Atalanta, una squadra da Champions: non è più una favola, è la realtà - BergamoNews
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Con personalità e maturità i nerazzurri conquistano un altro tempio del calcio in Europa. Pessina dà equilibrio. La vittoria miglior medicina contro le polemiche

Se per Pepp Guardiola “affrontare l’Atalanta è come andare dal dentista” e il suo amico-rivale Jurgen Klopp (allenatore del Liverpool) sarà stato pienamente d’accordo, al tecnico dell’Ajax sarà venuto un gran mal di testa: gli resta il premio di consolazione, cioè l’Europa League.

Per l’Atalanta, la vittoria (e come è stata ottenuta) è la miglior medicina per combattere il virus delle polemiche interne, con i Percassi schierati a protezione dei gioielli di famiglia.

È nerazzurro il cielo sopra Amsterdam, come il cielo sopra Liverpool. E prima ancora, al via della Champions League, il cielo di Danimarca, con una grandinata di gol nerazzurri sul Midtjylland.

Ecco, da allora l’Atalanta non ha segnato più di due reti a partita, la gioiosa macchina da gol si è presa una pausa, ha fatto qualche ritocco, ma è rimasta una macchina che sa produrre un gran gioco. Che sa cambiare, se necessario, in base all’avversario.

Significative le dichiarazioni di Ten Hag, l’allenatore olandese: “Ero convinto di trovare un’Atalanta d’attacco, invece ci ha chiuso tutti gli spazi in difesa e non abbiamo potuto fare di più. Non me l’aspettavo”.

Molto attenta e concentrata, sembrava l’Atalanta che aveva conquistato il tempio del calcio, Anfield. E in effetti era praticamente la stessa, con il solo Zapata al posto di Ilicic, con il Papu al fianco del colombiano a fare il primo pressing sui portatori di palla olandesi. Che a Bergamo andavano a mille, nel primo tempo, mentre nella sfida di ritorno sembravano una tigre addomesticata, incapaci di graffiare, costretti a continui retropassaggi al portiere.

Ecco, la bravura di mago Gasperini, come hanno sottolineato i suoi colleghi nel dopopartita, intanto è stata quella di superare una settimana complicata sul piano dei nervi e poi di saper cambiare, adattando l’Atalanta garibaldina e avanti tutta a una maggiore protezione della propria metà campo, senza naturalmente rinnegare la voglia di andare a colpire, appena possibile.

Qui è mancato un po’ Zapata, che probabilmente è nel classico periodo no per un attaccante, quando la porta improvvisamente si restringe e non fai mai gol. Perché non si può dire nulla sullo Zapata che esce stremato dal campo dopo aver fatto anche il difensore e lottato fino in fondo per la causa.

Così come non era al meglio Gosens, altra freccia indispensabile all’arco nerazzurro, come si è visto a Liverpool e in tante altre occasioni.

Solo con questa mentalità e personalità l’Atalanta poteva conquistare anche la Johan Cruijff Arena: ha giocato da squadra che ha superato gli esami più difficili all’Università del calcio, chiudendo bene la porta agli spifferi da spogliatoio. Sembrava, per la verità, una specie di ultima spiaggia, mentre lo stesso Gasp aveva ricordato che comunque il passaporto per l’Europa sarebbe stato assicurato. Certo, però così si entra dalla porta principale: avete presente l’inno della Champions, che tanti di voi hanno nella suoneria del cellulare?

Non è più (per ora, ripetiamo) l’Atalanta che fa quattro gol? Ma non ne prende nemmeno. È una squadra più equilibrata e il simbolo di questo è quel Pessina che tutti volevamo vedere fin dall’inizio e che Gasperini ha tolto dal frigo al momento giusto, il ragazzo doveva anche recuperare la forma dopo un infortunio.

Resta l’Atalanta del Papu, che tante volte ha espresso parole giustissime per Bergamo ed è ancora più bravo quando usa testa e piedi in campo, cioè quello che sa fare meglio. Del valore di de Roon e Freuler, la coppia di fatto della colonna vertebrale nerazzurra, si è detto tutto, ogni volta di più emergono le qualità di Romero e la bravura di Gollini. Che para come Muriel sa fare gol.

Una volta la Champions era solo un sogno lontano. Ora la realtà supera la fantasia, l’Atalanta è di nuovo tra le prime sedici d’Europa. E la favola continua…

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