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Tenaris Dalmine e smart working: "Piace, con regole e diritto a disconnettersi" - BergamoNews
Paolo benzi

Tenaris Dalmine e smart working: “Piace, con regole e diritto a disconnettersi”

L'HR director Tenaris Italia: "Avviato già nel 2016, adesso è potenziato e gestito con accordi sindacali, ma dobbiamo studiare gli spazi perché non si tornerà indietro"

Tenaris Dalmine – sede operativa di Tenaris in Italia – è il primo produttore italiano di tubi di acciaio senza saldatura per l’industria energetica, automobilistica e meccanica. Conta oltre 2100
dipendenti, 5 stabilimenti produttivi (oltre al sito di Dalmine, Arcore, Costa Volpino, Sabbio Bergamasco e Piombino), un’acciaieria ed una centrale elettrica di autoproduzione.

Tenaris – il colosso di cui fa parte TenarisDalmine – nel 2019 ha registrato un fatturato pari a 7.2 miliardi di dollari.

Le risorse umane italiane sono guidate da Paolo Benzi, HR director Tenaris Italia. Lo abbiamo sentito, nell’ambito della nostra inchiesta sullo smart working, per capire quali scelte un’azienda come questa – multinazionale, metalmeccanica e del settore siderurgico – ha fatto sul tema dell’organizzazione del lavoro.

Prima dello scoppio della pandemia stavate già sperimentando lo smart working?

Possiamo definirci antesignani dello smart working, che applichiamo in azienda dal 2016. Abbiamo iniziato con un progetto pilota, coinvolgendo alcune funzioni e un gruppo circoscritto di risorse, il 20 per cento degli impiegati, circa 100 persone. L’anno successivo, nel 2017, l’abbiamo esteso all’80 per cento delle risorse eleggibili a smart working, circa 500 persone. Siamo un’azienda manifatturiera in cui molte funzioni sono legate alla fisicità degli impianti produttivi. Ciò significa che, quando parliamo di figure che possono lavorare in modo agile, stiamo escludendo quelle tecniche, gli operai, e quelle impiegatizie strettamente collegate alla produzione.

tenaris dalmine interni smart working ok

Come è stata strutturata l’organizzazione, in termini di smart working, prima e dopo la fase acuta del Covid?

Quando è stato imposto il lockdown, abbiamo avuto il grosso vantaggio di essere già pronti. Il personale era dotato della strumentazione informatica per lavorare da remoto ed era già formato per farlo. Prima di attivare lo smart working “pilota” abbiamo proposto una formazione mirata. Prima dell’emergenza, la nostra policy aziendale prevedeva un limite temporale per il lavoro “smart”: 30 giorni all’anno e al massimo 4 giornate al mese. Con il lockdown della primavera abbiamo portato il 100 per cento dell’attività in smart working, e così è tuttora, dal 3 novembre scorso con il secondo stop. Nei mesi estivi, invece, con l’allentamento della morsa del virus, ci siamo portati a metà strada, prevedendo 2 giorni agili alla settimana.

Nel futuro cosa pensa che cambierà nell’organizzazione del lavoro?

Penso ad una modalità mista tra lavoro da remoto e in presenza. Sono le persone stesse che ci chiedono di andare in questa direzione, preservando la socialità del lavoro garantita dalla vita in azienda. Ci sono certe attività che da remoto si svolgono anche meglio, con più produttività ed efficienza come, ad esempio, la gestione amministrativa. In questo caso la focalizzazione e la concentrazione è facilitata dall’assenza di distrazioni, stimoli, richieste che invece possono esserci in ufficio. È anche migliorata l’efficacia delle riunioni: si rispettano di più orari e agende. Si focalizza di più e meglio. Il lavoro individuale da remoto può, invece, influire non sempre positivamente sulla creatività, lo sviluppo e il confronto delle idee. La compresenza tra i due sistemi è l’ideale.

Cosa pensano i lavoratori dello smart working? Avete in qualche modo rilevato le loro opinioni o avete in programma di farlo?

Facciamo periodicamente indagini di clima in cui viene rilevato anche questo aspetto dell’organizzazione del lavoro. Così come abbiamo rilevato, prima di iniziare la sperimentazione, il desiderio di introdurre lo smart working per esigenze di conciliazione, quindi di bilanciamento tra tempi di vita e di lavoro, continuiamo ad ascoltare il nostro personale. È emerso e si sta consolidando un larghissimo apprezzamento di questa modalità da parte della quasi totalità delle persone, praticamente il 98% delle risorse lo promuove.

Si cercherà, come altre aziende hanno già fatto, un accordo sindacale sull’applicazione dello smart working?

Abbiamo già un accordo sindacale sullo smart working, che è stato inserito a gennaio 2019 nel nostro contratto integrativo aziendale nell’ambito della contrattazione di secondo livello. La condivisione con le rappresentanze sindacali credo sia un aspetto positivo. Abbiamo condiviso le regole che governano questo strumento di organizzazione del lavoro, in coerenza con la nostra tradizione che dà valore alla concertazione. Se la cosa è ben gestiva, si può fare. Uno dei temi in discussione anche a livello nazionale è il diritto alla disconnessione. Noi l’abbiamo inserito nel nostro accordo perché crediamo che sia legittimo e giusto: alla fine dell’orario di lavoro il dipendente ha diritto alla disconnessione.

Come convivono flessibilità d’orario e diritto alla disconnessione?

L’orario di lavoro in smart working deve corrispondere al 70% all’orario di lavoro in presenza. Chi lavora così lo deve esplicitare e definire i tempi della giornata. La responsabilità di osservare le regole è affidata alla persona. Noi abbiamo sin dai primi anni 2000 una valutazione delle prestazioni basata sugli obiettivi per tutti i nostri dipendenti. Abbiamo una cultura radicata del lavoro per obiettivi. Questo aspetto certamente facilita l’utilizzo e la buona applicazione del lavoro agile.

tenaris dalmine ok

Lo smart working incide sulla produttività. Cosa rileva dalla sua posizione?

Quello della produttività è uno dei temi più dibattuti e complessi da misurare. I riscontri che abbiamo dai manager – superate le iniziali reticenze alla prova dei fatti – sono che la produttività migliora nelle attività di concentrazione mentre per le attività più creative è preferibile l’interazione, lo scambio, la presenza. Di certo non abbiamo verificato alcuna perdita di produttività rispetto al lavoro in presenza. Quindi il nostro bilancio sullo smart working è positivo.

Avete in programma iniziative di formazione per massimizzare l’efficacia del lavoro per obiettivi, tipico dello smart working?

Abbiamo accompagnato da subito la sua introduzione con una formazione mirata sugli aspetti più rilevanti: sicurezza, ergonomia, responsabilizzazione, lavoro per obiettivi, leadership. Abbiamo una piattaforma di formazione continua in cui sono caricati tutti i moduli formativi disponibili. Si tratta di una piattaforma online per tutto il Gruppo con contenuti multimediali diversi e variegati, dedicati alla crescita personale dei nostri dipendenti. La nostra formazione vuole essere “su misura”: la persona può focalizzarsi e godere dei contenti che ritiene più utili per l’acquisizione di nuove competenze e abilità.

Avete in programma cambiamenti o restyling degli spazi fisici dell’azienda?

Dopo il covid19 non si tornerà più indietro: la modalità mista tra smart working e lavoro in presenza s’imporrà. I luoghi andranno pensati e organizzati di conseguenza. Si andrà verso un’organizzazione più funzionale degli spazi: meno postazioni fisse, più aree di coworking e dedicate ad attività specifiche. Siamo in una fase progettuale e di analisi. Il prossimo anno sarà dedicato ad approfondire questo tema.

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