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Il virologo Palù: “Scuole, detonatrici dei contagi. L’errore? Mezzi pubblici pieni”

"Un altro lockdown generalizzato il nostro Paese non se lo può permettere. Meglio e più utili chiusure tempestive e mirate nello spazio e nel tempo in caso di cluster"

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“I soggetti covid19 positivi, in continuo aumento anche in conseguenza dei tamponi effettuati, non solo possono essere asintomatici, quindi non malati, o manifestare sintomi lievi, ma addirittura, se la carica virale è esigua non sono neppure contagiosi”.

A spiegarlo è Giorgio Palù, professore emerito di microbiologia dell’Università di Padova con quasi 700 pubblicazioni scientifiche e oltre 16mila citazioni, già presidente della Società italiana ed europea di Virologia, che ci ha raccontato come per combattere l’escalation della pandemia siano tre gli imperativi: distanziamento, diagnosi tempestiva e iniziale terapia dei malati a domicilio.

Quando il covid19 è scoppiato eravamo impreparati. Cosa abbiamo sbagliato nell’approccio a questo virus?

Iniziamo col dire che dove il virus è nato, e cioè a Wuhan in Cina, le autorità governative non ci hanno detto subito come stavano le cose. Centomila genomi sequenziati ci fanno capire da quando il virus è passato da uomo a uomo. Lo sappiamo esattamente: il covid19 circola almeno da settembre 2019. Così abbiamo perso almeno quattro mesi. Nulla di nuovo visto che i cinesi fecero lo stesso nel 2002 con la Sars. Poi ci si è messa l’Oms – Organizzazione mondiale della sanità – che ha accondisceso alle commissioni cinesi senza mai pretendere di avere il virus iniziale, che ci avrebbe permesso di capire molte cose anche nella cura della malattia. (ndr Il covid19 somiglia al 96% al virus rilevato nel pipistrello che però, stando alle sequenze genomiche note, nessun pipistrello naturale avrebbe mai ospitato. Per passare dall’animale all’uomo il virus avrebbe dovuto saltare in un ospite intermedio, si è pensato al pangolino ma non ci sono certezze al riguardo).

Dobbiamo evitare l’aumento esponenziale del virus, fino ad ora non ci siamo riusciti. Dove abbiamo sbagliato?

Siamo riusciti a bloccare l’epidemia con il distanziamento imposto dal lockdown del Paese. La stagione calda, poi, ci ha aiutato a tenere bassi i contagi: il covid19 è un virus, come i raffreddori o gli adenovirus, che si trasmette per via aerea e il sole (raggi uva e uvb), il calore e le attività all’aria aperta giocano a nostro favore. Al contrario, la “movida” estiva e comportamenti troppo disinvolti hanno messo un’ipoteca sul mese di settembre. Il cambio di stagione ha fatto il resto: le particelle di questo tipo di virus con il freddo si polverizzano, diventano microscopiche e si inalano in aerosol anche attraverso la mascherina chirurgica. Ma il vero detonatore del contagio è stata la riapertura delle scuole con la messa in circolazione di otto milioni di studenti, molti dei quali stipati sui mezzi pubblici.

La gestione del trasporto pubblico è certamente un tema che in molti hanno denunciato. Le immagini delle metropolitane milanesi stipate di pendolari e dei bus colmi di studenti facevano sgranare gli occhi…

Un errore da parte di Regione Lombardia, per esempio, aver lasciato all’80% la capienza dei mezzi pubblici. I focolai sono esplosi da subito, soprattutto in famiglia. Il problema non è la scuola in sé o i luoghi di lavoro ma ciò che avviene prima e dopo, come ci si arriva e cosa si fa dopo. Il distanziamento è fondamentale. Con i mezzi pubblici affollati la mascherina chirurgica, che protegge al 90% se indossata bene e da tutti, può fare poco. La chiusura e l’apertura delle scuole impattano sui contagi, ormai ci sono numerosi studi pubblicati e autorevoli al riguardo. In Francia e in Spagna, dove le scuole hanno riaperto prima che da noi, i contagi sono ripartiti di conseguenza.

Come giudica le misure scelte dal governo per arginare i contagi? Sufficienti? Insufficienti? Inutili?

Per abbassare la curva dei contagi, che è indispensabile che non cresca esponenzialmente se non vogliamo ritrovarci nella situazione di questa primavera, è fondamentale garantire il distanziamento sociale. Tutte le misure tese ad evitare assembramenti vanno nella direzione giusta. Smart working, università e scuole superiori in remoto, pure. Ripeto: i mezzi pubblici non possono trasportare persone ammassate come abbiamo visto. Per i più piccoli è diverso: la didattica in presenza è l’unica possibile. Ristoranti e locali sono un luogo di affollamento, occorrerebbe far rispettare rigorosamente il distanziamento. E controllare gli impianti di aerazione, che sono una via di diffusione del virus. La trasmissione dell’infezione dipende dalla vicinanza, dal tempo di esposizione e dalla carica virale del soggetto con cui si viene in contatto.

I pronto soccorso lombardi sono vicini al collasso. Ma non era da evitare il ricorso indiscriminato agli ospedali?

Da evitare, sì. Non si dovrebbero intasare i pronto soccorso e gli ospedali se non indispensabile. Bisognerebbe fare di tutto per alleggerire la pressione sulle rianimazioni. Ospedalizzare troppo, come è stato in Lombardia, non ha fatto altro che aumentare il tasso di letalità, arrivato al 12%, uno dei più alti del mondo. Bisognava rinforzare i medici di medicina generale, Toscana e Veneto l’hanno fatto. In Lombardia si è disinvestito nei presidi territoriali, nel depauperamento degli uffici di sanità pubblica. Bisognerebbe curare a casa il più possibile questi pazienti; cortisone ed eparina a basso peso molecolare posso funzionare bene, se si fossero istruiti i medici di base con linee guida precise avremmo potuto farlo. Mi auguro, infine, che non si ripeta l’errore commesso in primavera nelle case di riposo: sarebbe imperdonabile. L’età media dei pazienti deceduti e positivi al covid19 è salita da 80 a 82 anni rispetto a marzo. Il virus colpisce letalmente le persone più fragili, che vanno protette. Nelle case di riposo i controlli devono essere rigorosi, rigorosissimi.

Il panico dilaga.

La letalità per covid19 è relativamente bassa (ndr tra lo 0,3% e 0,6%), più bassa di molte altre malattie infettive, cardiovascolari, respiratorie da nanopolveri. I soggetti covid19 positivi, in continuo aumento anche in conseguenza dei tamponi effettuati, non solo possono essere asintomatici, quindi non malati, o manifestare sintomi lievi, ma addirittura, se la carica virale è esigua non sono neppure contagiosi. Nonostante ciò, il panico sta portando nuovamente al collasso delle strutture ospedaliere col conseguente rischio di intasare attività e posti che potrebbero essere dedicati ad altri malati affetti da altre patologie gravi e che non possono essere accolti e curati.

Non resta che il lockdown per arrestare la curva del contagio?

Un altro lockdown generalizzato il nostro Paese non se lo può permettere, lo dico anche da cittadino oltre che da scienziato. Meglio e più utili chiusure tempestive e mirate nello spazio e nel tempo in caso di cluster (ndr focolai “a grappolo” che si diffondono velocemente contagiando persone connesse tra loro nel tempo e nello spazio).

Fondamentale sarebbe la diagnosi precoce, il tampone tempestivo.

Sottolineiamo ancora una volta che contagio significa trasmissione di malattia non di positività. Detto questo, sì, usiamo test di diagnosi ma senza porci l’obiettivo del contagio zero, che è un non senso anche scientifico. Dove c’è un’altissima presenza di pazienti poco sintomatici o asintomatici (da noi quasi il 95%) perseguire il contagio zero è impossibile; inoltre, il tempo medio di risposta del tampone molecolare è di 3-4 giorni, troppo per bloccare la catena di contagio sul nascere. Quello che è importante è identificare i cluster e lì intervenire. Infine, passare da test molecolari a test antigenici rapidi con risposta in una decina di minuti meno sensibili ma per questo più correlati alla trasmissibilità del virus: la replicazione è direttamente proporzionale alla carica virale.

Secondo lei, per i numeri attuali, c’è un eccessivo allarmismo?

Più aumenta la curva dei contagi più cresce la mortalità. Quindi si deve operare per abbassare la curva il più possibile. La paura è stata elevata ad una nuova categoria dello spirito. Se non abbiamo paura corriamo il rischio di essere indicati come riduzionisti o negazionisti. Cosa che nel mio caso non è nemmeno pensabile…Occorre stare attenti, attentissimi. Il punto centrale è ridurre l’affollamento. Come? Col distanziamento, la diagnosi tempestiva e l’iniziale terapia a domicilio.

Dei numeri che ci vengono comunicati, quale deve essere quello da tenere in considerazione e che ci deve, nel caso, allarmare?

In quanto tempo raddoppiano i casi postivi su base settimanale e cioè l’andamento della curva di incidenza, se lineare o esponenziale. Alcuni parametri fondamentali sono: il numero dei posti letto disponibili in terapia intensiva, per quanto tempo vengono occupati, quante delle persone ricoverate sono in condizioni gravi, l’età media dei ricoveri in rianimazione.

Ci sono studi che dimostrano che gli anticorpi si riducono dopo 2/4 mesi dall’infezione, fino a non essere più rilevabili. Questo implica la possibilità di contrarre il virus più volte. Ci sono però altrettanti studi che descrivono come il sistema immunitario possa naturalmente reagire al virus.

È presto per esprimersi in tal senso. Lo potremo fare solo quando gli studi di fase 3 ci permetteranno di verificarlo (ndr Gli studi di fase 3 in ricerca clinica hanno l’obiettivo di confermare i dati su larga scala e cioè su un considerevole numero di pazienti e con uno studio multicentrico). Uno studio pubblicato sul prestigioso New England Journal of Medicine rileva come nel plasma dei pazienti covid19 ci siano cellule capaci di vivere a lungo garantendo un’immunità cellulare persistente. L’esperienza con tutti i coronavirus (tra cui Sars, Mers) ci dice che questi virus inducono una risposta immunitaria che è neutralizzante. Sono virus in grado di indurre una forte attività protettiva del sistema immunitario. Oltre agli anticorpi, quindi, esistono altre parti attive del sistema immunitario che agiscono in difesa contro il virus. Ci sono studi importanti in questa direzione. Occorre attendere.

A proposito del vaccino per il covid19, viste le tempistiche necessarie per la messa a punto e poi per la commercializzazione, crede che sarà un obiettivo raggiungibile? Sia come tempistiche che come efficacia.

Pensiamo al vaccino per la semplice influenza: per avere un’immunità di gregge deve essere vaccinato almeno il 65% della popolazione…

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