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"La scuola ai tempi della guerra e del Covid": Paolo e Margherita, liceali a 75 anni di distanza - BergamoNews
Quali differenze?

“La scuola ai tempi della guerra e del Covid”: Paolo e Margherita, liceali a 75 anni di distanza

Nipote e nonno: l'istruzione di oggi, resa zoppa dalla pandemia, paragonata a quella degli anni Quaranta, alle prese con la Seconda guerra mondiale

“Siamo in guerra”. Quante volte abbiamo sentito questa frase alla TV o l’abbiamo letta sui giornali. Io non lo so se siamo davvero in guerra, e non ho nessuna competenza per stabilirlo, ma se davvero lo fossimo, non sarebbe interessante vedere un confronto tra l’atteggiamento di un ragazzino che vive durante la seconda guerra mondiale, e quello di una ragazza degli anni del Covid? Una delle tante cose che la storia ci insegna è che, se abbiamo abbastanza coraggio da guardare indietro, può essere che le testimonianze di vita quotidiana di anni, decenni o addirittura secoli fa riescano a farci un po’ di compagnia nella nostra paura, e a farci sentire un po’ meno soli, e un po’ meno in colpa per tutti quei capricci che ogni tanto ci passano per la testa in situazioni come queste, e di cui ci pentiamo subito, che sembra ci dicano “stai tranquilla, è successo anche a me”. E magari nelle loro storie riusciamo a trovare quelle risposte e quel coraggio che cerchiamo da tanto, e quelle chiavi che ci permettono di vivere un po’meglio. Vorrei tanto imparare ad avere quello sguardo puro del quattordicenne Paolo.

 

Ciao, mi chiamo Paolo, ma in casa mi chiamano Lino. Ho quattordici anni e abito in una piccola cascina di una piccola frazione di un paesino del cremonese. Frequento la seconda ginnasio al collegio Salesiani di Treviglio, è tosta, ma alla fine, quando ci confrontiamo con gli studenti delle altre scuole, gli facciamo sempre un baffo.

Sono passati quattro anni da quando Mussolini si è affacciato dal balcone di Piazza Venezia e ha annunciato che l’Italia era entrata in guerra contro la Francia, e da quel momento la mia vita non è stata più quella di prima. Doveva essere una cosa veloce, una guerra lampo, così, vinciamo noi in quattro quattr’otto e poi tutti a casa, felici e contenti. E invece sta andando per le lunghe, e felice e contento non lo è proprio nessuno.

All’inizio della guerra io a scuola potevo andarci sempre, adesso che le cose stanno andando male solo qualche volta la settimana, che una parte della scuola è stata adibita a ospedale. Studio da me, a casa, e ogni due o tre giorni prendo la bici e vado alla mia scuola, che sta a Treviglio. Trenta chilometri al mattino e trenta la sera. Faticoso? Sì. Ma almeno riusciamo a fare un pochino di lezione e chiedere qualche chiarimento, che studiare da soli non è mica facile, che devo essere il primo della classe.

Da grande voglio fare il medico, la mia mamma e il mio papà mi hanno sempre spinto a studiare, e hanno fatto tanti di quei sacrifici per permettermelo. In questi anni sto cercando di concentrare tutte le mie energie sullo studio, in periodo di guerra non si può far molto, almeno lavoro per il mio futuro.

Le strade sono quasi sempre vuote, non che Isengo sia mai stata una metropoli, ma adesso ancora meno. Ogni tanto vedo passare qualche donna e qualche bambino, ma mica tanti, che bisogna lavorare, perché gli uomini sono quasi tutti al fronte. Alle ventuno tutti a casa, che c’è il coprifuoco, e guai se ti beccano che stai in giro, se ti va bene ti becchi una multa così salata che non te la puoi nemmeno permettere. In questo periodo, a dire la verità, non ci possiamo permettere proprio nulla. I contadini lavorano come matti e sotto i denti mettono gran poco. I negozi stanno quasi tutti chiudendo che nessuno ha i soldi per comprare qualche cosa. La mia mamma ha una tabaccheria che lo Stato le ha dato come risarcimento, che il papà l’è morto al fronte che lei aveva solo due anni, e adesso la tabaccheria ce l’abbiamo noi. In pochi comprano, ogni tanto viene qualcuno a prendere un pochettino di marmellata, o di tabacco, che costa meno delle sigarette vere, dicono “segna e a fine mese pago” e alcuni non li vedi più. Ma cosa gli vuoi dire? Abbiamo tutti poco, alcuni proprio niente. C’è una vecchia signora, la chiamano “la lupa” che qualche volta, la sera, si mette fuori dalle porte delle case, e si mette a pregare la Madonna, e in realtà sta pregando noi che stiamo in casa di darle un pochettino di farina. E allora la mia mamma va verso la farinera, e le dà un poco di quel poco che noi abbiamo. “Dobbiamo aiutarci tra di noi” così dice.

È così strano, la guerra c’è, ma la sento così lontana, anche se quando vado in bici a scuola devo stare attento che non ci sia qualche aereo che lanci giù una qualche bomba. Non che io abbia una grande fiducia nella mira dei nemici, ma meglio non rischiare, che il bombardamento di Dalmine io l’ho visto con questi occhietti qua. E sì che di persone che sono andate in guerra ne ho conosciute, e alcune non sono tornate, come il papà della mia mamma. “Morire gloriosamente per la patria!” che ci sarà di grandioso nella morte non l’ho ancora capito. La guerra non la vedi, è subdola, meschina, forse lo sa che tutti la odiano, e allora non si fa vedere. Mostra solo i suoi effetti, e forse fanno anche più paura di Lei. Ogni tanto chiudo gli occhi e faccio finta quasi non ci sia, che questa non è la realtà, ma soltanto un brutto sogno, che la mia vita è come quella di qualche anno fa. Poi li riapro…

 

Ciao, mi chiamo Margherita, e ho diciott’anni. Abito a Bergamo e frequento l’ultimo anno di liceo classico, quest’anno ho la maturità, aiuto. È passato quasi un anno da quando in una domenica di fine febbraio al TG hanno annunciato il primo caso di Covid in Italia, e da quel momento la mia vita non è stata più la stessa. Doveva essere una cosa veloce, così, chiudiamo tutto per qualche settimana ed eliminiamo questa brutta influenza, e invece non era solo un’influenza, e invece sta andando per le lunghe. Devo ammettere che quando ho sentito che la scuola avrebbe chiuso per qualche giorno ero pure mezza contenta, che avevo un’interrogazione di latino il lunedì, che ero pure parecchio indietro. Tanto si trattava solo di due o tre giorni, e poi di nuovo tutti a scuola. Se avessi saputo come sarebbe andata avanti la situazione, piuttosto, ne avrei fatte un centinaio di interrogazioni su Lucrezio.

All’inizio a scuola non ci siamo più potuti andare e abbiamo finito l’anno in DAD. A settembre eravamo tornati in classe, ed eravamo così felici, che la DAD è stata un rimedio di emergenza, ma non è mica la stessa cosa. Da un mese a questa parte siamo di nuovo a casa, che c’è la seconda ondata, e la Lombardia è in zona rossa, che è come un secondo lockdown. E siamo di nuovo in DAD. Connessi ad un computer almeno cinque ore al giorno, sei giorni su sette. Faticoso? Sì. Ma almeno riusciamo a fare un pochino di lezione e chiedere qualche chiarimento, e vedere i miei compagni, anche se attraverso una Webcam che salta sempre, che studiare da soli non è mica facile, che devo arrivare alla fine di questi cinque anni.

Da grande vorrei fare così tante cose, e considerando che in questi mesi dovrei scegliere l’università, tutto questo entusiasmo legato alla confusione e all’incertezza del momento non è di grande aiuto. Sto cercando di sfruttare questo tempo a casa, oltre che a preparare interminabili interrogazioni di greco, a fare un po’ di ordine tra tutte le cose che vorrei fare, tra tutti i sogni che vorrei realizzare. In un periodo come questo non si può far molto, almeno lavoro per il mio futuro. Ma come faccio a diciott’anni a decidere della mia vita?

Comunque, tornando a noi, in questi giorni le strade sono quasi sempre vuote, non che Bergamo sia mai stata una metropoli, ma adesso ancora meno. Ogni tanto vedo passare qualche macchina di chi va al lavoro, che con il lavoro che fa non può fare Smartworking, ma mica tante, che se si può bisogna stare a casa. Alle 23 tutti a casa, che c’è il coprifuoco, e guai se ti beccano che stai in giro, ti becchi una multa così salata che ti scoccia parecchio, soprattutto se sei un negoziante o un ristoratore, che tanti hanno dovuto chiudere, che non ci stavano con le spese. E noi cerchiamo di aiutarci a vicenda, di “supportare l’economia locale”, che invece che andare al supermercato, se ti servono due pomodori e tre mele, li compri dal fruttivendolo, anche se costano un po’ di più. “Dobbiamo aiutarci tra di noi”.

È così strano, il Covid c’è, ma lo sento così lontano, anche se di persone che si sono ammalate ne conosco, e alcune non ce l’hanno fatta. E le ho sentite le ambulanze, che non abito così distante dall’ospedale, e gli elicotteri, e la macchina col megafono che dice di stare in casa. Adesso non passa più, spero di non risentirla mai. Il Covid non lo vedi, è subdolo, meschino, forse lo sa che tutti lo odiano, e allora non si fa vedere. Mostra solo i suoi effetti, e forse fanno anche più paura di lui. Ogni tanto chiudo gli occhi e faccio finta quasi non ci sia, che questa non è la realtà, ma soltanto un brutto sogno, che la mia vita è come quella di qualche anno fa. Poi li riapro…

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