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I ristoratori di Città Alta: “Già in ginocchio, questo è un colpo mortale per molti”

Parlano i ristoratori di Città Alta: delusi, arrabbiati e sconsolati. "Ora serve rimodulare o ridurre gli affitti e sospendere le tasse per il periodo di lockdown".

Piazza Vecchia non è mai stata così deserta. La pioggia battente e il cielo così basso e grigio rispecchiano bene il morale di molti ristoratori, gestori di bar o pub. Dietro le serrande ci sono loro che devono fare i conti con il nuovo Dpcm che prevede la chiusura alle 18. Lungo la Corsarola, al Fly Pub c’è il titolare Maurizio Pirovano, birraio e presidente della Comunità delle botteghe di Città Alta, associazione di categoria che raccoglie 96 esercizi commerciali operativi dentro le Mura Veneziane.

“Guardiamo in faccia alla realtà?” chiede quasi a se stesso. E si risponde.
“Già dopo il primo lockdown Città Alta non si è ripresa completamente, nonostante i dehors e tante iniziative il turismo è stato praticamente assente, un segnale quasi inesistente. Abbiamo guardato avanti, sperando in una ripresa: ora chiudere alle 18 diventa un’ulteriore difficoltà perché perdiamo tutta la serata. Sarà difficile mantenere tutti i dipendenti, io ne ho cinque e devo pensare a loro”.

Pirovano è anche presidente della Comunità delle botteghe di Città Alta.
“A Roma facciamo fatica a farci sentire, a far capire le nostre difficoltà e quindi ci affidiamo alle associazioni di categoria come Confesercenti – osserva -. Confidiamo in misure che possano sollevarci di tasse, non proroghe, ma la sospensione almeno per il periodo di chiusura parziale che subiremo. A Bergamo con il Comune abbiamo un dialogo aperto e costruttivo, la possibilità dei dehoh ci ha dato un po’ di respiro per recuperare gli introiti perduti con il primo lockdown. Rimane il grande problema degli affitti che non sono mai stati rimodulati o diminuiti, perché come imprenditori non subiamo solamente la mancanza di lavoro, ma dobbiamo affrontare una montagna di spese”.

Paolo Chiari, titolare de Lalimentari, ristorante in Piazza Vecchia affida alla lavagna digitale di Facebook il suo messaggio mentre abbassa la serranda del suo ristorante: “Abbiamo scelto di chiudere per ora e di prenderci del tempo per riordinare le idee. Il recente e continuo susseguirsi di nuove disposizioni ci ha messo nuovamente in difficoltà. Crediamo che rinunciare a qualcosa oggi ci consentirà di restare in piedi e risparmiare per i prossimi mesi. Siamo certi che possiate comprendere e sarà nostra cura informarvi tempestivamente sulle novità di apertura”.

Dall’altra parte della strada, all’imbocco della Corsarola con Piazza Vecchia Samuel Palacio, 38 anni, gestisce il ristorante e albergo Il Sole. “In Città Alta siamo rimasti in due alberghi a restare aperti, basterebbe questo per dire quanto sia faticoso gestire un locale in questo periodo di pandemia – afferma Palacio -. Ho appena sentito il commercialista, non per noi, quest’anno registriamo una perdita dell’85% in generale rispetto allo scorso anno, ma per i nostri dipendenti. Proverò a tenere aperto con tutto il personale anche se con turni diversi, se non ci pensiamo noi, il Governo potrebbe arrivare in primavera con la cassa integrazione, come è avvenuto la volta scorsa. Non posso permettere questa ingiustizia. La mia famiglia gestisce questo locale da più di quarant’anni, abbiamo le spalle larghe e possiamo affrontare anche periodi duri, ma la chiusura alle 18 è davvero ingiusta dopo che abbiamo investito con la sanificazione dei locali più volte al giorno, dispenser per il gel, separatori in plexiglass, termometri, distanziamento dei tavoli. E dopo esserci adattati a tutte le misure prescritte arriva la chiusura alle 18 che è davvero una beffa per un ristoratore. Sembra che i colpevoli di questa pandemia, poi osservi i bus stracolmi di studenti e le seggiovie con tutte quelle persone ammassate che vanno a sciare e ti chiedi: perché noi? E non c’è una risposta. Vorrei più serietà da chi ci governa”.

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