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Uno strepitoso Alberto Lionello interpreta l’animo tormentato di Puccini: è il 1973

Cinquant'anni fa era difficile parlare di percezioni extrasensoriali senza suscitare sorrisi imbarazzati o scatenare accese discussioni tra credenti, scettici e possibilisti. Lo sceneggiato di Daniele D’Anza “E.S.P.” (acronimo di Extra Sensorial Perceptions), è un felice tentativo di avvicinare l’argomento al grosso pubblico

Il 1973 inizia con lo sceneggiato “Puccini” realizzato del regista Sandro Bolchi e trasmesso in cinque puntate dal 7 gennaio. Eccezionale l’interpretazione di Alberto Lionello, per aver saputo ottimamente immedesimarsi nell’animo tormentato del musicista, che nella sua vita è stato sempre alla ricerca del qualcosa che non riusciva a raggiungere pienamente. In pressoché totale aderenza alla biografia del Maestro, le psicologie dei personaggi (sia protagonisti sia comprimari) risultano ben delineate attraverso l’attenta sceneggiatura di Dante Guardamagna; la recitazione appare calibrata e puntuale in ogni aspetto, rispondente a un unitario progetto poetico in cui nulla è lasciato al caso. Anche questa volta, siamo ben lontani dalle spesso deprimenti fiction attuali, dove chiunque può improvvisarsi attore in assenza di una coerente linea registica.

Strepitoso Alberto Lionello: se lieve è la somiglianza nei tratti somatici, in certi momenti accentuati grazie a un sapiente uso di trucco e fotografia, impressionante è la resa della psicologia del Maestro, in assoluta sintonia con ciò che di lui è dato sapere tramite le innumerevoli fonti a disposizione. Schiettezza tutta toscana nei modi, ironia, voglia di divertirsi e godersi la vita purché lontano dalla mondanità, urgenza creativa, passione e inconfessata deferenza verso la figura femminile: il tutto sorprendentemente condito con una perenne, sottile irrequietezza che lo accompagna in ogni gesto e si trasforma in commossa malinconia nel corso del pietoso avanzare della vecchiaia. Questo è Puccini, fragile uomo prima ancora che musicista, divino nel suo essere così incredibilmente terreno.

Grande intensità anche per l’attrice Ilaria Occhini nella parte di Elvira, la moglie. Un bravo a Tino Carraro per il suo Giulio Ricordi, l’editore che aiutò sempre Puccini. Ben delineati gli altri personaggi, fra cui la povera cameriera Doria (Nada Malanima), accusata di un qualcosa che non aveva commesso e Sybil Seligman (Ingrid Thulin) l’amica confidente di sempre. Si dà anche importanza alle opere composte, offrendo al pubblico un quadro vivente di romanze molto celebri, facendo immergere il telespettatore nel mondo del melodramma con le voci di Domingo, Del Monaco, Gobbi, Anna Moffo, Katia Ricciarelli.

L’inizio apre con le note di Madame Butterfly e con le note di chiusura di Turandot sui titoli di coda, dopo una cruda e realistica incursione nell’atroce malattia che lo conduce alla morte, Lo sceneggiato si conclude così con le lapidarie parole del direttore d’orchestra Arturo Toscanini (Giancarlo Dettori), che interrompe la rappresentazione della prima di Turandot (25 aprile 1926, Teatro Alla Scala di Milano) alla la morte di Liù, ultima scena musicata. Segue un ingombrante silenzio, durante il quale scorrono i titoli di coda.

Il soggetto e la sceneggiatura di “Storia dell’anno mille”, in onda dall’11 gennaio, sono di Tonino Guerra e Luigi Malerba; gli interpreti Franco Parenti, Carmelo Bene, Giancarlo Dettori, Anna Maestri, Marina Berti, Cosimo Cinieri. La regia è di Franco Indovina.

Protagonisti di questa serie di avventure, perché non si tratta di una vera e propria vicenda che si snoda coerentemente, sono il cavaliere Millemosche (che si dà arie di superiorità rispetto ai compagni di sventura, ma è un loro pari) e i soldati Pannocchia e Carestia. Li troviamo in un campo di battaglia in cui regnano morte e desolazione e il problema comune, la fame, li spinge a unirsi e a partire insieme. Durante il loro peregrinare non si risparmiano nulla pur di sbarcare il lunario e mettere qualcosa in pancia, ma le avventure che vivono spesso finiscono con il mettere in pericolo le loro vite più della stessa cronica fame. La loro visione del mondo è quindi elementare e fatta di saggezza spicciola, quella saggezza che serve a preservarli dai pericoli e a scampare una brutta fine. La loro vita è un veritiero spaccato dell’esistenza che conduceva la povera gente nel Medioevo, non quella delle caste: i cavalieri e le loro belle dame nei loro castelli, i religiosi nei monasteri, i mercanti dediti ai loro traffici, che continuano a vivere le loro vite separate da quelle del volgo, ma la vita misera dell’anno Mille, crocevia di superstizioni e paure legate all’imminente, presunta, fine del mondo, quella delle continue e improvvise pestilenze e del terrore delle incursioni nemiche.

Nel 1972, quasi in contemporanea, due pilastri del giallo televisivo più classico della RAI che avevano tenuto compagnia al pubblico dalla prima metà degli anni ’60 e oltre, venivano “pensionati”: “Le inchieste del commissario Maigret” (si veda la puntata relativa al 1964) ottimamente e indimenticabilmente interpretate da Gino Cervi per trentaquattro episodi, suddivisi in quattro cicli di grande successo, finiscono davvero con l’episodio “Maigret in pensione“; mentre l’altro baluardo del poliziesco autoctono, “Il tenente Sheridan”, al secolo Ubaldo Lay, nato addirittura alla fine degli anni ’50 con “Giallo Club“, fa appena a tempo a smascherare il suo ultimo colpevole ne “La donna di picche“, che concludeva il suo poker di donne, prima di essere abbattuto da un colpo d’arma da fuoco il 7 aprile del 1972, dopo 13 anni di successi. A questi potremmo aggiungere Nero Wolfe, del grande Tino Buazzelli, che aveva però risolto il suo ultimo caso nel 1971. Comunque sia, la “morte”, civile o fisica di queste colonne del giallo, in un periodo di tempo relativamente breve, segnò un momento indubitabilmente importante per gli sceneggiati in Italia, e fece capire che un’epoca, e con essa un certo modo di fare televisione, stava chiudendosi.

lungo il fiume

Tuttavia, tornando al 1973, e grazie al “solito” Durbridge, si poté di nuovo assistere a un telegiallo molto interessante. Girato come di consueto in piena estate e presentato su tutti i giornali con il titolo di lavorazione “L’altro uomo” (traduzione fedele dell’originale “The Other Man” del 1956, il più vecchio copione di Durbridge mai realizzato fino ad allora in versione italiana), con la traduzione della solita fedelissima Franca Cancogni e l’adattamento (ancora, ma per l’ultima volta) di Biagio Proietti, fu affidato ad Alberto Negrin, un giovane alla sua prima regia di un giallo televisivo. Andò poi in onda, in cinque puntate, in appuntamento bisettimanale al sabato e martedì, dal 13 al 27 gennaio 1973, con il titolo definitivo di “Lungo il fiume e sull’acqua“. Nel cast, troviamo Giampiero Albertini, perfetto nel ruolo dell’ispettore Ford; Sergio Fantoni come il professor Henderson, Laura Belli come Katherine Sheldon, Renato De Carmine come Bob Marshall, Francesco Carnelutti come Robin Craven, Franco Graziosi come Ralph Merson, e Nicoletta Machiavelli come Billie Reynolds. Nella parte di Roger, il figlio dell’ispettore Ford, troviamo poi un giovanissimo Daniele Formica, ancora lontano dall’immagine di attore comico e di cabaret che si sarebbe data negli anni seguenti.

Il copione di Durbridge, per altro piuttosto datato, essendo stato scritto circa un quindicennio prima, venne attualizzato ed ampliato da Proietti che, come in quelli precedenti, allungò scene e dialoghi, inserendo molti elementi che nel testo originale erano solo accennati, ricostruendo rapporti e parentele tra i personaggi, e perfino di un ulteriore finale che smascherava negli ultimissimi istanti dell’ultima puntata il doppio gioco di un complice “nascosto” del colpevole, ribaltando completamente l’originale lieto fine di Durbridge.

La regia molto cinematografica di Negrin usò con grande dovizia di mezzi i consueti esterni inglesi, da Londra a Liverpool, passando per la cittadina di Hampton sulla riva del Tamigi, a sud della capitale, dove vennero girate la maggior parte delle scene in esterno. Negrin utilizzò, inoltre, una tecnica molto innovativa all’epoca. Sfruttando la sua esperienza di documentarista e di regista di film-inchiesta fece un largo utilizzo di telecamera a mano, seguendo gli attori nelle strade, per i viali del campus, o i corridoi del college, in lunghi piani sequenza, e riprendendo in primissimo piano i volti dei protagonisti (soprattutto i bravissimi Fantoni e Albertini), scavando nei loro tratti le emozioni dei personaggi, soffermandovisi spesso anche quando a parlare erano i loro interlocutori, quasi a spiarne le reazioni. Questa nuova e singolare tecnica di racconto televisivo spiazzò dapprincipio i telespettatori, abituati a metodi di ripresa più ortodossi, che finirono comunque per premiare con ascolti record anche quest’ultimo giallo di Durbridge, che con una media di quasi ventuno milioni a puntata riuscì a portarsi addirittura al secondo posto della Top Ten dei programmi più seguiti del 1973.

bruno cirino maestro

Diario di un maestro”, il cui soggetto è tratto dal libro autobiografico “Un anno a Pietralata” di Albino Bernardini. Racconta, in stile cinema-verità, le disavventure di un insegnante appassionato e controcorrente (Bruno Cirino) in una scuola di borgata, fra colleghi diffidenti e alunni riottosi dei quali non si capisce mai, o non si può capire fino a che punto, se recitino o improvvisino. Senza Bruno Cirino forse lo sceneggiato non avrebbe avuto lo stesso fascino, certo la sua interpretazione contribuì notevolmente alla forza espressiva dell’opera,

Il suo valore di testimonianza di un’epoca, sia sul versante della sperimentazione che per quello che appartiene alla creatività del suo autore, è notevole; come non rimpiangere quella sorprendente televisione che perfino nello spettacolo cosiddetto di evasione, trovava un’eleganza e una sobrietà oggi perdute per sempre. Per queste ragioni la produzione di un lavoro complesso e rischioso come “Diario di un maestro”, non nasceva solo da una evidente disponibilità, ma da una esigenza e una attenzione che sottende a quella funzione primaria che la RAI di quei tempi nei quali aveva (ancora) come sua precisa missione. È un tema che riporta in discussione il concetto di divulgazione e di stimolo alla cultura, mai disconnesso da una necessaria efficacia spettacolare che, a sua volta, trova connessione nello scopo di svago che l’evento televisivo deve necessariamente conservare.

Trasmesso in quattro puntate, su quello che all’epoca era il Programma Nazionale, racconta i pochi mesi vissuti dal maestro Bruno D’Angelo in una scuola dell’estrema periferia romana, tra abbandono scolastico e povertà, tra disinteresse per l’apprendimento e la voluta distrazione familiare che impone la regola del lavoro (minorile), piuttosto che quella dello studio. Il maestro D’Angelo, al suo primo incarico, lotta contro tutto questo, ma anche contro la rigida disciplina didattica fatta di un inutile nozionismo che poco si raccorda con le esigenze dei ragazzi e con le loro vite difficili. Il maestro opera nel senso inverso e la sua didattica prova a dare risposte alle domande dei giovani allievi, prova a fare toccare con le loro stesse mani, la storia e la matematica, la geografia e l’attualità. Il suo è un metodo induttivo con il quale prova a fare risaltare la necessità dell’insegnamento e soprattutto quella dell’apprendimento quali elementi essenziali della vita quotidiana di ciascuno. Ma soprattutto prova, con cautela, ad entrare nelle vite di ciascuno di loro, sperimentando i rapporti e riconoscendone i bisogni, le debolezze, attraverso le discrete relazioni che riesce ad instaurare con le famiglie vittime, anch’esse, di un colpevole abbandono e di una altrettanto odiosa ghettizzazione.

Il regista, Vittorio De Seta, con assoluto rigore fonda il racconto su queste coordinate, senza mai pigiare più di tanto il pedale di un’accelerazione politica del proprio lavoro, portando lo spettatore alle conclusioni, senza ingannarlo, ma con la credibilità delle sue immagini. Tutto assume le vesti del vero, non del rappresentato, non di ciò che è messo in scena, ma della scena vera che si fa racconto. De Seta reinventa così la televisione, lavorando attorno ad un’ipotesi che ancora, all’epoca, non era stata sperimentata: non è sceneggiato, non è fiction, non è cinema verità, non è neorealismo, non è cinema di poesia nella accezione pasoliniana, è una cosa ancora differente che rimane nel cuore.

“Attorno alla conca, immensa scacchiera verde di grano nuovo… faceva corona un gran cerchio di colline digradanti e quasi sopra ogni collina si vedeva un paesetto, un piccolo borgo da presepe, o un vecchio comune affumicato e turrito… erano paesi con antichi nomi e vecchie storie…”. Con queste parole Ignazio Silone descrive la Marsica ed in questo paesaggio colloca Pietrasecca, immaginario paese, scenario delle vicende di Pietro Spina, perseguitato politico al tempo dei fasci, protagonista di “Vino e Pane”, da cui gli sceneggiatori Giovanni Guaita, Giuseppe Lazzari e Piero Schivazappa traggono la versione televisiva diretta dallo stesso Schivazappa.

E Pietrasecca vuole rappresentare in realtà, ogni paese della Marsica, e anche in video passano la miseria e l’ingiustizia di un Abruzzo povero, abitato da gente umile, per certi versi rassegnata ma tenace che trova soddisfazione nella vivacità della lingua, nel sapore delle cose semplici, in una gestualità antica come appunto il pane intinto nel vino. Tutto ciò fa da sfondo alle vicende narrate, ispirate anche alle vicende interiori dell’autore, alter ego di Pietro Spina, esiliato politico comunista, e del suo disagio di fronte ad un mondo ostile alle sue teorie. L’opera costituisce un’anticipazione a quella “riscoperta dell’eredità cristiana” che Silone compì nel dopoguerra. I protagonisti sono Pierpaolo Capponi, Gianni Musy, Corrado Gaipa, Scilla Gabel, Miranda Campa, Lino Polito, Nino Castelnuovo e Anna Maestri.

Il viaggio simbolico all’inseguimento dell’imprendibile balena bianca, metafora di realtà e verità che trascendono la comprensione umana, arriva in televisione dal 17 marzo con il titolo “Rappresentazione della terribile caccia alla balena bianca Moby Dick”.

L’adattamento del celebre “Moby Dick” di Herman Melville, firmato da Roberto Lerici, con la regia di Carlo Quartucci, viene così definito dallo stesso Lerici: “Non è un tentativo di illustrazione, di trascrizione pura e semplice del romanzo, piuttosto una ricerca dei significati più autentici ed attuali del romanzo. L’avventura c’è, persino dilatata, mai ricostruita tuttavia con pretese di realismo: è la cornice, non la sostanza. Le cacce alla balena vivono sul teleschermo più nella ingenua drammaticità di certe stampe popolari che nella documentaristica evidenza degli inserti filmati”. Delle vicende del Peqod, del Capitano Achab, del giovane Ismaele e dei suoi compagni di navigazione e caccia, permane, nell’allestimento scenico di Quartucci, proprio questo: il dramma, l’ossessione, il delirio, la fascinazione per l’ignoto, il miraggio, il sogno, dimensioni dell’essere e del sentire che solo il mezzo teatrale può restituire per mezzo della finzione, dichiaratamente tale. Con Franco Parenti (Achab), Rino Sudano (Ismael), Carlo Enrici (Starbuck), Claudio Remondi (Stubb), Alessandro Barrera (Dakar).

Cinquant’anni fa era difficile parlare di percezioni extrasensoriali senza suscitare sorrisi imbarazzati o scatenare accese discussioni tra credenti, scettici e possibilisti. Lo sceneggiato di Daniele D’AnzaE.S.P.” (acronimo di Extra Sensorial Perceptions), è un felice tentativo di avvicinare l’argomento al grosso pubblico, tramite la narrazione romanzata della vita del paragnosta Gerard Croiset. Per la prima volta l’argomento viene affrontato con taglio documentaristico e biografico, evitando sia la freddezza di un ritratto giornalistico, sia le inopportune concessioni alla spettacolarizzazione dei fenomeni. A riprova della serietà della narrazione, la miniserie venne realizzata con la consulenza scientifica dello studioso Emilio Servadio e con la collaborazione dello stesso Croiset. Flavio Niccolini, apprezzato autore interessato alla fantascienza e al paranormale, scrisse il soggetto e la sceneggiatura.

Lo sceneggiato prende l’avvio come una ricostruzione quasi divulgativa, e anche quando vengono narrate le indagini, l’intreccio giallo non disdegna brevi parentesi che illustrano la posizione dei ricercatori del paranormale. Ovviamente i successi del sensitivo vengono messi in primo piano; con verosimiglianza, le indagini paranormali hanno risvolti drammatici e Croiset è impotente davanti alle tragedie ormai avvenute. Il primo caso affrontato è la scomparsa di un bambino: purtroppo il piccolo è annegato e il sensitivo non può far altro che indicare il luogo dove si trova il corpo. Riesce tuttavia a salvare il padre, quando dopo un mese, rimasto vedovo, medita il suicidio. Nelle altre tre puntate il paragnosta fa luce su altri misteri, e sempre una vena di malinconia accompagna le ricerche.

Paolo Stoppa rende il personaggio indimenticabile e i comprimari non sono da meno: Ferruccio De Ceresa (professor Tenhaeff), Omero Antonutti (Jaap Ensing), Claudio Cassinelli (l’SS), la cantante Marzia Ubaldi (Anneke Jansen), Emilio Bonucci (Frank), Walter Maestosi (Karl Olthoff), Jacques Sernas (capo della polizia). La sceneggiatura viene sottolineata da una colonna sonora d’avanguardia, creata da Egisto Macchi ed eseguita con uno strumento elettronico, il Theremin.

Napoleone a Sant’Elena” è uno sceneggiato televisivo a contenuto storico diretto da Vittorio Cottafavi ed è andato in onda nella prima serata della domenica in quattro puntate dal 28 ottobre al 18 novembre 1973, Lo sceneggiato è la ricostruzione storica degli eventi politici e diplomatici avvenuti a seguito del rientro in Francia di Napoleone Bonaparte dopo la disfatta di Waterloo, e del conseguente esilio a Sant’Elena, dove rimarrà fino alla morte. Vengono descritti i rapporti con i suoi sorveglianti, le dinamiche interne, intercorse con il suo seguito di ufficiali, la difficile vita nell’isola e le speranze di fuga, unite a quelle di una sollevazione popolare in Francia che lo riporti in patria, frustrate dall’esito sfavorevole del Congresso di Aquisgrana e la decisione di affidare “a persone di fiducia la stesura delle sue memorie”. Napoleone è interpretato da Renzo Palmer. Altri interpreti: Walter Maestosi, Mila Vannucci, Umberto Ceriani, Giuliana Calandra, Giulio Girola, Tonino Accolla. Voce narrante Arnoldo Foà.

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