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Breve glossario tecnico per capire i concetti sull'identità di genere - BergamoNews
Lo psicoterapeuta

Breve glossario tecnico per capire i concetti sull’identità di genere

Oltre gli stereotipi: un po' di chiarezza tecnica dopo la legge Zan

L’approvazione alla Camera della legge Zan ha riaperto il dibattito su una questione (il riconoscimento di diritti civili e la condanna di atteggiamenti discriminatori) in cui sembrano mescolarsi impropriamente legittime posizioni politiche, aspetti normativi e convinzioni spesso basate su nozioni di “psicologia ingenua”, cioè le credenze diffuse circa il funzionamento della mente e della psiche non necessariamente corrispondenti allo stato dell’arte della ricerca clinico/scientifica.

Non mi posso né voglio arrogare il diritto di indicare o suggerire cosa dovrebbe essere scritto in una legge varata dal Parlamento di uno stato di diritto, ma credo di poter dare un contributo “tecnico” per chiarire ed eventualmente confutare alcune convinzioni improprie relative al “mare magnum” in cui spesso si fanno confluire concetti molto diversi come sesso, identità di genere, orientamento sessuale, gender studies, famiglia “naturale”.

Cominciamo con il chiarire che non esiste un’ “ideologia di genere” che spinge a orientare le scelte culturali e politiche dei vari Paesi ma, molto più semplicemente, una definizione sostanzialmente chiara e univoca della comunità scientifica dei meccanismi psichici che portano l’individuo a strutturare la propria identità di cui, ovviamente, fanno parte anche l’identità di genere e l’orientamento sessuale.

Come sempre succede nella storia dello sviluppo scientifico l’emergere di nuovi strumenti d’indagine e la verifica/falsificazione empirica di ipotesi teoriche definisce lo stato dell’arte in ogni disciplina che studia il mondo o l’uomo.

Esemplare in tal senso il percorso che ha portato alla rimozione dell’omosessualità dall’elenco delle parafilie (disturbi o deviazioni del comportamento sessuale) dal DSM (il punto di rifermento diagnostico universale per le diagnosi in ambito psichiatrico ) nel 1973, certificando di fatto ciò che era ampiamente riconosciuto nella pratica clinica ed emerso univocamente dalle ricerche ovvero il fatto che l’omosessualità fosse una delle possibili variabili dell’orientamento/comportamento sessuale e che non avesse quindi senso considerarla una “deviazione da una sessualità normale”.

Provo allora a fornire un breve glossario dei concetti fondamentali coinvolti, spesso impropriamente, nel dibattito culturale e politico:

Sesso [biologico]: denota l’appartenenza a una categoria biologica e genetica (maschio/femmina).

Genere: esperienza psicologica e culturale delle categorie di maschile e femminile ed ha a che fare anche con la rappresentazione sociale che indica le credenze culturali e familiari sull’uomo e sulla donna. Ad esempio, una persona nasce femmina o maschio, ma lo status di donna o uomo è il prodotto di un’introiezione di modelli socioculturali.

Usando le splendide parole di Judith Butler il genere è “un’imitazione di cui non esiste l’originale”.

Identità di genere: riguarda il senso soggettivo di appartenenza alle categorie di maschio o di femmina e quindi la percezione di sé come maschio o femmina).

Ruolo di genere: si riferisce all’espressione esteriore, sociale e culturale dell’identità di genere, a ciò che “si considera” maschile o femminile.

Orientamento sessuale: è la rappresentazione di sé rispetto al proprio oggetto di attrazione sessuale e dei comportamenti che conseguentemente vengono messi in atto, non è determinato direttamente dalla propria identità di genere (un omosessuale maschio non desidera maschi perché “in fondo è una femmina”, per capirci, così come un’omosessuale femmina non ha necessariamente un modello di identificazione di genere maschile).

Negli ultimi 30 anni molte ricerche hanno rilevato la progressiva diminuzione della polarizzazione dell’orientamento sessuale introducendo il concetto di “sessualità liquida” ovvero della tendenza, soprattutto nei giovani, a non definire una volta per tutte il proprio comportamento sessuale in modo univoco senza per questo mettere in discussione il proprio orientamento sessuale né, ovviamente, la propria identità di genere.

Ciò che, purtroppo, è invece indiscutibilmente presente anche oggi anche nel nostro paese è il carico di sofferenza psichica associato al “minority stress” ovvero alle conseguenze dello stigma sociale introiettato relativo alla propria appartenenza a una “minoranza”: il giudizio morale esplicito così come quello più strisciante e troppo spesso sottovalutato “da bar”, soprattutto durante l’adolescenza (periodo delicatissimo improntato proprio alla ricerca e costruzione della propria identità), provoca spesso vere e proprie sindromi di rilevanza clinica in cui la vittima della discriminazione si convince di “essere sbagliata” correndo il rischio di mettere in atto agiti “di copertura” inevitabilmente destinati al fallimento e , soprattutto , molto dolorosi e conflittuali in quanto ego-distonici (non coerenti con la propria identità).

Concludo con un ultimo stereotipo (ma quanti altri ce ne sarebbero da affrontare) duro da smontare nonostante l’evidenza scientifica unanime in tal senso : i nostri figli entrano sempre e costantemente in contatto con le diverse sfumature della società in cui vivono, pensare di poterli/doverli proteggere controllando a monte tutti gli stimoli con cui vengono a contatto non è solo impossibile, ma li priva della possibilità di costruirsi strumenti di lettura e comprensione della realtà che li circonda. Approcciare fin dalla scuola primaria (ovviamente con metodi adeguati all’età) la tematica dell’educazione all’affettività è uno strumento fondamentale per la crescita e lo sviluppo armonico dei bambini prima e degli adolescenti poi e, nonostante il timore di alcuni, non orienta in alcun modo il contenuto delle proprie scelte identitarie future, ma permetterà invece di viverle con maggiore consapevolezza e serenità.

* Psicologo psicoterapeuta

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