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Da "Anna Karenina" a "Mosè": il 1974 si apre e si chiude in grande - BergamoNews
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Da “Anna Karenina” a “Mosè”: il 1974 si apre e si chiude in grande

A raccontare sul piccolo schermo il cupo destino di Anna Karenina è il regista Sandro Bolchi, che si avvale dell’intensità senza sbavature dell’interpretazione di Lea Massari. Mentre Burt Lancaster è il protagonista dello sceneggiato religioso

Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo”. Epigrammatica, la prima frase del romanzo di Tolstoj, “Anna Karenina”, contiene in sé il tema centrale dell’opera: l’impossibile ricerca della felicità nell’aggrovigliarsi di misteriosi drammi morali, come la passione di Anna per il brillante e fatuo Vronskji. Anche l’omonimo sceneggiato, in onda dal 1974, mostra benissimo il ritratto di una donna coraggiosa e spregiudicata, capace di mettere in gioco (e di perdere) tutto ciò che ha di più caro, in nome del grande amore. La storia di una lotta impari, tra la libertà e il senso di colpa, tra la “regola” e “l’eccezione”, forse impossibile da sostenere, se non a prezzo dell’infelicità.

A raccontare sul piccolo schermo il cupo destino di Anna Karenina, ancora con l’eleganza del bianco è il regista Sandro Bolchi, che si avvale dell’intensità senza sbavature dell’interpretazione di Lea Massari, che quasi da sola regge l’intera vicenda. La Massari è comunque sostenuta da un cast di primordine: Giancarlo Sbragia, Pino Colizzi, Sergio Fantoni, Valeria Ciangottini, Marina Dolfin, Mario Valgoi, Flora Lillo, Sergio Graziani, Elisa Cegani, Caterina Boratto, Nora Ricci. A far palpitare i cuori, insieme con quello della protagonista, le musiche di Piero Piccioni, che attraversano le sei puntate, trasmesse dal 10 novembre, lasciandosi dietro una profonda, autentica commozione.

Una produzione che confermava il ruolo didattico del servizio pubblico, che con uno strumento potente come la televisione, riusciva ad avvicinare ai classici della letteratura il grande pubblico. E in questo senso vale la pena di sottolineare il ruolo importante giocato dalla durata dello sceneggiato che permetteva aderenza all’opera e possibilità di approfondimenti che il tempo del cinema non consentiva e non consente. La RAI si affannava ancora a mantenere in vita un genere in cui cominciava a non credere più.

Tratto dall’omonimo romanzo del 1908 di Grazia Deledda, lo sceneggiato “L’Edera”, diretto da Giuseppe Fina, e trasmesso in tre puntate dal 10 novembre, porta sul piccolo schermo la drammatica storia della fantesca Annesa. “L’edera” è l’esempio perfetto per descrivere in che maniera gli sceneggiatori e i registi degli” sceneggiati di una volta” si siano immersi nelle pagine romanzate, e in che maniera le abbiano riadattate, ma mantenendo intatta l’attinenza al racconto. Anche il lavoro di Fina è a dir poco stupefacente: il regista riporta di continuo intere frasi estratte dal libro, dimostrando così di aver colto il tono grave e melodrammatico ricercato dalla scrittrice per la narrazione dei fatti riportati. Fina è puntiglioso e decide di introdurre la storia partendo da una vicenda parallela che nel romanzo deleddiano appare solamente di profilo: la scomparsa del figlio del pastore, Santus, e la conseguente denuncia alla caserma dei carabinieri.

L’intera storia si svolge in un paese della Sardegna all’inizio del XX secolo. Lo sfondo della narrazione è il decadimento tanto della nobiltà sarda quanto quello economico del posto e si snoda attorno ad Annesa (Nicoletta Rizzi), la giovane protagonista condotta all’omicidio dal disperato amore per il padrone, afflitto da guai finanziari. Tra gli interpreti Elio Jotta, Ugo Pagliai, Antonio Pierfederici, Carlo Ninchi, Fosco Giachetti, Cinzia De Carolis.

Era comune in questi casi e per gli sceneggiati di questa caratura, che la troupe, numerosa e munita di pesanti attrezzature, girasse i lavori d’interni con realistiche ricostruzioni in studio mentre per quelle d’esterni si andasse in loco in numero ridotto per registrare immagini e rumori d’ambiente. Per questo motivo le scene d’esterni di vita cittadina e bucolica furono girate in gran parte nel centro barbaricino d’Orgosolo, simbolo da sempre di quella parte della Sardegna che meglio è riuscita a mantenere intatta buona parte della sua tradizione.

Quando arrivò “Il Dipinto” diretto da Domenico Campana, avevamo già visto sceneggiati che ci lasciavano sgomenti e un poco impauriti come, per esempio, “Belfagor” “Il Segno del Comando“, “Ho incontrato un’ombra” ma, forse, la RAI con questa produzione calcò troppo la mano con uno sceneggiato terrorizzante, dalle tinte così scure che spalancava le porte dell’occulto.

Questi forse sono i motivi per i quali lo sceneggiato da allora, tranne qualche replica negli anni immediatamente successivi, non è più stato trasmesso.

Mentre il “Segno del Comando” racconta una storia dal raffinato gusto gotico-romantico, “Il Dipinto“, in sole due puntate il 19 e 21 novembre, lo fa con un ritmo televisivo ma vertiginoso, che colpisce dritto al cuore con una serie di sequenze shock; la magia non aleggia attorno a fatti e personaggi, ne fa parte e tutti ne sono coinvolti. L’interessante sceneggiato giallo-parapsicologico è quindi chiaramente figlio di un momento storico in cui certe trame trovavano ancora il consenso del pubblico e che ritroveremo solo molti anni dopo. Qui gli ingredienti ci sono tutti: l’episodio accaduto nel passato, la seduta spiritica, le apparizioni, i morti ammazzati, l’enigma del misterioso personaggio che gira per le strade di Ratisbona (questo il luogo in cui si svolge la storia, anche se parte delle riprese sono state girate a Milano), con un quadro sottobraccio raffigurante una mano enorme. E poi l’ambiguo pittore, che sembra l’emissario di qualcosa di maligno, il cui solo passare incute paura e sgomento inspiegabili ed incontrollabili; e ancora: dopo la sigla iniziale, con obiettivo a fuoco sul pittore, vediamo il terrore sul volto di una donna che fugge impaurita e poi lo sceneggiato si tinge di rosso con il crudele omicidio di una modella.

Nella narrazione assistiamo anche ad avvenimenti al limite dalla realtà: incubi, sedute spiritiche, fantasmi, menti sconvolte da forze ultraterrene e strani fenomeni soprannaturali; come vediamo in un’altra indimenticabile sequenza, quella in cui l’ispettore, affacciato alla finestra del Commissariato in una serata in cui lampi e tuoni fanno sussultare il cuore, scorge tra la pioggia battente la donna assassinata qualche giorno prima che lo guarda fisso con un sorriso raggelante e subito dopo è il sinistro pittore con il quadro sottobraccio che si allontana da quel luogo. Interpreti: Carlo Hintermann, Gerardo Amato, Marianella Laszlo, Maria Grazia Grassini, Walter Maestosi, Mauro Di Francesco, Roberto Herlitzka, Margherita Guzzinanti.

burt lancaster mosè (Wikipedia)

Venerdì 13 dicembre sul Secondo canale va in onda il giallo “Tre minuti a mezzanotte”. Adattamento televisivo e regia di Giuseppe Fina. Con Franco Graziosi nel ruolo del Dottor Alan Forrest, Franco Aloisi (Reg Cartright), Ugo Pagliai (Roy Collier), Marino Campanaro (Peter Austen), Ilaria Guerrini (Sally Thomas), Gianni Mantesi (Ispettore Bickford). È un giallo all’interno di un giallo, con un rimescolamento dei ruoli che sembrano definiti.

I protagonisti principali sono Roy Collier e Sally Thomas. Roy è un attore affermato accusato di aver ucciso la propria moglie e di essere malato di mente, pertanto viene rinchiuso in un manicomio criminale. Riesce a fuggire e si rifugia in casa di Sally Thomas, dove conta di restare nascosto per 28 giorni, termine necessario per essere prosciolto e ottenere quindi che il suo caso venga riesaminato. Dopo il primo giorno, tra i due si stabilisce un legame di odio-attrazione, finché la donna gli si concede. Durante la notte, Roy si sveglia e scopre nella vasca del bagno, il cadavere del marito di Sally… Questa la partenza del giallo, in cui non si capisce chi sia pazzo davvero e chi no, e chi sia veramente un assassino e chi no.

Lo sceneggiato “Jack London l’avventura del grande Nord” racconta del viaggio che lo scrittore americano compì per raggiungere la capitale dell’oro, Dawson, nell’Alaska al confine con il Canada, insieme a gruppi di uomini rudi e senza scrupoli, avvenuta nel 1897. Paesaggi innevati e splendidi in cui i cani lupo decidono spesso il destino dei loro padroni e in particolare uno di loro, prima punito e poi coccolato, diventa l’ago della bilancia del racconto dei gruppi d’avventurieri che, alla notizia del ritrovamento di un ricco giacimento aurifero, erano partiti alla ricerca di una facile fortuna e di emozionanti avventure. Per la maggior parte di essi, questa corsa all’oro rappresentò un fallimento e molti trovarono la morte nelle desolate e gelide solitudini dell’artico; per London, invece, fu l”’avventura” per eccellenza, l’episodio che fece di lui definitivamente un uomo e un grande scrittore.

Viene trasmesso in sette puntate dal 17 dicembre. Scritto da Angelo d’Alessandro, Piero Pieroni e Antonio Saguera, con la regia dello stesso d’Alessandro e interpretato da Orso Maria Guerrini (nel ruolo di Jack London), Arnaldo Belfiore (Fred Thompson), Andrea Checchi (Matt Gustavson), Husein Ciokic (Jim Goodman), Carlo Gasparri (Merrit Sloper).

Verso la metà degli anni Settanta, si registrano due grandi produzioni televisive a carattere religioso, realizzate con grandi investimenti e cast internazionale, garantendosi dunque una visione in molti Paesi europei e negli Stati Uniti, grazie anche ad un successivo adattamento cinematografico. Si tratta dello sceneggiato “Mosè” (1974) di Gianfranco De Bosio e di “Gesù di Nazareth” (1977) di Franco Zeffirelli. Opere interessanti da prendere in esame perché, anzitutto, costituiscono un apice della produzione televisiva nel percorso di avvicinamento al cinema, sia per l’impiego dei mezzi, per le riprese, per il cast artistico e per il linguaggio utilizzato, sia perché effettivamente entrambe le opere hanno goduto di una seconda vita cinematografica.

Le due produzioni sono anche una sorta di “soglia di epilogo”, perché in quegli anni si determinerà un forte cambiamento nel sistema televisivo e nei contenuti. Inizia una nuova fase della televisione, denominata “Neotelevisione”, che condizionerà e muterà generi e produzioni del piccolo schermo. La ricercatezza formale, la cura per l’aspetto scenografico e visivo, collocano lo sceneggiato al confine con le produzioni cinematografiche internazionali, con un evidente richiamo ai kolossal hollywoodiani, qui impreziosito però da una attenzione artistica maggiore.

Mosè”, diretto da Gianfranco De Bosio, si sofferma sull’episodio biblico dell’Esodo, raccontando l’epico cammino dall’Egitto alle terre della Palestina, dalla strage di bambini ebrei al lungo viaggio attraverso i deserti del Sinai, le terre di Canaan, cammino guidato dalla figura di Mosè. Nasce come produzione televisiva di sei episodi, in onda tra il 1974 e il 1975, che vede poi nel 1976 un passaggio al cinema con una versione ridotta (141 minuti). Il “Mosè” di De Bosio ricostruisce in modo semplice ed insieme vigoroso, le vicende dell’Esodo, legate alla esperienza religiosa e alla sua personalità. L’esigenza di presentare l’Esodo ad un vasto pubblico ha fatto accentuare l’aspetto puramente terreno e politico del messianismo mosaico.

Lo sceneggiato è una coproduzione italo-britannica, Rai e ITC. La sceneggiatura è stata scritta da Anthony Burgess, Vittorio Bonacelli, Gianfranco De Bosio, Bernardino Zapponi, sulla traccia del libro dell’Esodo. Il cast comprende dei noti attori dell’epoca, da Burt Lancaster per il ruolo principale a Irene Papas, Mariangela Melato, Anthony Quayle e Laurent Terzieff nel ruolo del faraone. Il giovane Mosè è interpretato dal figlio di Lancaster, William. Altri Interpreti: Ingrid Thulin, Marina Berti, Mario Ferrari, Michele Placido. Gli esterni sono stati girati in Israele nel deserto del Negev, nella campagna laziale (Tarquinia, Maremma) e a Sabaudia per la scena dei palmeti sulle sponde del fiume Nilo. Dal 22 dicembre sul Programma Nazionale.

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