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Daniele Rocchetti: “Formiamo la nuova classe dirigente, il Paese ne ha bisogno”

Il presidente delle Acli provinciali di Bergamo è stato confermato alla guida dell'associazione: gli abbiamo chiesto di illustrarci quali sono le priorità su cui si concentrerà

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Gli orizzonti larghi, per riuscire a guardare lontano e interrogarsi sul futuro, ma anche un forte radicamento al territorio, per rimanere in mezzo alla gente e coglierne le priorità. È questa duplice prospettiva che coniuga una visione d’ampio respiro con il concreto impegno quotidiano a guidare l’operato del presidente delle Acli provinciali di Bergamo, Daniele Rocchetti, che è stato confermato alla guida dell’associazione per il prossimo quadriennio 2020-2024.

I 43 membri del consiglio provinciale aclista, designati in occasione del XXVIII Congresso provinciale, lo hanno rieletto all’unanimità: con l’entusiasmo e la profondità di sempre, prosegue nel lavoro svolto sinora puntando su continuità e rinnovamento. Mentre si accinge a intervistare (martedì) per “Molte fedi sotto lo stesso cieloPierbattista Pizzaballa, appena nominato patriarca di Gerusalemme, lo abbiamo intervistato chiedendogli di illustrarci quali sono gli obiettivi su cui si concentrerà, ma anche di condividere alcune riflessioni sulla stretta attualità dando uno sguardo sulle sfide che caratterizzano il tempo che stiamo vivendo.

La rielezione a presidente premia il lavoro svolto in questi anni: cosa ne pensa?

Il consiglio provinciale mi ha confermato presidente delle Acli di Bergamo per i prossimi quattro anni: è una scelta che mi onora e che vorrei assolvere, insieme alla splendida squadra di presidenza approvata, con responsabilità, passione e impegno. Due ore prima, intervenendo a Molte fedi (la rinomata e bella rassegna organizzata dalle Acli di Bergamo, ndr)  Alessandro Baricco aveva detto: “La pandemia è come se avesse sbloccato qualcosa che si era bloccato nelle nostre menti, cioé l’idea che l’impensabile esiste, accade. Quando le cose cominciano a collassare, possiamo fare tre cose: la prima è resistere, la seconda non farci male, la terza ricostruire. Ma ricostruire deve partire dall’impensabile. Mai come ora abbiamo bisogno di gente visionaria, capace di varcare qualsiasi confine del buon senso. Durante il lockdown, ci siamo ritrovati a fare delle cose che reputavamo impensabili, la stessa cosa andrebbe fatta ora a livello di comunità. Per ogni gesto fatto per proteggerci, ce ne deve essere un altro che va verso il desiderio”.

L’epidemia ha avuto e purtroppo avrà effetti gravi: come cambierà la nostra società?

Gli effetti del Covid saranno devastanti ed è essenziale sviluppare un’attenta e profonda riflessione sui valori da cui ripartire. L’Istat ha già evidenziato che “produrrà i suoi effetti anche nelle dinamiche di riproduzione sociale delle diseguaglianze collegate alle classi sia perché c’è una diversa esposizione ai rischi, legata ad esempio al tipo di lavoro, sia per una differente vulnerabilità in termini di malattie croniche e di capacità di avvantaggiarsi delle cure disponibili”. Inoltre, si è fermato l’ascensore sociale: per una fetta consistente della popolazione italiana sta venendo meno la speranza di migliorare la propria condizione economica e vi sono molte situazioni di disagio. L’Istat, inoltre, scrive che “l’Italia è un Paese a permanente bassa fecondità. Il numero medio di figli per donna per generazione continua a decrescere dai primi decenni del secolo scorso, ma il numero di figli effettivo che le persone riescono ad avere non riflette il diffuso desiderio di maternità e paternità presente nel nostro Paese”. I numeri parlano chiaro: la paura
e l’incertezza causate dalla pandemia porteranno entro il 2021 a un ulteriore calo di nuovi nati, passando dai 435mila del 2020 a 426mila alla fine del 2021. Legato a questo è il tema, per noi decisivo, della partecipazione femminile al mercato del lavoro, motore fondamentale per la crescita. L’Italia è il fanalino di coda nell’Unione europea: lo scorso anno il tasso di partecipazione delle donne è stato del 56%, e il divario rispetto a quella maschile è elevato anche tra i più giovani (circa 17 punti percentuali nella fascia 25-34 anni).

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Facendo il punto della situazione, come stanno le Acli provinciali oggi?

In questi quattro anni, anche attraverso l’aiuto di molte personalità di spessore, abbiamo cercato di leggere e interpretare i cambiamenti in atto, non dando mai nulla per scontato. Ringrazio di cuore ciascun membro di Presidenza per l’impegno profuso. So di aver chiesto molto a ciascuno di loro. Tante energie sono state spese per accompagnare i nostri circoli: siamo convinti che è l’intreccio dei legami di territorio che dà forma alle Acli e sentiamo necessario accompagnare con rispetto processi (non sempre automatici) di consegna generazionale per favorire sguardi nuovi, magari divergenti. I circoli reggono (ad oggi sono 41), alcuni – per difficoltà di ricambio – sono stati chiusi ma altri aperti – quasi sempre con un gruppo dirigente giovane – e abbiamo ricevuto diverse richieste per aprirne di nuovi. Anche il tesseramento registra buoni numeri.

Ci spieghi

Grazie al lavoro dei circoli e al generoso impegno dei Servizi, in questi quattro anni è andato bene: i numeri (una media di 9.350 iscritti) sono aumentati nonostante il panorama nazionale sia in contrazione. Vorremmo far crescere ancora di più le tessere che provengono dai circoli e dal lavoro di territorio. Con piacere, infatti, ogni volta riscontriamo molta voglia di partecipare, anche in quelle zone della Bergamasca che solitamente rimangono piuttosto scoperte da questo tipo di opportunità.

Prima ha accennato al ricambio: come intendete coinvolgere i giovani?

Per organizzare il ricambio, la mia presidenza è composta da 20 persone, 10 senior ai quali è stato affiancato uno junior in modo da avviare una consegna graduale e trans-generazionale. Ad affiancarmi per la delega alla formazione è la vice-presidente Daniela Maffioletti; della vita cristiana se ne occuperà Paolo Vavassori; di sviluppo associativo Corrado Maffioletti; di lavoro Giorgio Caprioli affiancato da Roberto Cesa; di welfare Pina Pigolotti e Romy Gusmini; di cooperazione Elena Adobati; di integrazione Giovanni Colombi affiancato da Valeria Di Gaetano; di politica Giuseppe Toccagni affiancato da Emilio Zubiani; di pace e mondialità Mario Ghidoni con Francesco Mapelli; di politiche dell’abitare Alessandro Santoro con Dario Acquaroli; di giovani Stefano Remuzzi e Simone Pezzotta; di famiglia Giuditta Chiesa e della rassegna culturale Molte fedi sotto lo stesso cielo Cecilia Scotti. Il segretario generale, invece, è Matteo Piantoni.

E quali sono le priorità su cui si concentrerà?

Saranno quattro i punti cardinali che guideranno il mio incarico e daranno slancio all’associazione. Innanzitutto, il primato al territorio, specialmente rispetto a quanto messo in luce durante la pandemia dalla fragilità sanitaria territoriale e al costante e generalizzato sradicamento dal locale. Il secondo, invece, è l’attenzione alla politica, lavorando su competenza e laicità: avvertiamo l’esigenza di investire per formare una nuova classe dirigente che abbia visione del domani, sia orientata al bene comune e non pensi ai posizionamenti perchè, come dice Papa Francesco, “la realtà supera l’idea” del singolo. Inoltre, bisogna porre al centro dell’attenzione la questione del lavoro e della sua costante precarietà soprattutto tra i giovani che non può essere trascurata a fronte dell’emergenza sociale in corso.

Potrebbe soffermarsi sul concetto di formazione della nuova classe dirigente?

Sentiamo il compito di lavorare per ricostruire una classe dirigente perchè il Paese ne ha bisogno. Riteniamo che sia fondamentale proporre percorsi di studio e di approfondimento per tornare a ragionare e studiare in maniera organica: nella politica, nei sindacati e nei “corpi intermedi” servono uomini e donne che si impegnano concretamente e con competenza per il bene comune. È sotto gli occhi di tutti il deficit di pensiero e di figure in grado di avere uno sguardo lungo. Impegnarsi in questa direzione è il modo giusto per rendere trasparente e visibile la nostra azione sociale, immaginando un futuro possibile. La formazione è uno dei cardini costitutivi della nostra esperienza che ha accompagnato, sostenuto e promosso ogni nostro cambiamento: siamo tornati a studiare per formare persone che sappiano innovare e partecipare alla vita sociale, in ogni suo ambito, per rispondere ai mutamenti sociali, politici e legislativi. In Italia, tanto a livello nazionale quanto a quello locale, innovare risulta difficile perchè abbiamo vissuto sulle spalle di una tradizione consolidata che speravamo durasse nel tempo.

Per concludere, si sta dedicando a qualche nuovo progetto?

Tra gli appuntamenti che riteniamo particolarmente significativi c’è “Bergamo e Brescia capitali italiane della cultura 2023”. Vorremmo dar vita a un percorso di avvicinamento a questa grande occasione coniugandola con i valori che da sempre guidano le Acli, suggerendo riflessioni su temi quali la cultura politica e la città.

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