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Lo studio del Mario Negri: “A Bergamo il 96% dei casi Covid non rilevati”

Il 38,5% del campione analizzato è risultato positivo al test sierologico ed ha sviluppato gli anticorpi contro il SARS-CoV-2: esteso a tutta la provincia fa pensare a circa 420mila infezioni, contro le quasi 16mila accertate di fine settembre.

Bergamo tra le aree più colpite al mondo dal Covid-19, con una prevalenza di casi positivi maggiore di quella di New York, Londra e Madrid: a dirlo è una ricerca condotta dall’Istituto Mario Negri di Bergamo a maggio, che verrà pubblicata sulla rivista EBioMedicine del gruppo Lancet.

Il programma ha coinvolto 423 volontari: 133 sono proprio i ricercatori del Mario Negri e 290 persone sono addetti dell’Azienda Brembo S.p.A. Ogni volontario è stato sottoposto a tampone nasofaringeo e a due diverse tipologie di test sierologico, per poterne valutare, tra le altre cose, performance e attendibilità.

Il 38,5% del campione è risultato positivo al test sierologico ed ha sviluppato gli anticorpi contro il SARS-CoV-2: una percentuale di sieroprevalenza che supera di gran lunga le stime di New York (19.9%), Londra (17.5%) e Madrid (11.3%).

Ed estendendo il dato del campione a tutta la popolazione della provincia di Bergamo i ricercatori del Mario Negri ipotizzano che il virus abbia toccato le 420mila unità, contro le quasi 16mila segnalate al 25 settembre: ciò indicherebbe che il 96% delle infezioni da Covid-19 non è stato rilevato dal sistema sanitario.

“Con questo studio abbiamo voluto verificare – dichiara Luca Perico, primo autore dello studio – se il test sierologico qualitativo rapido con ‘pungidito’ potesse rappresentare una valida alternativa al test quantitativo (ELISA) che prevede l’impiego del prelievo venoso. Ed è proprio così. Il test messo a punto da PRIMA® Lab è sostanzialmente sovrapponibile al test venoso per quanto riguarda sensibilità e specificità. Questo permette di considerare il test rapido ‘pungidito’ come strumento estremamente efficace e prezioso per identificare nel giro di dieci minuti soggetti che siano venuti a contatto col virus”.

La maggior parte dei soggetti positivi agli anticorpi contro il coronavirus ha manifestato sintomi nelle prime due settimane di marzo, ma un sottogruppo ha riportato sintomi riconducibili al virus già a inizio febbraio 2020. Non vi sono differenze significative nella positività tra maschi e femmine, mentre i volontari positivi sono in media più anziani di qualche anno rispetto ai volontari negativi al test.

Del 38,5% di soggetti positivi al test sierologico, solo 23 volontari sono risultati positivi anche al tampone nasofaringeo, che misura la presenza di materiale genetico di SARS-CoV-2 nel naso e nella gola. Si tratta di soggetti che hanno avuto sintomi nelle settimane precedenti al prelievo.

“L’analisi evidenzia che si tratta di casi con una bassissima carica virale che fa pensare a una capacità infettiva probabilmente nulla. I dati da rapportare alla situazione di maggio – afferma Susanna Tomasoni, Capo del Laboratorio di Terapia Genica e Riprogrammazione Cellulare – suggeriscono che qualificare l’entità della carica virale, piuttosto che riportare solo una positività di per sé, è importante per ottimizzare i criteri di dimissione dei soggetti infetti”.

“Questo studio – sottolinea Ariela Benigni, Segretario Scientifico e Coordinatore delle Ricerche – ha importanti risvolti per le politiche di contenimento che dovrà mettere in atto il nostro Servizio Sanitario Nazionale nell’eventualità di una seconda ondata di infezione virale. E ci mostra che sarebbe opportuno che per ogni tampone positivo venisse quantificata anche la carica virale, in modo da non avere un quadro epidemiologico fuorviante”.

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