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Covid, Uliano: “Il paradosso? Abbiamo reso più sicure le fabbriche degli ospedali" - BergamoNews
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Covid, Uliano: “Il paradosso? Abbiamo reso più sicure le fabbriche degli ospedali”

Ferdinando Uliano, il bergamasco segretario nazionale della Fim Cisl, ci aiuta a leggere come è cambiato con il Covid il modo di fare sindacato. E non solo

“È un paradosso che estremizzo e non vorrei essere frainteso: abbiamo reso più sicure le fabbriche degli ospedali. Perché l’azione che il sindacato ha fatto ha ridotto nelle fabbriche con protocolli e comitati il contagio. Ciò che non siamo riusciti a fare nella società. Dall’altra parte faccio autocritica e coinvolgo anche le aziende e le parti industriali: con il Covid siamo riusciti a contenere il danno causato dal contagio di questa pandemia, però la piaga degli infortuni non siamo riusciti ad abbatterla. C’è gente che muore di più in fabbrica per lavoro che per Covid, allora la modalità con cui aggrediamo il covid può essere la modalità che si può adottare anche in fabbrica? Secondo me sì. Questa pandemia, il lockdown, la crisi sono elementi che ci offrono anche delle opportunità, ci interrogano su una serie di questioni. Ovviamente dobbiamo entrare in una logica più sistemica e meno individualista, perché se tutto viene percepito quanto interesse e vantaggio ho io o la mia categoria è chiaro che non se ne esce più da questa dimensione”.

Sono le parole di Ferdinando Uliano, sindacalista bergamasco, segretario nazionale della Fim Cisl, la categoria dei metalmeccanici. Lo avevamo incontrato per parlare della crisi economica che sta generando il Coronavirus, in particolare perché ha colpito alcuni settori che avevano affidato le proprie filiere in Paesi in via si sviluppo lasciando molte imprese italiane incapaci di completare gli ordini e consegnare i prodotti.

Il suo sguardo attento al mondo del lavoro e della società ci ha portato anche oltre. A scoprire che il mondo globalizzato come lo abbiamo inteso finora forse è al tramonto e urge una nuova visione che ci vede tutti parte in causa: dalla richiesta che non si può venir meno al rispetto dei diritti umani alla green economy fino ai giovani ai quali stiamo consegnando questo mondo.

La pandemia da Covid 19 con la rivoluzione di orari e modalità di lavoro che ha portato nel campo occupazionale ha cambiato anche il modo di fare sindacato?

Indubbiamente è stata una situazione che ha scomposto tutta una serie di situazioni, a partire anche dalle relazioni industriali. Le istituzioni sono state le prime che hanno assunto la modalità di incontri in videoconferenza e abbiamo iniziato a fare accordi non in presenza. Una dimensione di confronto prima in video, poi sui testi e protocolli inviati via mail. Rimane aperta una questione di non poco conto: siamo alla vigilia di uno sciopero dei metalmeccanici del prossimo 5 novembre e naturalmente non nascondo che abbiamo la difficoltà di non incontrare di persona i nostri associati e rappresentanti, non è possibile fare assemblee. Questo fa diventare tutto più difficile per il sindacato perché siamo abituati ad incontrare i lavoratori.

Siete diventati più flessibili, più concilianti per paura di perdere il lavoro? Si cede un po’ di più sui diritti?

No. Non è che stando a distanza si diventa più concilianti o moderati. C’è stata un’assunzione di responsabilità reciproca sia da parte dei nostri rappresentanti sia da parte degli industriali nel fare un passo oltre gli ostacoli spesso pregiudiziali che avevamo entrambi, come la messa in sicurezza degli stabilimenti. Faccio un esempio: per gli industriali era inconcepibile discutere di organizzazione al lavoro coinvolgendo il sindacato. Quando però c’era da far funzionare le linee di produzione, bisognava distanziare i lavoratori, bisognava ridiscutere gli spazi e mettere in sicurezza i luoghi di lavoro è chiaro che il sindacato è diventato fondamentale per mettere in sicurezza le fabbriche. Questo ha consentito di avere una partecipazione del sindacato che prima pregiudizialmente veniva esclusa.

Questa emergenza globale ha evidenziato come alcune filiere delocalizzate in altri Paesi hanno penalizzato il Made in Italy. È possibile ricostruire queste filiere anche in una fase di emergenza come quella attuale?

Certamente. Si è aperto un capitolo nuovo sia per noi sia per le imprese. Tutto il tema dello smart working che ha interessato intere classi di lavoratori quando veniva presentato in trattativa sembrava un vezzo di noi sindacati. Poi ci siamo trovati di fronte settori dove il 70/80% degli impiegati esercita la propria attività in smart working. Il Covid ha ridefinito i tempi per i lavoratori e anche la catena e la filiera del valore. Il sistema industriale si era basato sullo sfruttare ovviamente le condizioni di vantaggio che alcuni Paesi emergenti offrivano sui costi di produzione e di fabbricazione, confidando nella logistica e nella fornitura. Il blocco del Covid ha messo in difficoltà tutta una serie di filiere che non erano state utilizzate. È emblematico il fatto che nel nostro Paese mancassero le mascherine, piuttosto che altri dispositivi di sicurezza. Per quanto riguarda una realtà che seguo direttamente, il Gruppo Piaggio, si è trovato con il fornitore indiano che non consegnava un pezzo perché la loro regione era stata colpita dal Covid. Così è avvenuto per quanto riguarda il settore dell’auto dove mancavano dei componenti prodotti fuori dall’Italia. Per il nostro Paese penso alla Magneti Marelli che ha dovuto spostare una parte della sua produzione in Germania perché la Porsche, dopo il nostro lockdown, ha voluto che il produttore di quell’elemento fosse in casa. Sono esempi che dimostrano la fragilità di un approccio al mondo della produzione che va ripensato, venendo un po’ meno ai discorsi di pura delocalizzazione che fa pagare un caro prezzo ai nostri lavoratori con i licenziamenti.

In particolare il settore automotive, tra i più in sofferenza, si è inceppato a causa di alcuni ritardi che lo hanno lasciato senza pezzi fondamentali in arrivo dall’estero. Anche se imprevedibile, questa situazione ha trovato un nervo scoperto nel processo di delocalizzazione: può essere il momento giusto per pensare a un “rientro” di quelle attività o non è una motivazione sufficiente a innescare quel processo?

Alcune cose andranno ripensate. Alcune valutazioni che stanno prendendo piede. Perché è inevitabile quando un’azienda da 7 mila dipendenti, da 4500 dipendenti in su, si ferma per un tubicino che avevi collocato in un Paese estero per abbattere i costi di produzione c’è qualcosa che non va. È lì che va aperta una discussione, non vale più la pena allungare la catena del valore quando poi paghi un fermo di produzione per un lockdown. È chiaro che il settore dell’auto è stato investito da una serie di elementi che già lo mettevano a rischio, perché già il cambio della modalità di muovere le macchine con motori elettrici ed ibridi implica e determina di per sé già un impatto enorme dal punto di vista occupazione. Se guardiamo poi alla pandemia e al calo dei consumi, accelera ancora di più i processi di cambiamento.

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