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Il rifiuto diventa risorsa con l’economia circolare

Nel Consiglio europeo del luglio 2020, nel quale si è deciso il Recovery Fund, si è altresi stabilito che la plastica non riutilizzata e destinata al rifiuto, venga tassata 80 centesimi di euro al Kg. È evidente che i produttori e i distributori di questo materiale dovranno, quanto prima, riconvertirsi verso altri prodotti, più sostenibili.

Fino agli anni Settanta, i rifiuti solidi urbani (RSU) erano raccolti in modo indifferenziato e smaltiti prevalentemente in discariche non controllate. In alternativa, allo smaltimento diretto dei rifiuti nel suolo, si utilizzava il trattamento termico o l’incenerimento. Solo negli Anni Novanta ha cominciato in Italia a diffondersi il concetto di riciclaggio e di recupero dei materiali, attraverso la raccolta differenziata.

Risale a questo periodo anche l’emanazione di leggi che regolamentassero lo smaltimento dei rifiuti in discarica. In Italia un provvedimento normativo molto importante dal punto di vista dello smaltimento dei rifiuti è stato il “Decreto Ronchi”, dal nome del Ministro che firmò la legge. L’aspetto più importante di questo decreto è che ha rappresentato una svolta nella legislazione sui rifiuti. In sostanza, la filosofia del decreto è basata sulla convinzione che l’inquinamento prodotto dai rifiuti deve essere fronteggiato diminuendo la quantità totale di rifiuti prodotti e non solo attraverso il semplice smaltimento in discarica.

Il Decreto Ronchi è stato superato e abrogato da nuove leggi, che hanno recepito le Direttiva europea 2008/98/CE sui rifiuti. L’obiettivo primario della direttiva è proteggere l’ambiente e la salute umana, attraverso la prevenzione degli effetti negativi e pericolosi derivanti dalla produzione e dalla gestione dei rifiuti. Secondo la direttiva, una maggiore protezione dell’ambiente richiede la realizzazione di una serie di misure, che rappresenta la gerarchia dei rifiuti:

1) prevenzione del rifiuto;
2) preparazione per il riutilizzo;
3) riciclaggio;
4) recupero di altro tipo (per esempio di energia);
5) smaltimento.

Ciò significa che, innanzitutto, bisogna pensare a prevenire il rifiuto, evitando di produrlo, attraverso una progettazione ecocompatibile. Se proprio questo non è possibile, si individuino processi e opportunità per un riutilizzo. Ogni Stato può attuare ulteriori misure legislative per rafforzare questa gerarchia, ma l’importante è che venga sempre garantita la salute umana e venga rispettato l’ambiente. In particolare, lo stoccaggio e il trattamento di rifiuti pericolosi deve seguire un codice ancora più severo di smaltimento, rispetto al rifiuto domestico, per evitare qualsiasi rischio all’uomo o all’ambiente. Dal momento inoltre che la produzione di rifiuti tende ad aumentare in Europa, la normativa invita a rafforzare le misure in materia di prevenzione e riduzione degli impatti correlati e a incoraggiare il recupero dei rifiuti.

Va eliminato il concetto attuale di fine vita di un prodotto

Secondo McKinsey, una quota fra il 60 e l’80% delle risorse viene sprecata al termine del percorso lineare: estrazione-produzione-consumo-rifiuto. In un mondo dove vivono oltre sette miliardi di persone e 3 miliardi di consumatori stanno entrando nella classe media, tutto questo non è più sostenibile. Diventa necessario ripensare alle risorse usate in un prodotto, in modo da minimizzare quelle scarse e eliminare quelle tossiche. Non c’è solo da rivedere il packaging, oggetto di infiniti possibili miglioramenti.

Bisogna, soprattutto, progettare i prodotti perché durino più a lungo. Se una lavatrice viene ideata per funzionare 10 mila cicli, invece che 2 mila, può essere usata da più di un cliente, con la formula dell’affitto, consentendo un risparmio di 180 chili di acciaio e 2,5 tonnellate di CO2, in vent’anni. Anche queste considerazioni portano all’economia circolare e alla riduzione dei rifiuti. Un telefono cellulare, se viene ideato per essere facile da aprire e da scomporre, diventa più economico e consente di riciclare i pezzi e recuperare i materiali rari. Gli esempi non mancano: dalla produzione di biogas dagli scarti alimentari, fino a scarpe e vestiti fabbricati con bottiglie di plastica usate. Ma si può andare molto più in là. Secondo stime di McKinsey, l’economia circolare, solo nel mercato dei prodotti di largo consumo, promette 700 miliardi di dollari all’anno di risparmi.

Per produrre il cibo, costruire le case e le infrastrutture, fabbricare beni di consumo o fornire l’energia si usano materiali pregiati. I progressi tecnologici continuano ad offrire migliori opportunità per massimizzare l’efficienza dei prodotti e dei flussi di energia, portando a soluzioni innovative per processi più efficienti. L’aumento della popolazione e la crescente ricchezza spingono più che mai verso l’alto la domanda di risorse prelevate dall’ambiente, e portano al degrado ambientale. Sono saliti i prezzi dei metalli e dei minerali, dei combustibili fossili, dei terreni fertili, degli alimenti per uomo e per animali, così come dell’acqua pulita. Nell’Unione europea ogni anno si usano quasi 15 tonnellate di materiali a persona, mentre ogni cittadino UE genera una media di oltre 4,5 tonnellate di rifiuti l’anno, di cui quasi la metà, oggi, è smaltita nelle discariche. L’economia lineare, che si affida esclusivamente allo sfruttamento delle risorse, deve essere rifiutata, per preservare le risorse del pianeta. La transizione verso un’economia circolare sposta l’attenzione verso la necessità di riutilizzare, aggiustare, rinnovare e riciclare i materiali e i prodotti esistenti.

Quel che normalmente si considerava come “rifiuto” può essere trasformato in una risorsa

Nel percorso lineare le fasi sono: estrazione-produzione-consumo-rifiuto. Nel percorso dell’economia circolare, vanno utilizzate al meglio le tecnologie necessarie, per tracciare la vita dei materiali lungo la catena del valore. Poi, c’è la crescente scarsità e gli alti prezzi delle materie prime. Ma la novità è che anche i consumatori, a cominciare da quelli dei paesi emergenti, domandano un nuovo approccio all’economia e alla produzione. Emerge e acquista spazio, nella cultura della società, la convinzione che il servizio può essere più interessante del semplice possesso di un prodotto, cioè si sta affermando l’economia della funzionalità. Non si tratta solo da rivedere il packaging, perché possa essere ulteriormente migliorato, si afferma anche la convinzione che bisogna progettare i prodotti, perché durino più a lungo.

Economia circolare

Quando facciamo riferimento all’intensità energetica, intendiamo la quantità di energia richiesta per unità di prodotto. Nei processi industriali si incrementa l’efficienza riducendo l’intensità energetica. Nelle aziende vengono premiati i team che migliorano l’efficienza energetica. Il miglioramento si può ottenere, sia risparmiando energia, ma anche sviluppando tecnologie innovative, capaci di sviluppare risparmi consistenti. Questi risparmi si concretizzano, ad esempio, se i rifiuti generati da un passaggio di lavorazione, diventano risorse per un’altra fabbrica o, eventualmente, fertilizzanti per i terreni agricoli della zona. Oppure se il calore necessario nella produzione, invece di essere sprecato, viene recuperato per il riscaldamento di abitazioni o di centri sportivi che si trovino nelle vicinanze. Oltre agli importanti concetti che si possono esprimere con i termini di investimenti e di incentivi, bisogna prendere in considerazione anche l’Inerzia nel favorire le innovazioni. Molti progressi industriali degli ultimi trenta anni derivano da leggi e da norme che hanno imposto alle industrie di abbattere l’inquinamento, ora è importante trovare nuove regole fiscali e opportune disposizioni che consentano alle industrie di assumersi la responsabilità di seguire, in modo diverso e nuovo, l’intero ciclo di vita dei prodotti. Sebbene l’industria produca una grande quantità di prodotti, attraverso numerosi processi e impianti, solo due fattori assorbono circa l’80% dell’energia utilizzata.

Più del 40% dell’energia primaria viene utilizzata per riscaldare cose: dalle gigantesche vasche d’acciaio ai piccoli punti di saldatura nei circuiti stampati (Calore di processo).

Un altro 40% muove gli alberi motore dei macchinari, i nastri trasportatori, i bracci robotizzati (Macchinari)

Il resto dell’energia primaria, circa il 20%, serve per processi e funzioni di supporto: illuminazione, climatizzazione…

Sebbene l’industria sia estremamente frammentata e gli impianti siano molto diversi tra loro, sono solo undici i settori che utilizzano circa il 70% di tutta l’energia industriale. E questi, più degli altri, sono tenuti a entrare nell’ottica dell’economia circolare e a ridurre quindi i rifiuti dei processi lavorativi.

L’attenzione sui rifiuti della plastica

I prodotti di plastica monouso, insieme agli attrezzi da pesca, rappresentano il 70% dei rifiuti marini in Europa. La nuova Direttiva europea, 904/2019, che deve essere recepita dagli Stati entro il 2021, ha introdotto il divieto di commercializzare questi oggetti di plastica monouso. Il divieto si applicherà a : bastoncini cotonati, posate, piatti, cannucce, mescolatori per bevande, aste per palloncini, contenitori e tazze per alimenti e per bevande, assorbenti, salviette e tamponi igienici, prodotti del tabacco.

Tutti questi prodotti, nel futuro, dovranno essere fabbricati esclusivamente con materiali sostenibili. I contenitori per bevande in plastica, monouso, sono ammessi solo se i tappi e i coperchi restano attaccati al contenitore. Gli Stati membri dovranno ridurre l’uso di contenitori per alimenti e tazze per bevande in plastica, fissando obiettivi nazionali di riduzione, mettendo a disposizione prodotti alternativi presso i punti vendita, e impedendo che i prodotti di plastica monouso vengano forniti gratuitamente.

I produttori, secondo il principio della responsabilità estesa, contribuiranno a coprire i costi per la gestione e per la bonifica dei rifiuti, come pure i costi delle misure di sensibilizzazione, per i prodotti sopra indicati. Entro il 2025 gli Stati membri dovranno raccogliere, dopo l’uso, il 90% delle bottiglie di plastica per bevande, introducendo, ad esempio, sistemi di cauzione-deposito. Alcuni prodotti, come gli assorbenti igienici, le salviette umidificate e i palloncini, dovranno avere un’etichetta chiara e standardizzata, con l’indicazione del percorso di smaltimento, oltre al loro impatto negativo sull’ambiente Per quanto riguarda gli attrezzi da pesca, che rappresentano il 27% dei rifiuti rinvenuti sulle spiagge, la Commissione punta a completare il quadro normativo vigente, introducendo regimi di responsabilità estesa del produttore.

I fabbricanti, con le nuove disposizioni, dovranno coprire, sia i costi della raccolta, quando questi articoli verranno dismessi e conferiti agli impianti portuali di raccolta, sia i costi del successivo trasporto e trattamento, e i costi delle misure di sensibilizzazione. I singoli Statili dovranno prevedere percorsi di sensibilizzazione dei consumatori: sull’incidenza negativa della dispersione nell’ambiente dei prodotti e degli attrezzi da pesca in plastica; sui sistemi di riutilizzo disponibili ; sulle migliori prassi di gestione dei rifiuti generati da questi prodotti. Nel Consiglio europeo del luglio 2020, nel quale si è deciso il Recovery Fund, si è altresi stabilito che la plastica non riutilizzata e destinata al rifiuto, venga tassata 80 centesimi di euro al Kg. È evidente che i produttori e i distributori di questo materiale dovranno, quanto prima, riconvertirsi verso altri prodotti, più sostenibili.

 

*Antonello Pezzini nasce in provincia di Novara nel 1941. Si laurea in filosofia e consegue due master, ha un trascorso da preside di liceo, da consigliere comunale della Dc a Bergamo, da presidenza della locale Associazione Artigiani a membro del CDA dell’Istituto Tagliacarne. Sviluppa uno spirito imprenditoriale nel settore dell’ abbigliamento e ha insegnato economia all’Università degli Studi di Bergamo. La passione per l’energia sostenibile è più recente, ma in breve ne diventa un esperto in campo europeo: oltre alla carica al Cese, è membro del CDA di un’azienda che si occupa di innovazione tecnologica e collabora con società di consulenza energetica.  Dal 1994 è membro del Comitato Economico e Sociale Europeo in rappresentanza di Confindustria.

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