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Sono la prima, ma non sarò l'ultima - BergamoNews
Kamala harris e le altre

Sono la prima, ma non sarò l’ultima

“Dobbiamo ritrovare il coraggio di lottare per ciò che è giusto, per ciò che è necessario, per tutto ciò che come cittadini del pianeta Terra esigiamo”

“Sono la prima, ma non sarò l’ultima”

Hillary Clinton, Dalia Grybauskaité, Věra Jourová, Ursula Von der Leyen, Inés Arrimadas García, Agnieszka Holland, Michelle Obama, Alexandria Ocasio-Cortez, Nancy Pelosi, Laura Boldrini, Rebecca Harms, Rasa Juknevičienė, Alice Stollmeyer, Nilde Iotti, Elisabetta Casellati, Dace Melbārde, Małgorzata Szumowska, Emma Bonino, Angela Merkel, Kamala Harris, Christine Lagarde, Nasrin Sotoudeh, e tante, tante altre.

Donne, donne che hanno, e stanno cambiando il mondo. Perché la rivoluzione, oggi, ha il volto delle donne. Perché la rivoluzione, oggi, vuole distruggere quel sistema astruso, arzigogolato e anacronistico che il patriarcato ha generato. Quel sistema che pone l’uomo al centro di tutto. Incoronato da chissà chi, padrone di un mondo che non gli spetta. Padrone di un mondo più grande di lui. Padrone di un mondo razzista, classista, xenofobo, maschilista, machista e omotransfobico. Dobbiamo essere consci del cambiamento, ed esserne anche artefici. Non possiamo più addormentarci nella speranza che qualcosa cambi.

Mi dispiace informarvi: noi non siamo Cenerentola, i nostri diritti e le nostre libertà non appariranno allo scoccare della mezzanotte. Dobbiamo lottare, dobbiamo riscoprire l’importanza dei nostri diritti e della nostra democrazia. Perché se non lottiamo per i nostri diritti indipendentemente dal sesso, dalla lingua, dalla religione, dall’opinione politica, dalla ricchezza, dalla nascita o da altra condizione, chi lo farà? Se non noi, chi?

E il mondo ne è la dimostrazione. In Bielorussia la rivoluzione ha il volto delle donne. 12 figure simbolo della democrazia che, urlando “I stand with women of Belarus“, hanno fatto da cassa di risonanza agli ideali democratici che la Bielorussia esige. Perché ricordatevi che, oggi, la Russia Bianca è de iure una Repubblica presidenziale, ma de facto una dittatura. E questo movimento di protesta pacifica originatosi contro il presidente illegittimo della Bielorussia, Alexander Lukashenko, è guidato da 3 donne divenute simbolo della democrazia: Sviatlana Tsikhanouskaya, Maria Kolesnikova e Veronika Tsepkal. Sono ormai famose in tutto il mondo le immagini delle proteste di Minsk. Proteste guidate dalle donne, dalle donne pronte a urlare, un grido di libertà che risuona in tutto il mondo, e chiede appoggio, chiede democrazia, rivendica diritti e libertà, rischiando la vita. Noi dovremmo essere al fianco di queste persone, di queste donne, che consce del pericolo che Lukashenko rappresenta, scendono ugualmente in piazza a chiedere democrazia, a manifestare contro un regime che risponde con la violenza e con l’odio, liberando le forze armate contro i manifestanti pacifici, i giornalisti e gli oppositori politici.

Adesso spostiamoci negli Stati Uniti d’America, qualche giorno fa, è stata eletta vicepresidente la senatrice Kamala Harris. La prima donna a ricoprire questo ruolo grazie a capacità, competenza, determinazione ed entusiasmo. Ha fatto la storia. La storia di una nazione patriarcale che oggi più che mai è attraversata da un’ondata di cambiamento, di novità, da una rivoluzione pacifica che ha il volto delle donne. E ha fatto, e farà, la storia il suo discorso alla Nazione:” While I may be the first woman in this office, I will not be the last. Because every little girl watching tonight sees that this is a country of possibilities.”

Restando sempre in America, più precisamente nella Grande Mela, abbiamo la più giovane donna mai eletta alla carica parlamentare: Alexandria Ocasio-Cortez. Socialista democratica e rappresentante del 14mo distretto di New York. Famosa per aver proposto il “Green New Deal”, con l’obiettivo specifico di rendere l’economia statunitense verde ed ecologica per fronteggiare il cambiamento climatico.

In Italia diamo la democrazia per scontato. Ma forse sbagliamo, crediamo che tutto sia stabile, immobile e immutabile, come se i nostri diritti fossero stelle fisse. Come se la democrazia nel mondo non stesse lentamente sparendo. Facciamoci caso, la democrazia è un’eccezione della nostra storia politica, e quindi assopirci nella speranza che niente cambi, fa solo sì che il mondo retroceda nel tempo di anni, secoli, millenni.

La Repubblica deve garantire e tutelare i diritti degli ultimi, dei più deboli, di tutti coloro che, oggi, subiscono discriminazioni. La Repubblica deve garantire e tutelare i diritti di tutti. Il giurista Sabino Cassese nel libro edito Mondadori “La democrazia e i suoi limiti” ha scritto: “Solo circa metà dei 193 Stati del mondo è governata in forma democratica e il numero dei Paesi democratici non aumenta”. Continua: “Nei Paesi sviluppati circa un quarto dell’elettorato si astiene dal voto. Nelle democrazie più antiche e consolidate, come la Svizzera, i votanti sono circa la metà degli aventi diritto”.

Sempre meno gente va a votare. Sempre meno gente si interessa alla politica, all’economia e alla geopolitica. Sempre meno persone credono nell’importanza del voto, che in uno Stato democratico è, e deve essere, fondamentale. E allora mi chiedo come possa una persona che non vota, che non esprime una preferenza, potersi definire cittadino di uno Stato democratico? Perché la democrazia non è uno Stato, ma un processo.

Un processo grazie al quale le minoranze acquisiscono diritti che dovrebbero avere in quanto esseri umani, ma che qualcuno ha deciso di negare loro per chissà quale paura insita nel concetto stesso di razzismo. Un processo grazie al quale dovremmo tutti essere uguali dinanzi alla legge. Un processo grazie al quale tutti dovrebbero avere gli stessi diritti, le stesse libertà, e gli stessi doveri.

Ma se non lottiamo per far sì che questo processo diventi realtà, sarà tutto vano. Tutto inutile. Perché la democrazia è la corsia di una strada a doppio senso di marcia, possiamo dunque tornare indietro e rivivere la soppressione, l’odio, la violenza e la discriminazione. Perché sì, possiamo tornare indietro. Ma perché dovremmo? Perché dovremmo vivere in un Paese che uccide una persona perché nera, perché ama, perché donna, perché ha idee politiche diverse?

Dobbiamo ritrovare il coraggio di lottare per ciò che è giusto, per ciò che è necessario, per tutto ciò che come cittadini del pianeta Terra esigiamo. E lo ripeterò fino allo sfinimento, dobbiamo lottare per lasciare ai nostri figli e ai nostri nipoti un mondo migliore, un modo in cui la giurisprudenza possa tutelare tutti. Un mondo nel quale una bambina appena sveglia possa sognare di raggiungere la vetta della Casa Bianca, la presidenza del Parlamento, la presidenza della Repubblica. Un mondo nel quale una bambina possa svegliarsi e dire “No, io non ci sto”. Nel quale possa dire “Io diventerò qualcuno perché ne ho le capacità”.

“Kamala Harris è diventata la prima vicepresidente donna degli Stati Uniti d’America. Perché io non posso?”.

E le donne, oggi, in Italia fanno, e hanno fatto, tanto per la democrazia, per la politica e per i diritti. Pensiamo semplicemente a Nilde Iotti, prima donna presidente della Camera dei Deputati, strenua sostenitrice del diritto delle donne nel mondo del lavoro, del divorzio, e delle lotte per l’emancipazione femminile. A Emma Bonino, pioniera della lotta contro l’aborto clandestino con l’obiettivo di offrire alle donne la possibilità di interrompere una gravidanza in totale sicurezza, urlando: “Abbiamo tutte abortito, vogliamo il processo!”, sostenitrice dei diritti delle donne e di tantissime battaglie dei radicali.

Ma a questo punto sorge spontanea una domanda: quando avremo la prima presidente della Repubblica donna?

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