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Cala la curva dei contagi: Bergamo resta sotto la media, ma è presto per abbassare la guardia - BergamoNews
Report settimanale

Cala la curva dei contagi: Bergamo resta sotto la media, ma è presto per abbassare la guardia

Settimana dal 10 al 16 novembre: l’indice Rt è sceso rispetto alla settimana precedente: il 9 novembre era 1.63 per l’Italia e 1,57 per la Lombardia, oggi siamo intorno all’ 1,1 per entrambe

La settimana dal 10 al 16 novembre si è contraddistinta per un lieve calo della curva epidemiologica, dal 3,43% al 2,92% (media settimanale), ma ancora non sufficiente per segnalare una inversione di tendenza; i contagi settimanali sono stati infatti 245.527 contro i 228.806 del periodo precedente. Anche il rapporto positivi/tamponi è rimasto alto (18%). Ciò che è certo è che ora la crescita non è più esponenziale ma lineare. È un primo buon segnale che dovrà essere confermato nei prossimi giorni.

I numeri rimangono quindi, ad oggi, ancora molto alti: 717.784 sono gli attualmente positivi rispetto ai precedenti 590.110; 32.536 i ricoverati con sintomi, (vs.28.633); 681.756 in isolamento domiciliare (vs.558.506). Rappresenta un dato di grande preoccupazione il numero delle persone decedute, 3.983 nel periodo, in confronto alle 2.691 del precedente e quelle in terapia intensiva 3.492, 643 in più della settimana scorsa; numeri che dimostrano quanto sia ancora grave la situazione. Infatti, continuando con questa media anche nella prossima settimana, raggiungeremmo lo stesso numero massimo di ricoverati toccato il giorno 3 aprile scorso (4.068). Una condizione che comporterebbe il blocco di quasi tutte le attività non Covid-correlate. Il grande rischio che stiamo correndo, ballando sull’orlo del baratro, è la saturazione degli ospedali: alcuni indicatori in calo sono una buona notizia, ma il nodo centrale rimane questo.

Numeri e anomalie

A proposito di terapie intensive è necessario fare una precisazione: il valore ufficializzato ogni giorno non rappresenta i nuovi ricoverati, ma il saldo tra ingressi e uscite. In termini semplici: se da 500 passiamo a 600 non significa che i nuovi ingressi siano 100, perché non viene espresso il numero dei pazienti usciti dalle unità intensive (perché migliorati o deceduti). Ipotizziamo che ci siano 100 tra dimissioni e decessi: scenderemmo a 400. E per arrivare a 600 avremmo 200 nuovi ingressi (non i 100 comunicati). Il reale numero dei pazienti finiti in terapia intensiva è quindi sicuramente più alto di quanto non appaia, ma non è possibile stabilirne con precisione l’entità. Una mancanza che andrebbe rapidamente sanata.

Vi è anche un’altra anomalia nei dati: la comunicazione, a livello nazionale, con un solo valore dei pazienti guariti e dimessi; nel primo caso si presuppone che siano soggetti negativizzati; nel secondo potrebbero essere tutti soggetti non guariti, ma migliorati al punto da poter essere dimessi. Non è un caso che negli ultimi giorni, a fronte di una maggiore necessità di posti letto negli ospedali, il numero dei guariti/dimessi si sia impennato, addirittura superando spesso quota 12.000 (media attuale). Un segno evidente di come i pazienti meno problematici vengano dimessi più rapidamente per completare il percorso di guarigione a casa e liberare un posto in ospedale.

Scende l’indice Rt, ma…

L’indice Rt è sceso rispetto alla settimana precedente: il 9 novembre era 1.63 per l’Italia e 1,57 per la Lombardia, oggi siamo intorno all’ 1,1 per entrambe. Un segnale importante, che tuttavia non deve essere usato per distrarre dal vero obiettivo: diminuire la pressione sugli ospedali e riportare, e poi mantenere nel tempo, il valore di Rt sotto la soglia di 1.0. Qualsiasi valore sopra questa soglia è rappresentativo di una crescita del contagio e di una ricaduta conseguente su un sistema sanitario ormai vicino al collasso. In questa fase è inutile e fuorviante parlare di possibili allentamenti, o pensare di attuarli non appena l’indice Rt tornerà sotto 1.0: l’unico risultato sarebbe riportarlo rapidamente sopra questo livello e far riprendere la corsa del virus.

A questo proposito osserviamo la situazione in Francia, che dimostra due cose che ci serviranno per interpretare meglio i dati italiani sull’Rt:

1) Il lockdown, anche se “leggero” come quello adottato oltralpe, ha un effetto sull’epidemia.

2) Un valore di Rt sopra 1.0 è comunque insostenibile nel medio-lungo periodo.

Partiamo dal punto 1). In Francia il lockdown è stato introdotto alla mezzanotte del 29 ottobre. A distanza di pochi giorni quasi tutti i principali indicatori (fonte: governo francese) hanno iniziato a scendere: in particolare quello relativo ai positivi per 100.000 abitanti nella settimana mobile (dai 498 del 31 ottobre ai 430 del 6 novembre) e il valore di Rt, da 1.28 del 29 ottobre a 1.1 del 6 novembre (ultimo disponibile).

Tutto bene dunque? No, e veniamo così al punto 2). Gli effetti dell’Rt sopra 1.0 hanno continuato a generare un numero crescente di nuovi casi (341.046 dal 3 al 9 novembre contro 301.155 dal 27 ottobre al 2 novembre, +11,7%) e di conseguenza ad alimentare un flusso incrementale di ricoveri e terapie intensive: il 12 novembre in Francia risultava occupato da pazienti Covid-19 il 96% delle terapie intensive disponibili nel Paese. Una situazione insostenibile.

Ed è quello che dobbiamo a ogni costo evitare in Italia, perché il crollo del sistema sanitario comporterebbe effetti devastanti non solo sulla salute pubblica, ma anche e soprattutto (per chi si preoccupa in particolare di questo, come se le cose fossero slegate) sull’economia. È una buona tendenza: ma, come ripetiamo sempre, occorre scendere stabilmente sotto 1.0. Gli effetti scatenati in Francia da un Rt appena sopra questo livello sono sotto gli occhi di tutti: anche di chi si limita a sottolineare la variazione al ribasso dei numeri, senza interpretarli in modo corretto.

Le altre malattie

Tornando al tema degli ospedali, non dobbiamo dimenticare i 660 ricoverati per patologie cardiache e i 490 legati a tumori (e tutti gli altri che a questi si sommano). Intasare gli ospedali ha quindi un effetto immediato sulla cura di tutti i pazienti: in modo invisibile nell’immediato, poiché misureremo gli effetti il prossimo anno confrontando le curve di mortalità, ma per questo motivo, non è giustificabile un allentamento immediato delle misure, pena una pericolosissima altalena tra riduzione e ripresa dell’infezione.

Sale l’età media dei contagiati

A preoccupare è anche il costante innalzamento dell’età media dei contagiati passata in sole due settimane da 42 a 45 anni: segno di un maggiore coinvolgimento delle fasce più anziane della popolazione (più esposte a forme severe della malattia), dopo aver toccato nel mese di luglio un minimo di 29 anni (il massimo, 66 anni, risale alla settimana 6-13 aprile). La fascia dei soggetti compresi tra 51 e 70 anni è passata dal 17,5% di metà agosto al 26,5%., mentre i casi nella fascia over 70 da 8,2% a 11,9%.

Bergamo e la Lombardia

In Lombardia i nuovi casi settimanali sono stati 59.377 contro i 55.902 della settimana scorsa; i decessi 1.024 (+217); I ricoveri in terapia intensiva sono 855 (+185). Notevole l’incremento delle persone in isolamento domiciliare 143.583 rispetto ai precedenti 124.375.

La provincia di Bergamo ha riscontrato 1.871 nuovi casi contro i 1.698 della settimana precedente (ricordiamo che il nostro report va da martedì al lunedì seguente compreso). La provincia di Brescia, con solo 150.000 abitanti in più, ne assomma quasi il doppio, ossia 3.478, mentre la provincia di Como, che ha una popolazione metà della nostra, addirittura 5.157. Anche le province di Monza e Varese, pur avendo circa 200.000 abitanti meno della bergamasca, hanno avuto 6.818 e 9.145 casi rispettivamente.

La Bergamasca continua quindi ad avere nuovi casi, ma con una incidenza minore rispetto non solo al resto delle province lombarde, ma anche al resto d’Italia; ma i numeri parlano chiaro e ci consigliano di non abbassare la guardia.

L’Europa

Tutta l’Europa Nord Occidentale spera di essere sul picco della seconda ondata e alcuni, come il Belgio, la Svizzera e l’Olanda, hanno già invertito la curva. Buoni segnali da Spagna e Germania; un po’meno bene il Regno Unito e l’Austria e soprattutto la Svezia. Male ancora l’Europa dell’Est, in particolar modo la Repubblica Ceca e la Romania. Il nostro continente ha ora 15 milioni e 300mila casi confermati e 345.000 morti.

Il resto del mondo

In tutto il modo la pandemia ha finora ucciso più di un milione e 300 mila persone. Gli Stati Uniti sono il Paese più colpito con quasi 250 mila morti (e 11 milioni di casi) davanti a Brasile (più di 165 mila), India (130 mila), Messico (oltre 98 mila) e Regno Unito (52 mila). Il totale dei contagiati dall’inizio della pandemia ha superato i 55 milioni.

I vaccini

Buone notizie arrivano invece dal fronte vaccini: il giorno 11 novembre la Pfizer-BioNTech ha comunicato che il loro vaccino risulta essere efficace al 90% e, dopo aver raccolto dati sulla sicurezza per due mesi, prevede di chiedere alla Food and Drug Administration l’autorizzazione di emergenza del vaccino a due dosi alla fine di questo mese, come raccomandato dalle leggi. Il giorno 16 anche la biotech americana Moderna ha comunicato di aver completato le sperimentazioni sull’uomo. Per entrambe si attendono ora le pubblicazioni scientifiche, con ulteriori dettagli sulla protezione offerta.

Da sottolineare come per questi due casi come per altri vaccini in via di ultimazione, occorrerà attendere, una volta iniziata la somministrazione prevista per l’inizio dell’anno prossimo, almeno l’estate prossima per avere un significativo impatto contro il coronavirus.

Per questo è importantissimo che si sappia che il vaccino da solo non può bastare a fermare la pandemia. L’avvertimento viene dallo stesso direttore generale dell’OMS, Ghebreyesus, secondo il quale “il vaccino completerà gli altri strumenti che abbiamo, non li sostituirà”. Le scorte di vaccino, ha spiegato, all’inizio saranno ridotte e la priorità dovrà essere data “agli operatori sanitari, alle persone anziane e alla popolazione a rischio. Si spera che ciò ridurrà il numero dei morti e permetterà ai sistemi sanitari di far fronte alla situazione, ma tutto ciò lascerà comunque al virus ancora molto spazio di movimento. I controlli dovranno continuare, le persone dovranno ancora essere testate, isolate e curate, i contatti dovranno ancora essere tracciati e le persone continueranno ad esser curate”.

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