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Montanari porta “Le Nozze in villa” al Donizetti: “Un’opera avvolta dal mistero”

Violinista, bergamasco di adozione, dirige l’orchestra Gli Originali i cui musicisti suoneranno strumenti dell’epoca: andrà in onda sulla Web Tv, domenica 22 novembre, a partire dalle 19.30

Le prime due esecuzioni risalgono al 1819 e 1820. Sono state le prime e le ultime perché il debutto fu un vero fiasco. Come se non bastasse, una parte della partitura – il quintetto del secondo atto – è andata perduta. Le nozze in Villa, opera buffa in due atti composta da un giovane Gaetano Donizetti, è il titolo del mistero del Donizetti Opera Festival, che quest’anno, a causa dell’emergenza sanitaria, si trasferisce online. Andrà in onda sulla Web Tv, domenica 22 novembre, a partire dalle 19.30.

Sul podio Stefano Montanari, violinista, bergamasco di adozione, dirige l’orchestra Gli Originali i cui musicisti suoneranno strumenti dell’epoca. Sarà un affascinante tuffo nel passato arricchito dal lavoro di Elio e Rocco Tanica, in collaborazione con Enrico Melozzi, che ha dato nuova vita al quintetto perduto.

Il direttore Stefano Montanari ci ha raccontato la vera natura di un’opera incompresa: “In questa musica si sente l’influenza dello stile del tempo – spiega il direttore – ma a tratti emerge il vero Donizetti, quello che verrà. Abbiamo riscoperto un’opera bello. Il suo insuccesso rimane un mistero”.

‘Le Nozze in Villa’ sono l’opera misteriosa di questa edizione del Donizetti Opera Festival. Quale è stato il primo impatto con la musica?

“Quando mi hanno proposto di dirigere quest’opera sono andato a documentarmi e ho scoperto che all’epoca fu un fiasco. Ma dopo aver ricevuto la partitura, il mio giudizio è iniziato a cambiare: ho scoperto un’opera bellissima. Si tratta di un lavoro giovanile, fortemente influenzato dagli stili musicali del tempo. Infatti in certi passaggi, se non sapessi di per certo che si tratta di Donizetti, direi che è Rossini il vero compositore. Ma poi ci sono dei momenti in cui il vero Donizetti emerge: senti chiaramente il grande compositore che sarà. Mi riferisco al Donizetti di Elisir, del Don Pasquale. Sono rimasto molto colpito da questo lavoro. Sinceramente non riesco a spiegarmi la ragione dell’insuccesso che ebbe nel 1820”.

Ascolteremo quindi un Donizetti influenzato dai miti del tempo?

“Diciamo che Donizetti era abbastanza costretto a scrivere in un certo tipo di stile perché era la moda del momento. Nell’opera, ad esempio, ci sono degli elementi che rimandano al cento per cento alla musica al Barbiere di Siviglia. Come l’aria di Anastasia, che nella nostra storia è la madre di petronio. La struttura è identica all’aria di Berta del Barbiere. Probabilmente quello dell’opera buffa non era il genere più amato da Gaetano, che infatti ha poi cambiato rotta”.

Il mistero dell’insuccesso e il mistero del quintetto perduto. Secondo lei quale è la ragione?

“Io mi immagino un Donizetti talmente arrabbiato per l’esito del debutto da stracciare un pezzo della partitura per sfogo. Ma questo è solo un pensiero frutto della mia immaginazione. La verità è che probabilmente non sapremo mai il segreto della partitura perduta. Devo dire che è stato molto divertente e interessante scoprire il lavoro di Elio e Rocco Tanica, che hanno composto la parte mancante, arrangiata poi da Enrico Melozzi. Elio e Rocco ci tenevano tantissimo a scrivere qualcosa che fosse in linea con lo spirito dell’opera. Ci sono riusciti: la musica ha una prima parte molto poetica, una seconda molto buffa”.

Con l’Orchestra Gli Originali potremo tornare indietro nel tempo. Come mai è stato scelto di utilizzare strumenti dell’epoca?

“Con gli strumenti antichi l’impatto sonoro è diverso. Fresco, leggero, brillante, come richiede lo stile dell’opera in questione. Il beneficio di usare strumenti antichi – che saranno accordati a 430 di diapason – è l’assenza di squilibrio tra orchestrali, coro e cast. La peculiarità del suonare la musica antica è quella di cercare la diversità, ogni dettaglio della diversità. Ogni strumento ha una caratteristica ben identificata. La stessa peculiarità la ritroviamo in quest’opera. L’opera è interessante perché presenta arie con strumenti solistici, come il clarinetto, l’oboe, ecc. Donizetti ha ideato la musica come se fosse una partitura più concertante. I violini, ad esempio, hanno tantissimi passaggi d’effetto e molta rapidi. Bisogna avere un rigore elevato, brillantezza per eseguire la musica di quell’epoca Lo strumento antico è più complicato tecnicamente da suonare di uno strumento moderno. Da questo punto di vista, tutta la storia della musica è andata verso una semplificazione”.

Come si è preparato per dirigere quest’opera?

“Ho fatto come ogni direttore è abituato a fare. Ho studiato la parte, ho approfondito il contesto e il periodo storico in cui è stata scritta. Questo è il modo migliore per prepararsi. Diversamente, il rischio è di interpretare la partitura nella maniera sbagliata. In musica basta spostarsi di pochi decenni – a volte anche pochi chilometri – per incontrare stili diversi. In Italia, ad esempio, a fine Settecento esistevano dei diapason diversi a seconda della città, Venezia, Napoli, ecc. Per queste ragioni, soprattutto con le opere più conosciute, cerco di approcciarmi alla partitura facendo finta di non averla mai conosciuta prima, in modo da studiarle a fondo. Ho fatto così anche per Le nozze in Villa”.

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