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Qualcuno ci salvi dal cenone di Natale

La ragione suggerisce alle menti più logiche che tra la rinuncia ad un piacere, spesso banale e il rischio di morire, di ammalarsi seriamente o di infettare altre persone, è doveroso prediligere la scelta dei limiti transitori che ci vengono imposti dalla realtà contingente

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Che cosa succederà a Natale? Chissà se saremo ancora in lockdown.

Il Natale, insieme alla Pasqua, è una delle festività fondanti del calendario liturgico e dottrinale della Chiesa perché, secondo quanto è stato tramandato, in quella data approssimativa, è nato Gesù, il Cristo, cardine sul quale si impernia la dottrina cattolica.

Fin qui la tradizione e il sentimento che si chiama fede, contraddetto spesso anche dai fatti di chi si professa cristiano cattolico. Ma siamo sicuri che tutti coloro che si pongono quella domanda, vogliano onorare la ricorrenza come il fausto e gioioso evento che ha dato origine alla cristianità?

Osservando con occhio spassionato tutto ciò che circonda questa ricorrenza, il dubbio che mi coglie è molto forte. Credo che tutte queste festività abbiano perso il senso profondo che le connotava e che un tempo riempiva le chiese di fedeli.

Per alcuni, la preoccupazione preponderante consiste nel non poter festeggiare la ricorrenza con un pranzo luculliano, seduti intorno al tavolo con tutta la famiglia. Per altri nel dover cancellare gli spostamenti, soprattutto all’estero, verso spiagge assolate o le visite in qualche bella città italiana o straniera, per non parlare poi di chi, senza gli sci ai piedi, crede di perdere lustro.

Nasce spontanea la domanda su dove sia finito lo spirito vero del Natale. Non tutti, è vero, sono credenti. Ma questa festività concilia la riflessione, il desiderio di stare in casa al caldo. Se poi ci mettiamo tutte le tradizionali canzoni di Natale che han dato modo alle star grandi e piccole di esibirsi in melodiosi gorgheggi e l’insieme delle luci e della dolcezza che traspare nell’aria, l’atmosfera coinvolge, a titolo diverso, credenti veri e fedeli non praticanti (ossimoro concettuale). E ognuno giustifica la sua incoerenza con le più stravaganti teorie accomunate da una finalità unica: assolversi ai propri occhi più che a quelli del Cristo.

La coerenza non è mai stata un dato distintivo del nostro popolo e lo deduciamo da molti particolari analizzando la storia del nostro Paese.

Vorrei chiedere qual è la scala delle priorità di tanta gente che contesta il lockdown e che temendo il prolungarsi dello stesso, inizia, già da ora, a borbottare con sordo rancore, lanciando invettive contro il governo e contro “quei tecnici super-pagati che danno i numeri”, da intendersi nel senso dispregiativo dell’affermazione.

Eppure, il dilemma non è molto difficile da risolvere. Se la situazione dovesse permanere a livelli di guardia, come nei giorni di metà novembre, non ci vuole molta fantasia per immaginare che non potrà esserci soluzione diversa dallo stare a casa.

Il pericolo è grande, il numero dei morti, non solo anziani, è di dimensioni rilevanti e gli ospedali sono al limite della possibilità operativa per una serie di motivi che derivano dal passato anche recente. Stiamo vedendo ora il risultato di un rilassamento estivo delle misure di costrizione, letto da più parti come un “liberi tutti”.

Inutile nasconderci le responsabilità di buona parte dei cittadini italiani che non vedono l’ora di poter uscire, di ritrovarsi per l’aperitivo, divenuto ormai un rito, per trascorrere serate allegre nei punti di ritrovo imprescindibili delle città e dei borghi, pena essere considerati out of fashion. Mi chiedo se alcuni di questi fashion follower possano immaginare di farsi seppellire con un abito griffato?! Perdonatemi la battuta, ma spesso, la moda fa più schiavi della tratta di famigerata memoria negli USA.

Che dire, ognuno colloca i valori dove meglio crede, ma se i valori del passato son considerati giurassici e se ne stanno andando, non vediamo ancora valori veri in arrivo che li possano, a giusto titolo, sostituire. Ovviamente non si può generalizzare, ma le rimostranze più critiche e pungenti sulle chiusure arrivano proprio da coloro che senza spritz non si sentono realizzati e da coloro che se non sciano nel periodo di Natale, vanno in depressione e si sentono declassati al rango di peones.

Diciamo che son tutti desideri legittimi da realizzare in giorni esenti da calamità come il Covid, ma ora è necessario riflettere un po’ di più sul fatto che dirime la vexata quaestio se sia meglio rischiare la vita, farla rischiare a qualcuno che ci sta vicino, o se sia meglio stringere i denti ed affrontare i disagi che comporta questo uragano devastante che ha investito il mondo intero ed arrivare vivi alla fine della bufera.

La povertà è aumentata, ma negli anni passati, già mi soffermavo spesso in punti strategici dove si vedevano occhi di bambini bucare le vetrine per il forte desiderio di avere quello che le accattivanti esposizioni proponevano, consci che non avrebbero potuto stringere tra le mani l’oggetto del desiderio. Oggi la povertà è più marcatamente estesa, si percepisce sparsa un po’ dovunque e crea angoscia negli animi sensibili.

La ragione suggerisce alle menti più logiche che tra la rinuncia ad un piacere, spesso banale e il rischio di morire, di ammalarsi seriamente o di infettare altre categorie di persone, è doveroso prediligere la scelta dei limiti transitori che ci vengono imposti dalla realtà contingente.

Altrimenti perdurerà a oltranza una situazione che continuerà a mietere vittime, a creare sovraccarichi al sistema sanitario e che dovrà necessariamente chiederci di stare ritirati e di difenderci, almeno nei modi più elementari, da quell’invisibile killer che già troppo è costato in termini di vite umane, di dolore e di esborsi alle finanze già depresse del nostro stato.

A quei politici e medici, per fortuna pochi e per nulla illustri, in cerca di notorietà che fanno l’occhiolino agli pseudo-rivoltosi che negano l’esistenza del virus e che contestano l’efficacia dei vaccini e l’uso della mascherina, lasciamo la responsabilità di essere abili pescatori in acque torbide dalle quali non potranno che pescare pesci avariati.

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