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Ombre sull’economia bergamasca: scarsa formazione e donne sottopagate

Gianni Peracchi segretario generale Cgil Bergamo ha presnetato i dati congiunturali sottolineando due aspetti che “minano dall’interno lo sviluppo e, quindi, l’economia del territorio”

L’economia bergamasca sta bene, ma non benissimo. Sul sistema Bergamo, che si qualifica per una manifattura avanzata che ha prodotto innovazione, crescita, lavoro e benessere diffuso si proiettano alcune ombre che rischiano di oscurare il “posto al sole” guadagnato dalla nostra provincia, tra le più industrializzate del Paese.

Due criticità su tutte: l’insufficiente formazione dei lavoratori e la non soddisfacente inclusione delle donne nel mercato del lavoro, soprattutto se confrontata con gli standard europei. Gap di genere che è anche salariale: le donne sono pagate meno degli uomini di quasi 2 euro.

Temi che ha sottolineato più volte, Gianni Peracchi segretario generale Cgil Bergamo durante la presentazione dei dati congiunturali sull’economia italiana e bergamasca. Due aspetti, secondo il segretario, che “minano dall’interno lo sviluppo e, quindi, l’economia del territorio”.

“La bassa scolarità e l’alto tasso di abbandono scolastico unite alla debolezza dei legami tra imprese e sistema formativo che, come dimostra l’esperienza tedesca, sono molto importanti in un’area a vocazione manifatturiera, in prospettiva preoccupa non poco. La formazione continua dei lavoratori è indispensabile per uscire dalla crisi e per la riqualificazione professionale dei lavoratori, per cogliere nuove opportunità e non restare vittime della trasformazione del lavoro”.

Secondo i recenti dati Istat (Bes, 2020) pubblicati lo scorso 15 ottobre, la partecipazione alla formazione continua – vale a dire, la formazione, l’aggiornamento e la riqualificazione professionale dei lavoratori – rilevata nella provincia di Bergamo risulta nel 2019 la più bassa in assoluto in Lombardia, pari al 6,5% degli occupati coinvolti, in progressivo calo negli ultimi tre anni (il 7,7% nel 2016, il 7,5% nel 2017, il 6,5% nel 2018).

grafico formazione

Altro nervo scoperto della Bergamasca, l’occupazione femminile

Tre numeri per capire a colpo d’occhio cosa significa gap di genere ovvero la differenza di condizione nel mercato del lavoro tra donne e uomini:

  • tasso di occupazione: 53,7% vs 78,6% (donne/uomini 15-64 anni)
  • tasso di attività*: 56,4% vs 80,8% (donne/uomini 15-64 anni)
  • tasso di disoccupazione: 4,7% vs 2,8% (donne/uomini 15-64 anni)

*Il tasso di attività misura il livello di partecipazione al mercato del lavoro all’interno di un sistema economico. È dato dal rapporto fra la popolazione appartenente alla forza lavoro e la popolazione in età attiva, dove la forza lavoro corrisponde alla somma degli individui economicamente attivi, cioè occupati o disoccupati, mentre la popolazione in età attiva comprende convenzionalmente gli individui fra i 15 e i 64 anni.

La differenza di 24,4 punti registrata tra uomini e donne attivi è la più alta di tutte le province del centro-nord Italia.

Ma il gap di genere è anche salariale. I dati Cgil, rilevati ed elaborati da Ires Lucia Morosini, il “data center” dell’organizzazione bergamasca che ha redatto l’analisi congiunturale, evidenziano anche una differenza di quasi 2 euro sulla retribuzione oraria, a parità di mansioni (settore pubblico e privato insieme), tra donne (13,37 euro/h) e uomini (15,10 euro/h).

“Il percorso di inclusione al lavoro delle donne è ancora lungo – continua Peracchie questi dati mostrano quanto sia necessario rimuovere gli ostacoli allo sviluppo di efficaci politiche inclusive: politiche da finalizzare non solo agli interventi di conciliazione, quanto piuttosto alla rimozione di meccanismi discriminatori nell’accesso, nel trattamento e nella progressione di carriera, spesso collegati a stereotipi di genere e anche privi di un fondamento statistico, secondo i quali per l’impresa è più sicuro e più conveniente investire su un uomo rispetto ad una donna”.

Si indicano alcuni ambiti d’intervento dove è necessario intervenire con urgenza e cioè l’organizzazione flessibile del lavoro, il sistema dei congedi, i servizi di assistenza, la promozione di iniziative di carattere culturale e legislativo per lo sviluppo delle pari opportunità anche nell’ambito della famiglia.

Il reddito medio in provincia di Bergamo è di euro 23.641, + 10% dal 2012 al 2018

I dati del MEF (Ministero Economia e Finanze) sulle dichiarazioni fiscali evidenziano una dinamica positiva del reddito nominale, cresciuto in valore medio del 10% tra il 2012 e il 2018, anno in cui ha raggiunto i 23.641 euro. E poiché nello stesso periodo il costo della vita, così come misurato dalla Provincia di Bergamo (indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati) è aumentato del 3,1%, alla crescita nominale del reddito si è accompagnata anche quella reale del potere d’acquisto.

I dati rilevano anche che a Bergamo, come in altre parti d’Italia, il potere d’acquisto dei lavoratori dipendenti, che rappresentano il 56,9% dei contribuenti, non progredisce alla stessa velocità di quello dei lavoratori autonomi. Se il reddito medio da lavoro dipendente è pari a 23.146 euro ed è aumentato del 4,9% nel 2019, quello degli autonomi raggiungendo i 54.650 euro è cresciuto del 20,4%.

Il principale punto di forza del mercato del lavoro locale è l’elevata capacità di assorbimento dell’offerta di manodopera, che viene misurata dal tasso di disoccupazione: questo indicatore ha raggiunto nel 2019 un valore pari a 3,5, il più basso tra tutte le province italiane ad eccezione di Bolzano.

I principali indicatori dell’economia bergamasca

grafico b indicatori

L’emergenza COVID-19 ha acuito alcuni problemi che nel 2019 hanno caratterizzato l’andamento del settore manifatturiero, fortemente colpito dalle chiusure e dallo shock del commercio internazionale.

Lo scorso anno, infatti, l’industria bergamasca ha mostrato una variazione della produzione inferiore a quella lombarda (+0,2% il dato medio annuo regionale), fenomeno da porre in relazione soprattutto con il calo degli investimenti internazionali, che ha penalizzato alcune specializzazioni e in particolare i macchinari. In questo periodo, le difficoltà della meccanica hanno costituito sicuramente una delle cause del momento non felice dell’industria bergamasca; al contrario, tra i settori più rilevanti che hanno contribuito positivamente si segnalano gli alimentari, la chimica e la gomma-plastica.

Complessivamente, il numero di addetti dell’industria risultava in lieve calo già negli ultimi tre mesi del 2019 (-0,1% il saldo tra inizio e fine trimestre), a conferma che il trend di crescita occupazionale in corso dal 2015 si è arrestato.

A seguito della pandemia, l’indice della produzione industriale provinciale, fa fatto registrare un – 20,1 punti rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Nella provincia di Bergamo, il valore delle esportazioni nel II trimestre è sceso a 3.066 milioni di euro (-26,7% su base annua contro variazioni del -26,9% in Lombardia e del -27,8% in Italia); le importazioni sono state pari a 1.809 milioni (-26,6% tendenziale contro -24,8% in Lombardia e -28,4% in Italia). Il calo dell’export, poco più accentuato rispetto al Nord-est (-23,2%), ha riguardato tutti i settori trainanti (in primo luogo macchinari -25,9% – e prodotti chimici -20,7%) e, quali aree di esportazione, soprattutto i maggiori paesi di destinazione delle merci bergamasche: Germania (-20,3%), Francia (-27,4%), Stati Uniti (-31,7%), Spagna (-36,8%) e Regno Unito (-32,7%).

Secondo la nota congiunturale pubblicata dalla Camera di Commercio di Bergamo, nel secondo trimestre 2020 il numero delle imprese attive è calato di 852 unità rispetto allo stesso periodo dello scorso anno (-1%). La variazione tendenziale del numero degli addetti totali della provincia (con esclusione del settore pubblico e delle attività dei liberi professionisti) risulta assai negativa: – 3%, circa 12mila unità in meno (da 408.163 a 395.482 addetti). Il settore Manifatturiero (-5,2%), il Trasporto e magazzinaggio (-6,8%), le Attività professionali, tecniche e scientifiche (-5,7%), l’Istruzione (-5,1%) e l’Informazione e comunicazione (-4,5%) hanno fatto registrare le performance peggiori.

I DATI DI GOOGLE

I dati di Google sugli spostamenti casa-lavoro: a Bergamo – 21% di media tra gennaio e settembre 2020.

In base ai dati forniti da Google, la variazione degli spostamenti verso i luoghi di lavoro (media delle variazioni giornaliere rispetto allo stesso giorno settimanale rilevata su arco temporale 3 gennaio/6 febbraio 2020) ha registrato, da gennaio a settembre 2020, una riduzione del 20% in Italia e del 21 % in provincia di Bergamo.

LA CASSA INTEGRAZIONE

La Cassa integrazione ha salvato lavoro e salario. E ora?

Il principale strumento adottato dal governo per fronteggiare la crisi in atto è stata la Cassa integrazione. Grazie alla causale “Covid-19” applicata alla Cig ordinaria e alla Cig in deroga, è stato possibile “coprire” i lavoratori delle piccole, medie e grandi imprese che sono state costrette a ridurre o sospendere l’attività a causa dell’epidemia.

In Bergamasca, il numero di ore di Cig autorizzate negli ultimi 5 mesi (aprile-agosto 2020) è molto alto: circa 55 milioni di ore per la Cig ordinaria (il monte ore più elevato dopo la provincia di Milano); 11,2 milioni per la Cig in deroga.

La concessione degli ammortizzatori alle imprese è stata vincolata ad un divieto dei licenziamenti per l’intero periodo di fruizione.

“Il combinato cassa integrazione/divieto di licenziamento ha contribuito – conclude Peracchia giudicare dai dati disponibili, a tenere in vita sia i posti di lavoro sia le imprese. Ora chiediamo al Governo di prorogare le misure di tutela. La trattativa non ha ancora raggiunto un risultato a Roma; siamo in attesa di un incontro con il Presidente del Consiglio, che speriamo di avere al più tardi all’inizio della prossima settimana”.

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