPAC) ha pubblicato a settembre, una dichiarazione firmata da moltissimi parlamentari di diversi Paesi. L’IPAC opera per denunciare ciò che avviene in Cina e per iniziative politiche da parte di ciascuno dei 18 Paesi che rappresenta. “Il Rapporto di Adrian Zenz”, ha scritto l’IPAC, “è l’ultima di una serie crescente di prove che documentano le gravi violazioni dei diritti umani in Tibet, dove la situazione della libertà religiosa, della persecuzione politica sistematica e dell’assimilazione culturale forzata della popolazione tibetana autoctona è venuta nei decenni sempre più deteriorandosi”.

In Tibet il PCC usa l’espressione «formazione professionale» esattamente come fa nello Xinjiang. Come nello Xinjiang, l’obiettivo del PCC sarebbe la riforma della presunta “arretratezza di pensiero” dei tibetani e la loro “tradizionale pigrizia”. Questa propaganda comunista rivela apertamente il «genocidio culturale» ‒ argomento centrale del Rapporto Zenz sulla Cina, che fa della lotta per la libertà culturale nello Xinjiang, nel Tibet e nella Mongolia meridionale, una causa unica.

L’IPAC chiede specificamente ai Governi occidentali di affrontare il problema attraverso sanzioni mirate «tipo Magnitsky Act Americano» contro i responsabili delle così gravi violazioni dei diritti umani; i Governi devono ben spiegare i rischi che corrono le imprese che si riforniscono in Tibet e in Xinjiang, e devono vietare l’importazione di componenti e di beni prodotti dal lavoro forzato. Il Global Magnitsky Human Rights Accountability Act, consente agli Stati Uniti di sanzionare quanti si macchiano di tali atrocità. È già avvenuto nei confronti di quattro alti funzionari del PCC nello Xinjiang, e dell’ex Segretario del Partito Comunista del Tibet, nonché di alti funzionari contro i funzionari del PCC in Tibet.

Giulio Terzi di Sant'Agata - Foto profilo Facebook

Il PCC ha internato più di un milione di musulmani dello Xinjiang macchiandosi di un orribile genocidio culturale ed etnico contro il popolo uiguro. Demolisce i templi buddhisti e taoisti, così come le chiese e le croci, confisca e brucia copie della Bibbia e altera persino le Scritture, cacciando i missionari stranieri e arrestando i cristiani. Il Partito ha portato a termine numerose operazioni speciali che hanno avuto per bersaglio la Chiesa di Dio Onnipotente e ha arrestato più di un milione di cristiani.

Nello Xinjiang, in Tibet e nella Mongolia Interna, le cosiddette «regioni autonome», la lingua, la cultura e la religione di chi non è Han sono annientate: ricorrendo su larga scala a detenzione di massa, esecuzioni extragiudiziali e stupro sistematico, le sterilizzazioni forzate delle donne. Non si tratta più di un genocidio «culturale».
È un genocidio nazista riprodotto nella sua versione comunista del XXI secolo.

Mao aveva deciso le «nazionalità riconosciute» (minzu) a cui andavano alcuni diritti limitati circa l’uso della lingua e la conservazione di parti selezionate della loro cultura. Alla fine i minzu riconosciuti risultavano essere 55. Si trattava già di un «genocidio di carta», perché in Cina esistono centinaia di gruppi contraddistinti da lingua e cultura proprie, non solo 55. L’esistenza di altri gruppi etnici oltre i 55 minzu è stata semplicemente ignorata, oppure sono stati accorpati alle 55 nazionalità riconosciute.

Dal 2014 Xi Jinping è persino riuscito a superare il sanguinario regime di Mao. Xi ha posto fine a qualsiasi speranza annunciando che anche il numero dei minzu esistenti sarà ulteriormente ridotto, quindi procedendo alla sistematica eliminazione genocidiaria di diversi gruppi linguistici e culturali.

Il genocidio viene nascosto nel linguaggio del PCC sotto la definizione «politiche etniche di seconda generazione». Con ciò, persino le misure che consentivano una protezione limitata alle lingue e culture minzu devono ora scomparire.

Come ha perfettamente spiegato nei suoi articoli per Bitter Winter il Professor Massimo Introvigne, Xi Jinping e i leader del PCC sono ossessionati dalla caduta dell’Unione Sovietica. Per loro, capire cosa è andato storto è letteralmente una questione di vita o di morte perché il loro problema è evitare che il PCC condivida la sorte dei partiti comunisti nell’Europa orientale. Xi Jinping ritiene che le ragioni della caduta del comunismo in Russia e nei paesi vicini siano ascrivibili anche alle libertà concesse alla religione. Per questo motivo Xi continua a reprimere la religione e fa riferimento a Stalin nei suoi discorsi e scritti.

L’Europa e l’Italia, insieme agli Stati Uniti e a tutte le democrazie liberali che la Cina vuole distruggere devono agire, nella coscienza che dopo il Tibet, Lo Xinjiang, la Mongolia cinese, e Hong Kong, il comunismo cinese si volterà ferocemente anche contro di loro, contro di noi.

 

Giulio Terzi di Sant’Agata*, bergamasco, è un diplomatico e politico italiano, già Ambasciatore negli Usa e Ministro degli esteri nel governo Monti.

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