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Sicuri in città? Le ragazze molto meno dei ragazzi

Nei giorni scorsi abbiamo sottoposto i nostri followers di Instagram a una questione: la sicurezza che i giovani vivono camminando per strada. Le risposte e le testimonianze raccolte sono la prova di un problema sociale che colpisce anche a Bergamo

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“Pensi sia sicuro il tuo paese?”. In uno stato di diritto la sicurezza e la libertà del cittadino dovrebbero essere messe al primo posto e tutelare gli abitanti del proprio paese, facendo percepire loro un senso di tranquillità nel camminare tra le vie dello stesso, l’obiettivo primario. Ma è davvero così? Noi di BGY abbiamo fatto un sondaggio a cui hanno risposto circa 250 giovani per comprendere l’idea dei nostri lettori di Bergamo e della provincia e i dati ottenuti sono stati molto interessanti, soprattutto per la differenza di percezioni tra ragazzi e ragazze.

La città, così come il paese, è quel luogo in cui ci muoviamo ogni giorno, in cui trascorriamo gran parte delle nostre giornate, per ragioni differenti e dovrebbe essere quindi quasi una “seconda casa”, in cui il contesto sociale e quello relazionale si mischiano con la quotidianità di ognuno. Ciò nonostante, questo contesto sociale così importante, non viene da tutti associato a qualcosa in grado di donare tranquillità: solo il 50% delle ragazze e il 70% dei ragazzi reputano sicura la propria città. Il dato, se osservato con lente più critica, fa nascere un secondo quesito: come mai così tanta differenza di percezione tra i due sessi? Questa nostra curiosità è stata ancor più accentuata dal fatto che solo il 31% delle ragazze, contro il 70% dei ragazzi, si sente serena a girare sola, di sera, tra le proprie vie. Abbiamo deciso di optare quindi per una domanda diretta, rivolta ai ragazzi e alle ragazze, così da affrontare e verificare se effettivamente tutti credessero che le donne fossero meno al sicuro dopo una certa ora. Il sondaggio ha avuto un esito schiacciate, con il 92% di voti positivi e con solo l’8% dei lettori che credono che ragazzi e ragazze siano allo stesso modo suscettibili nel contesto discusso.

Capita spesso, in effetti, un commento inopportuno, atteggiamenti intimidatori, che portano le donne ad avere maggiore riguardo nel muoversi da sole (solo settimana scorsa vi avevamo parlato del catcalling ), così come ci hanno raccontato tre nostre lettrici. Una ragazza è stata fermata in un sottopassaggio da un gruppo di uomini che l’hanno derubata, un’altra, tornando a piedi di sera presso la propria abitazione, è stata inseguita da un ragazzo in auto, il quale ha più volte suonato il clacson e urlato termini sessisti rivolgendosi alla donna, dopo pochi metri si è fermato con le quattro frecce e la ragazza, spaventata, ha deviato in un’altra strada e l’uomo, solo successivamente, è andato via. L’ultimo episodio è capitato ad una studentessa che si stava dirigendo verso la stazione di Bergamo nel periodo natalizio, percorrendo i mercatini un ragazzo – da lei dapprima scambiato per venditore – ha iniziato a porle domande in maniera molto insistente, per poi seguirla sino alla stazione senza curarsi delle parole della ragazza che lo pregava di lasciarla in pace, attirando anche l’attenzione della gente. Lui ha avuto il coraggio di seguire la giovane sul treno la quale, intimorita, si è chiusa nella toilette del mezzo ferroviario e solo a quel punto, è sceso dal treno, restando alla banchina.

A cosa porta tutto questo? Perché deve essere considerato “normale” il fatto che una ragazza, da sola, non debba sentirsi al sicuro, cosa lo giustifica?

Sono domande che non dovremmo più porci ed affermazioni che non dovrebbero più esistere eppure, se abbattiamo per un attimo le nostre barriere provinciali, basta leggere numerose ricerche per comprendere che, nel mondo, l’80% delle donne è stata vittima di “molestie da strada”, di tipo verbale o fisico, un qualcosa che svuota la persona che le subisce di qualsiasi dignità, anche solo per un istante, che le fa sentire fragili, al pericolo e, soprattutto, crea un forte disagio che permane nel tempo e da cui deriva l’insicurezza e la convinzione di essere più suscettibili.

Data la diffusione di questa orribile ingiustizia è stata proprio una donna, l’italiana Eleonora Gargiulo, laureata in psicologia, a creare l’app per smartphone “Wher”. Questa applicazione contiene una mappa che indica le strade più sicure della propria città, tra cui Bergamo, valutata da un punto vista femminile, con l’obiettivo di prevenire quegli spiacevoli episodi fin troppo diffusi. Sarebbe però un errore ridurre il fenomeno di “molestie da strada” solo da un punto di vista femminile in quanto questa realtà coinvolge, seppur meno, anche la sfera maschile, proprio come conferma l’episodio che un nostro lettore ha deciso di raccontarci, una vicenda che oltre all’aspetto dell’aggressione, affronta anche il concetto di indifferenza e quello di gruppo. Il ragazzo si trovava alla sagra di paese, dal nulla racconta di essere stato afferrato al collo da un perfetto sconosciuto che l’ha aggredito alle spalle, la gente presente non se n’è minimamente curata, solo il suo migliore amico è intervenuto per staccare la presa dell’aggressore, a quel punto il giovane, scosso, ha deciso di prendere la sua auto e andarsene, mentre l’altro l’ha immediatamente seguito e, ancora accecato dalla rabbia, ha tirato un pugno al veicolo con cui la vittima si stava allontanando.

Questa storia ci fa capire quanto in realtà siamo tutti potenzialmente vulnerabili, sottolineando il tema dell’indifferenza delle persone che, spesso spaventate, voltano le spalle e fingono di non vedere, come se così non divenissero anche loro complici dell’accaduto.

Un ultimo aspetto interessante è quello del gruppo, del supporto di uno o più amici, ed abbiamo deciso di sottoporre i nostri lettori ad una domanda diretta: “Ti senti più sicuro se ti trovi per strada in gruppo?” Le risposte affermative sono state pari al 95% e le motivazioni fornite girano tutte intorno al concetto “l’unione fa la forza”, in un gruppo si è meno vulnerabili, meno esposti, ci si sente in un ambiente più protetto, affidabile, poiché si ha la consapevolezza di avere qualcuno al proprio fianco.

Questi dati ottenuti dimostrano quanto, in realtà, gli esseri umani siano fatti per supportarsi a vicenda, stare in gruppo, mischiarsi, ed è questo quello che dovrebbe essere considerato “normale”, non l’aver paura di incrociare lo sguardo di uno sconosciuto per strada o condividere una via, eppure persiste questo sentimento.

Trovare una soluzione a tutto questo non è facile, bisognerebbe lavorare sulla coscienza di quelle persone che fanno si che tutto ciò accada, sulla loro convinzione di avere “diritto” di attuare determinati comportamenti, senza considerare il male e le limitazioni che apportano al senso di sentirsi liberi e tutelati di ognuno. Purtroppo individuare tali persone non è affatto semplice e quindi abbiamo ascoltato alcune possibili soluzioni “preventive” che ci avete suggerito, cercando di richiamare l’attenzione di chi può aiutarci in maniera più concreta.

Tra i consigli c’è chi suggerisce una maggiore illuminazione notturna, la presenza di più controlli per le strade del paese, un aumento dei luoghi di ritrovo pubblici, così da ridurre le vie isolate potenzialmente più pericolose e aumentare la rete di telecamere di sicurezza che, nella maggior parte dei casi sono assenti, oppure non attive.

I timori che ci hanno raccontato i nostri lettori e l’ampia partecipazione che abbiamo riscontrato una volta proposto l’argomento, confermano come in realtà il sentirsi sicuri nella propria città non sia un concetto così concreto e ovvio come dovrebbe essere, bensì è un qualcosa di spesso velleitario. Per poter far sì che si instauri quel sentimento di tutela dell’altrui libertà, non si può fare affidamento unicamente alle amministrazioni e allo stato, bisogna continuare a lavorare ed educare sin da piccoli al rispetto altrui, al significato di “comunità”, di “valori” e di “uguaglianza”, perché è proprio da queste piccole parole che si creano forti radici sulle quali poter costruire una società migliore.

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