Laura, uscita dalla violenza: "Donne, l'autonomia aiuta, non rinunciate al lavoro" - BergamoNews
La storia

Laura, uscita dalla violenza: “Donne, l’autonomia aiuta, non rinunciate al lavoro”

Un matrimonio combinato alle spalle, è arrivata a Bergamo a soli 18 anni. Con il primo stipendio, 700 euro guadagnati facendo le pulizie, ha trovato la libertà dopo quattro anni di soprusi

“Ho vissuto cinque anni con il mostro. Non parlavo italiano, ero sola, rinchiusa. Mi teneva giorni senza mangiare, in punizione. Non dormivo per la paura di essere sorpresa nel sonno dalla violenza. La forza di reagire l’ho trovata quando ha iniziato a colpire anche i miei figli di 3 e 4 anni. Mi minacciava di non farmeli più vedere, diceva che le regole glielo permettevano. Ma io non capivo, ero terrorizzata. Ho chiesto aiuto e con i bambini siamo entrati in una comunità protetta. Si sono presi cura di noi. Siamo rinati, curati nel corpo e nello spirito. Pochi mesi dopo ho iniziato a lavorare: col mio primo stipendio, 700 euro guadagnati facendo le pulizie, ho trovato la libertà. Ho ripreso a studiare, ho cercato di crescere giorno dopo giorno. Ce l’ho fatta, ora sono operatrice sociosanitaria. Sono libera. Sono realizzata. Sono innamorata. Alle donne dico con il cuore: la libertà più completa passa dall’autonomia. Non rinunciate al lavoro”.

La storia di Laura – nome di fantasia per garantire la sua sicurezza – è una storia di violenza fisica e psicologica. Una storia di violenza famigliare perpetuata per quattro lunghissimi anni. Laura non si è sposata per amore, ma con un matrimonio combinato quando lei aveva solo 18 anni che l’ha portata in Italia, a Bergamo, nel 1999, con il suo bimbo di soli 5 mesi. Il marito, che qui viveva e lavorava già da tempo, lo aveva visto poco (“quindici giorni ogni sei mesi”, racconta), troppo poco per capire chi davvero si nascondesse dietro quell’apparenza amorevole, attenta. “Un angelo” a detta di quanti lo conoscevano fuori dalle mura domestiche. Il diavolo si è rivelato quasi subito.

“Quando, nel 2002, il mio ex marito ha rapito mio figlio più grande e l’ha segregato in Marocco per quattro mesi non avevo i soldi né per correre a riprendermelo né per dare da mangiare al mio bambino più piccolo. Dipendevamo in tutto e per tutto da lui. Ho capito che non potevo più permettermelo. Dovevo imparare la lingua e trovare un lavoro al più presto. Dovevo salvare me stessa e i miei figli”.

Nel frattempo, era nato anche il secondo figlio, a distanza di solo un anno dal primo. Laura era sempre più isolata, subiva ma finché ad essere picchiata era solo lei non le importava quasi. Sopportava. L’importante era stare con i suoi bambini e lui le diceva che se avesse denunciato le avrebbero portato via i figli, “che le regole glielo permettevano e che l’avrebbe fatto”.

Laura era prigioniera di un mondo che faticava a comprendere. Tutto è cambiato quando il mostro non contento di abusare di lei ha iniziato a sfogare la sua rabbia sui bambini. Uno schiaffo particolarmente violento ha rovinato l’occhio del più piccolo, che ha smesso pure di parlare: “Urlava solo, apriva la bocca e urlava”. Questo grido dell’anima non lo dimenticherà mai.

Laura ha imparato l’italiano “con la televisione”, quello che bastava per chiedere aiuto. Finiti in ospedale tutti e tre a causa dell’ennesima violenta percossa, ha chiesto aiuto. Così è stata accolta in una comunità alloggio, Casa Sofia, dove ha conosciuto Sara Modora, la coordinatrice del Centro Antiviolenza Bergamo. Poco dopo la vita di Laura e dei suoi figli è cambiata.

“Non dimenticherò mai la data del 22 giugno 2002, la prima notte di sonno dopo quattro anni di violenze. La prima notte in Comunità è per me e per i miei figli un ricordo indelebile”. “Ci siamo curati, i miei figli sono stati seguiti dalla neuropsichiatra infantile. Ci siamo salvati. Ma l’incubo non era ancora finito. “Lui mi è venuto a cercare, mi ha trovata, aggredita. È stato arrestato; prima è finito ai domiciliari e poi, visto che non demordeva, è stato detenuto. Ma è uscito sulla parola. Prima di trovare la pace, abbiamo dovuto cambiare cinque case”.

La situazione però era cambiata: “Non mi faceva più paura, non eravamo più soli, le operatrici della Comunità erano al nostro fianco, le forze dell’ordine, i medici. Avevo un lavoro, ero autonoma per provvedere a me e ai miei ragazzi”.

Ecco, il lavoro. La voce di Laura sempre ferma, coraggiosa, si fa fiera. “Io sono diventata veramente libera, di una libertà piena, completa quando ho iniziato a lavorare. Il primo lavoro l’ho trovato grazie alla rete di solidarietà della Comunità, dopo pochi mesi dal mio ingresso. Ho iniziato con le pulizie in un supermercato; poi, in università, negli ospedali. Mi occupavo di pulizia industriale, mi piaceva. Sono una donna fisicamente forte, ho imparato ad utilizzare macchinari che in ditta usavano solo gli uomini. Dicevano che ero un maschiaccio. Primo stipendio per un lavoro part time, 700 euro; tre mesi dopo, 1.400 euro per il tempo pieno e dopo sei mesi coordinavo una squadra di una decina di addetti. Ero molto soddisfatta”.

Gli anni corrono veloci e Laura nel frattempo – tra un’esperienza professionale e altre fatiche che la vita non le ha risparmiato, tra cui due tumori da cui è riuscita a curarsi – ha preso la patente e il diploma di terza media, utili per realizzare il suo sogno: il lavoro di cura, l’operatrice socioassistenziale. Quella cura e dedizione che l’hanno rimessa al mondo, oggi, Laura, le riserva ai pazienti – molte donne e molti giovani – di una struttura della città che si occupa di disturbi del comportamento alimentare.

Prima di salutarci, Laura dice un’ultima cosa. Un insegnamento da custodire: “Non lo odio. Oggi mi è indifferente. Per tornare a vivere devi liberarti dall’odio sennò ti seppellisce. A tutte le donne dico che si può fare. Tre cose sono indispensabili: determinazione, aiuto e lavoro. Nessuna di queste tre può mancare”.

Serve rilanciare il recente appello del Centro Antiviolenza Bergamo: “La rete di aiuto dei centri antiviolenza va potenziata con il supporto di imprenditori e imprenditrici che diano posti di lavoro alle donne per renderle autonome. Se io non avessi potuto, da subito, lavorare e provvedere a me e ai miei figli, oggi avremmo scritto una storia diversa”. E dire grazie a Laura. Per il suo esempio, il suo coraggio, il suo amore per la vita. Nonostante l’orrore.

Secondo i dati dello sportello Bergamo di Mestieri Lombardia, la rete regionale di Agenzie per il lavoro che opera in tutta la Regione Lombardia come interlocutore specializzato nell’erogazione di servizi di orientamento, selezione, accompagnamento professionale e tutoraggio di persone con situazioni di marginalità sociale e difficoltà ad inserirsi autonomamente nel mercato del lavoro, nel 2019, attraverso il Centro Aiuto Donna Rita (Distretto Bergamo Est) e il Centro Aiuto Donna S. Lazzaro (Ambiti di Bergamo e Dalmine) sono state prese in carico per inserimento lavorativo 22 donne, promossi 14 tirocini e finalizzate 10 assunzioni. Quest’anno, il bilancio al 24 novembre 2020 è di 3 donne prese in carico, di cui una è riuscita a trovare lavoro.

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