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Ascom: “Amarezza e rabbia: ristorazione, commercio e turismo pagano il prezzo più alto”

Giovanni Zambonelli, presidente Ascom Confcommercio Bergamo: "Siamo stanchi, a volte sfiduciati, ma non vogliamo arrenderci"

Riceviamo e pubblichiamo una lettera aperta firmata da Giovanni Zambonelli, presidente Ascom Confcommercio Bergamo, nella quale emerge tutta la frustrazione dopo le decisioni prese da Dpcm del Governo Conte e una riflessione sulla situazione attuale dove si poteva intervenire per evitare queste misure che penalizzano gli imprenditori e i cittadini, in particolare i giovani. 

Egregio direttore,

premesso che al primo posto viene la salute e quinti tutte le azioni poste in essere per combattere la pandemia devono avere la precedenza, ma è doveroso, come presidente di una delle Associazioni di categoria più rappresentative del nostro territorio, stigmatizzare parte di quanto sta accadendo.

C’è tanta amarezza e rabbia.

Molti, tra imprenditori e cittadini, temono che questo sia l’inizio di un percorso già visto nel mese di marzo e psicologicamente quello che abbiamo vissuto sta incidendo sul quello che stiamo vivendo. Se l’amarezza è umana e comprensibile, la rabbia in molti è legata all’idea che non è stato fatto tutto quanto necessario per impedire questa drammatica fase. E tra i nostri imprenditori c’è la certezza che ora sia solo il commercio e il turismo a pagare il prezzo più alto.

Sappiamo che una pandemia non è governabile, né dalle forze di Governo, né dal sistema sanitario, ma riteniamo che siano stati spesi mesi interi senza trovare soluzioni che avrebbero potuto attutire il problema odierno.

Oggi abbiamo la percezione che le istituzioni facciano nuove leggi o emanino nuovi provvedimenti, sempre più restrittivi, solo perché non siano in grado di far rispettare le leggi esistenti. Inoltre
scaricano sul cittadino e sugli imprenditori le loro inefficienze. E qui voglio citare esempi che sono eclatanti.

Il nodo trasporti. Per tutta l’estate non si è parlato d’altro che dei banchi di scuola con le rotelle, senza affrontare il vero problema: la mobilità alla ripresa delle attività produttive e scolastica di settembre.

Ed ecco il risultato: mezzi di trasporto occupati come prima della pandemia. Era già noto in primavera che l’autunno avrebbe prodotto dei problemi di sovraccarico dei mezzi senza il distanziamento necessario a prevenire il contagio, ma non ci si è concentrati su quella che sarebbe stata la probabile soluzione: potenziare le linee negli orari di punta con i mezzi privati fermi perché non utilizzati per altri scopi.

Il nodo scuola. Sulla scuola sono stati sprecati mesi, in cui si sarebbero dovuti elaborare nuovi modelli di formazione Ma sono stati fatti percorsi di formazione per gli insegnati per rendere efficace la formazione a distanza o ciascuno ha dovuto arrangiarsi? Inoltre sono tati fatti grandi sforzi da aperte delle singole scuole per scaglionare gli ingressi e le uscite, poi di colpo la Regione ha imposto la didattica a distanza, mortificando lo sforzo di molti. Perché, per scaglionare le entrate, non si sono imposti ingressi pomeridiani? Solo cosi avremmo avuto un reale minor affollamento sui mezzi di trasporto. È per caso il solito problema di gestione del personale dipendente pubblico? La nostra giornata è di solito di 12 ore lavorative e non di mezza giornata.

Il nodo sanità. Non compete a noi, e non ne abbiamo neppure le competenze, valutare l’operato di questi mesi, ma rileviamo con stupore che la maggior parte delle regioni è in ritardo sui programmi di potenziamento dei posti letto e della terapia intensiva.
Così, passo dopo passo, dpcm dopo dpcm e ordinanza dopo ordinanza siamo arrivati alla chiusura dei centri commerciali al sabato ed alla domenica, alla chiusura dei bar e dei ristoranti alle 18, con un danno enorme per i nostri settori e la nostra economia.

Io per primo asserisco che il cittadino deve fare la sua parte, cosi come gli imprenditori si devono attivare a rispettare le ordinanze. Ma gli assembramenti sono legati solo ai nostri settori?
Le restrizioni introdotte potrebbero produrre assembramenti in altri orari, probabilmente ancora più marcati perché possibili solo in un lasso di tempo ancora più ristretto. E saremo punto e a capo. Gli assembramenti dipendono da un bisogno di socialità espresso dai nostri giovani.

Potremmo chiudere tutti i bar, ma non risolveremo il bisogno di vedersi, di frequentarsi. E su questo non ci risulta siano stati fatti o siano in atto campagne di sensibilizzazione specifiche verso i più giovani.

E così, di questo passo, il futuro lockdown è alle porte con buona pace del cittadino, dell’economia e della salute.

Siamo stanchi, a volte sfiduciati, ma non vogliamo arrenderci. Non possiamo, però, più permetterci decisori politici non in grado di svolgere il loro ruolo e capaci di scaricare sul cittadino la loro
inefficienza. Ne va del futuro della nostra nazione e soprattutto delle nuove generazioni.

Ringraziando per l’attenzione, saluto cordialmente

Giovanni Zambonelli, presidente Ascom Confcommercio

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