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Medici di famiglia e test rapidi: "Pochi ambulatori possono farli in sicurezza, servono alternative" - BergamoNews
Guido marinoni

Medici di famiglia e test rapidi: “Pochi ambulatori possono farli in sicurezza, servono alternative”

Il presidente dell'Ordine dei Medici di Bergamo: "Meglio in tensostrutture o nei locali individuati per l'antinfluenzale. Servirà personale specializzato"

Tamponi antigenici rapidi direttamente dal medico di famiglia e dal pediatra. C’è anche questo nel decreto Ristori varato dal Governo per far fronte all’emergenza Covid-19. L’obiettivo è quello di ridurre la diffusione del virus, e pure le attese dei cittadini: quelli che si sono messi in isolamento dopo essere entrati in contatto con un positivo, magari senza essere stati ancora chiamati dall’Ats.

In questa fase, sono 30 i milioni di euro messi sul piatto per la distribuzione di 2 milioni di test entro fine anno. Il tampone antigenico è basato sulla rilevazione di proteine virali (antigeni) presenti nelle secrezioni respiratorie. Il prelievo avviene con dei bastoncini infilati nelle narici e nella faringe. La risposta arriva in media entro 20 minuti e l’esito non richiede strumenti di laboratorio. Ha una sensibilità dell’80-85%, inferiore ai tamponi “classici”: in pratica riconosce circa 80-85 infetti su 100.

L’intesa raggiunta sulla parte economica prevede 18 euro al professionista per ogni tampone fatto nel suo studio, 12 euro se il test viene somministrato in una struttura esterna. Il costo sarà a carico dello Stato, non del paziente.

L’accordo, infine, non prevede volontarietà: motivo che ha spinto i sindacati Snami e Smi a chiamarsi fuori. Ne abbiamo parlato con il presidente dell’Ordine dei Medici di Bergamo, Guido Marinoni.

Dottore, che cosa ne pensa?

Personalmente sono favorevole. Ci viene richiesto qualcosa di assolutamente comprensibile.

Ma…

Ma fare questo tipo di prelievi negli studi può comportare dei problemi. Solo alcuni in Bergamasca sono pronti e strutturati. Tanti non hanno la possibilità di creare ingressi separati, non hanno spazi per garantire il distanziamento o adeguata areazione dei locali. Inoltre, il medico di famiglia se lavora da solo difficilmente potrebbe assolvere al compito.

Di quanti test si parla?

Se si parla di uno o due tamponi al giorno non ci sono problemi, ma se i flussi saranno notevoli è tutto un altro discorso. I colleghi ricevono almeno 70 telefonate in mezza giornata, senza contare l’attività sui malati ordinari. Inoltre, molti medici sono sostituti e non titolari, altri sono anziani e stanno andando in pensione…

Quindi?

Quindi è un contesto tutto da organizzare, anche a livello locale. Oltre ai medici di famiglia, a turnazione, potrebbero essere coinvolti i medici della guardia medica, delle Usca, soprattutto servirà l’aiuto degli infermieri di comunità e di personale amministrativo. Un’idea sulla quale si dovrà necessariamente ragionare con Ats è quella di creare dei punti di erogazione esterni agli studi.

Tipo?

Penso ai tendoni, oppure ad alcuni locali già individuati per la somministrazione dei vaccini antinfluenzali, probabilmente i più grandi e funzionali. Una cosa è sicura: ci vogliono, oltre alla capillarità, anche organizzazione, attenzione, protezioni complete e supporto di personale.

Come stanno affrontando i medici di base bergamaschi questa seconda ondata?

Al momento la situazione è più sostenibile che altrove. I casi sono in aumento, ma non in modo drammatico. Lasciamo perdere i discorsi legati all’immunità diffusa, che al momento non hanno alcuna prova scientifica. Se ci sono 400 mila persone che hanno avuto contatti il virus, banalmente ne restano fuori 700mila… Quel che secondo me sta facendo la differenza è il grado di attenzione. I bergamaschi hanno già pagato un prezzo altissimo e mi pare che l’uso delle protezioni sia decisamente più diffuso e rispettato che da altre parti. Il lavoro in ambulatorio però è pesantissimo, non solo per le telefonate e i dubbi sul Covid, ma per tutti i pazienti che necessiterebbero di follow up specialistici e che scontano il comprensibile ritardo delle strutture ospedaliere, impegnate nell’emergenza.

Oggi i medici di base non lamentano più la mancanza di dispositivi.

Le protezioni ormai sono disponibili sul mercato. Non ho ricevuto, per ora, segnalazioni di medici del territorio malati.

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