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Scaglia: "A Bergamo troppe le giovani donne che non studiano e non lavorano" - BergamoNews
L'intervista

Scaglia: “A Bergamo troppe le giovani donne che non studiano e non lavorano”

Nella nostra provincia sono il doppio rispetto agli uomini, il presidente di Confindustria: "Un dato che mi preoccupa molto"

L’occupazione femminile a Bergamo ha l’aspetto di una vera emergenza su cui accendere (e tenere puntati) i riflettori. Secondo i dati Istat (2019), nella nostra provincia lavora il 54% delle donne – a fronte del 79% degli uomini –, un dato al di sotto della media lombarda (pari al 58%) e tra i più bassi del nord Italia. Ciò avviene in una delle province che pur vanta un tasso di disoccupazione pari a 3,5%, il più basso tra quelle italiane ad eccezione di Bolzano. Ergo, a Bergamo si lavora molto, ma lavorano poco le donne, una su due.

In Italia, la situazione è simile con una differenza tra il tasso di occupazione femminile (50%) e quello maschile (68%) di 18 punti percentuali.

Ne abbiamo scritto più volte e continueremo a farlo, ponendo domande e cercando risposte. Dando spazio ad analisi, proposte, istanze; valorizzando buone pratiche.

Un osservatorio privilegiato è senz’altro quello delle associazioni datoriali, che rappresentano chi il lavoro lo crea, lo offre, lo organizza e cioè le imprenditrici e gli imprenditori. Ne abbiamo parlato con Stefano Scaglia, presidente di Confindustria Bergamo che sulla questione ha le idee molto chiare. In sintesi, incrementare l’occupazione femminile è centrale; lo è sia per ragioni di opportunità, perché il lavoro delle donne vale, è volano di crescita e porta ad un aumento della produttività e della competitività, sia per necessità, considerando che tra 15 anni l’Italia perderà, per questioni demografiche e di invecchiamento della popolazione, ben 3 milioni di forza lavoro.

Come farlo è la vera questione. “Occorre creare opportunità di partecipazione delle donne al mercato del lavoro, continua Scaglia. In cima alla catena della responsabilità c’è la politica e ci sono le istituzioni. Le imprese non si sottraggono e sono impegnate a fare la loro parte.”

Da dove partire? Senza dubbio, per il presidente degli industriali orobici, dall’orientamento scolastico verso una formazione che possa garantire sbocchi professionali. “Nel nostro mercato del lavoro, che è quello tipico di una provincia a forte vocazione manifatturiera, c’è un disallineamento tra domanda e offerta di lavoro, tra la richiesta di profili tecnici e specialistici che si faticano a trovare e competenze che non riescono a collocarsi sul mercato. Questo vale per gli uomini e, a maggior ragione, per le donne, che si orientano ancora troppo poco alla formazione tecnica”.

Secondo i dati dell’Istituto scolastico provinciale, la prima scelta delle giovani bergamasche è il liceo, dove rappresentano il 63% degli iscritti, a seguire gli istituti tecnico commerciali (60%) e, fanalino di coda e pur dalla flebile luce, gli istituti industriali dove le studentesse sono solo l’11% della popolazione scolastica. Ancora troppo poche anche le donne che scelgono corsi di laurea in ingegneria (in Unibg, il 30% degli iscritti a.a. 2018/2019) e nelle materie tecnico-scientifiche.

Ma il dato che preoccupa di più il presidente Scaglia è quello relativo alle giovani donne che non studiano né lavorano.

I Neet (acronimo inglese di Not engaged in Education, Employment or Training) sono i giovani della fascia d’età 15-29 anni che non sono impegnati nello studio, né nel lavoro né nella formazione. Ebbene, nella provincia di Bergamo le giovani donne che si trovano in questa condizione sono il 23,4%, quasi il doppio rispetto ai giovani uomini (12%), su una popolazione Neet totale di circa 25mila unità.

“Questo dato lo considero ancor più preoccupante del tasso di occupazione femminile – aggiunge Scaglia – poiché essendo depurato dal tema delle dinamiche famigliari, che sopraggiungono mediamente nella fascia d’età 30-40 anni, indica che una quota non trascurabile di giovani donne sono estremamente scoraggiate tanto da non cogliere alcuna opportunità né di studio o formazione né di lavoro. Ciò dimostra che abbiamo un problema di orientamento scolastico e di tipologia di istruzione e formazione. Occorre agire con determinazione in questa direzione, liberando opportunità”.

Orientamento che è indispensabile anche “per sbloccare modelli culturali e stereotipi di genere legati al lavoro. Oggi non c’è più alcuna ragione per associare un mestiere al genere. La tecnologia, nella maggioranza dei casi, ha sostituito o comunque è capace di supportare qualsiasi capacità fisica. Confindustria Bergamo è impegnata a far passare questi messaggi e indirizzare alle professioni tecniche sin dalle scuole elementari e medie, in collaborazione con l’Istituto scolastico provinciale.”

Un impegno, quello dell’Associazione, per sviluppare le competenze più richieste dal mercato e per attrarre sempre più talenti femminili nelle aziende, moltiplicando di conseguenza le opportunità di carriera per le donne. Perché anche su questo fronte il divario di genere si fa sentire.

Nelle aziende bergamasche sono ancora poche le donne in posizioni apicali. Per esempio, Bergamo è sesta nella graduatoria delle province lombarde per cariche direttive femminili con il 24% (sul totale delle cariche), leggermente sopra il dato della Lombardia (23%). In valore assoluto, significa 18.300 donne manager sulle 161 mila lombarde.

Se focalizziamo il settore manifatturiero, Bergamo, in valore assoluto, è la seconda provincia lombarda, dopo Milano per numero di donne in posizioni direttive, 1.942, il 10% del totale delle cariche direttive femminili. I settori in cui operano le donne manager della manifattura bergamasca sono il metalmeccanico (37,3%) e il tessile e abbigliamento (24,9%). (Elaborazione Confindustria Bergamo su dati registro imprese 2019, IV trimestre)

Spinoso, quindi, il tema quote di genere. “Le donne non hanno bisogno di quote ma di opportunità”, è la filosofia di fondo del presidente Scaglia.

“L’impegno a incrementare la presenza delle donne in azienda, anche in posizioni direttive, è serio e concreto in molte delle nostre imprese – continua Scaglia – alcune delle quali già lo affrontano nel percorso del bilancio di sostenibilità. Imporre quote non sarebbe corretto: non riusciremmo a farvi fronte proprio per l’attuale mancanza di profili professionali necessari al nostro principale settore, il manifatturiero. Confindustria Bergamo è al fianco delle imprese anche nella ricerca di profili professionali e nell’organizzazione di percorsi di formazione che sappiano rispondere alle esigenze”.

Si torna dunque all’urgenza dell’investimento sulla scuola e nella formazione tecnico-scientifica, le cosiddette materie Stem, altro acronimo inglese per indicare scienza, tecnologia, ingegneria e matematica.

Incentivare la cultura scientifica per tutti ma in particolare per le donne è una politica per ridurre la disparità di genere.

Una posizione chiara – e avanzata – anche in merito alle politiche di conciliazione vita-lavoro, ovvero tutte quelle azioni e strumenti anche organizzativi che hanno l’obiettivo di far coesistere al meglio la dimensione personale e famigliare con l’impegno professionale di ciascuno, donna e uomo che sia. “Le politiche di conciliazione sono politiche per la famiglia, che devono contribuite in modo importante ad offrire opportunità sia alle donne sia ai giovani padri. Centrali sono le politiche sociali; indispensabili gli asili nido e la scuola a tempo pieno con anche attività extrascolastiche, educative e formative. Questi sono strumenti democratici, che devono essere accessibili a tutti. Senza volersi sostituire alle istituzioni, che ne hanno il compito, Confindustria accompagna le imprese nella costruzione di reti di welfare locale, per promuovere e anche per sostenere investimenti sui territori”.

A testimonianza di questa modalità d’azione, il Gruppo Scaglia, guidato da Stefano Scaglia, ha finanziato la costruzione dell’asilo nido di Brembilla, il paese dell’alta val Brembana dove ha sede: “Un servizio per l’azienda e per la comunità. Per investire nell’educazione, nell’istruzione, nelle politiche sociali e garantire davvero pari opportunità serve unità d’intenti tra le istituzioni – conclude Scaglia –. Le imprese ci sono, con le loro idee, capacità e proposte”.

Che, come giornale, continueremo ad esplorare, raccontare, valorizzare.

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