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La paralimpica Veronica Yoko Plebani: “Col mio romanzo racconto la bellezza della diversità”

La campionessa paralimpica di canoa e snowboard, illustra il suo primo romanzo, intitolato "Fiori affamati di vita", scritto con la sua amica Francesca Lorusso

“La meningite ha cambiato il mio corpo: mi ha lasciato tante cicatrici ma, come racconto nel mio romanzo, la bellezza di ognuno di noi consiste proprio nella diversità”. Così Veronica Yoko Plebani, campionessa paralimpica di canoa e snowboard, illustra il suo primo libro, intitolato “Fiori affamati di vita“, fresco di pubblicazione per Mondadori.

La trama, in modo dolce e ironico, affronta diversi temi, dall’amicizia all’amore passando per l’accettazione di sé. La difficile esperienza della malattia, che l’ha colpita a 15 anni, l’ha resa più forte e consapevole: l’abbiamo intervistata per saperne di più.

Ci racconti un po’ di lei…

Sono un’atleta paralimpica della provincia di Brescia. Mia mamma è di Milano, mentre il ramo paterno della mia famiglia ha origini bergamasche: ho parenti ad Adrara San Martino, mia zia abita a Sarnico e sono cugina di Giampaolo Bellini, l’ex capitano dell’Atalanta. Nel 2011 ho avuto la meningite batterica fulminante di tipo C, che sono riuscita a sconfiggere. È stata un’esperienza abbastanza traumatica: tutti mi chiedono quanto abbia cambiata la mia vita e io dico sempre che ho avuto la fortuna di essere rimasta Veronica e di affrontare tutto a modo mio. A 15 anni non è stato facile trovarsi con un corpo molto trasformato: sicuramente ho vissuto alti e bassi ma nei momenti difficili avere la speranza che arriveranno tempi migliori aiuta a superare le difficoltà. Sono riuscita a prendere in mano la mia vita attraverso lo sport che mi ha portato a scoprire possibilità incredibili di cui non avevo minimamente idea.

E come è nato questo libro?

Da una proposta di Mondadori. In passato mi avevano già chiesto di scrivere un libro sulla mia storia ma ancora non sentivo che fosse il momento giusto: non mi ispirava molto l’idea di pubblicare un’autobiografia perchè avendo 23 anni ritenevo che fosse presto per raccontare di me anche se ho avuto una storia molto ricca. Ne avevo parlato con Francesca Lorusso, una delle mie amiche più strette e avevamo pensato che, qualora nel prossimo futuro avessi accettato, avremmo redatto insieme il libro.

Cosa l’ha convinta ad accettare?

Negli ultimi anni ho arricchito la mia narrazione. Ho avuto la possibilità di parlare di diversità e inclusione in tanti contesti: ho ampliato le mie tematiche partecipando a progetti riguardanti la bellezza e la mia storia, anche in modo generico rendendo il mio vissuto un messaggio per tutti. Dopo aver conosciuto la mia vita, Mondadori mi ha contattata per propormi la pubblicazione di un libro: un anno fa ho chiesto un appuntamento insieme a Francesca per parlarne e dalla casa editrice ci hanno detto che avevano pensato a un’autobiografia che trattasse soprattutto i cambiamenti nel periodo adolescenziale. Nel testo avrei raccontato come li ho affrontati: la mia esperienza sarebbe stata d’aiuto ai lettori perchè ognuno di noi vive cambiamenti a quell’età, anche se non drastici come nel mio caso. Abbiamo risposto che avremmo avuto tante cose da scrivere ma ad una biografia avremmo preferito un romanzo: l’idea gli è piaciuta e ci hanno dato la massima libertà.

Come mai avete pensato a un romanzo?

Questo genere letterario permette di rendere il racconto più universale ed è una forma più delicata. Il racconto inizia prima di ammalarmi e guardandomi indietro analizzo diversamente quello che ho vissuto, penso a come mi sentivo, a come sarebbe giusto esternarlo e credo che renda molto bene l’idea che vogliamo comunicare.

Veronica Yoko Plebani

Quanto c’è di suo nel testo?

Il libro in tutti i suoi momenti, nelle due protagoniste – Yoko e Lu – ma anche nelle loro riflessioni c’è molto del mio pensiero. Il mio nome Yoko, significa “bambina solare”, mentre Lu, che è l’abbreviativo di Luna, impersona la mia parte più interiorizzata, un aspetto che solitamente non traspare: è il mio opposto ma mi completa. Tutti gli episodi del libro sono capitati a me, scritti con dinamiche e tempistiche diverse: la narrazione attraversa il momento in cui ero in ospedale, scene accadute con i miei genitori, la mia adolescenza e le difficoltà nel ritornare alla vita adolescenziale dopo la malattia, il viaggio a New York con mio papà dopo essere stata dimessa e l’aspetto amoroso di come ho vissuto non solo le relazioni di amicizia ma anche quelle affettive, come mi sono riapprocciata al mondo maschile e al mio corpo.

Com’è stato vivere la malattia in piena adolescenza?

Non è facile accettare i cambiamenti che subisce il proprio corpo. A un certo punto, però, ti accorgi che sei tu, anche se non è semplice fare questo passaggio quando si è ragazzini. Nel libro affronto l’argomento e c’è un momento in cui uscendo dall’ospedale riferisco a Lu un pensiero che avevo fatto un paio di giorni dopo essere stata ricoverata. Non riuscendo a mangiare, ero dimagrita: le ho detto di essere contenta di aver perso qualche kg anche se poi mi sono sentita stupida per averlo pensato. Ma ho scritto anche del ritorno a una vita normale, di quando dovevo capire come vestirmi per non far vedere il mio corpo e col tempo, invece, ho deciso che mi piaceva mostrarmi. Inoltre, ho raccontato di come mi sento quando gli altri mi guardano male… sono passaggi lunghi ma si sono risolti in maniera positiva.

Ed è difficile affrontare lo sguardo degli altri?

I segni sul mio corpo sono molto evidenti, quindi in tantissimi contesti sento lo sguardo di chi si impressiona. All’inizio ho mostrato più fragilità emotiva e ci rimanevo male, poi ho cominciato a vedere in maniera diversa quegli sguardi: adesso quando accade faccio un gran sorriso e non mi ferisce più di tanto, al massimo mi dispiace per quella persona. È un problema culturale, lo constatiamo anche a livello mediatico: siamo abituati a vedere tanta diversità poi quando si incontra qualcosa di così diverso si rimane impressionati.

La sua energia ricorda un’altra atleta: Bebe Vio

Abbiamo avuto la stessa malattia, abbiamo puntato sullo sport e partecipiamo a campagne per promuoverne la pratica. Siamo legate da una bella amicizia e lo scorso week-end, per esempio, abbiamo praticato rafting con l’associazione: ci vediamo spesso ed è bello condividere la sua carica di energia.

Veronica Yoko Plebani

Il vostro messaggio è utile per tutti

Si, l’obiettivo è far vedere le possibilità laddove una persona pensa che non ci siano, tanto nelle situazioni gravi quanto nelle piccole problematiche quotidiane. Per esempio, tutti i giorni motivo i miei amici all’università per i problemi di studio, relazionali o per dare entusiasmo in quello che fanno.

Dove trova tutta questa forza?

Ho imparato a conoscere il mio corpo. L’ho studiato, osservato e non l’ho mai ripudiato, anzi l’ho sempre considerato uno strumento formidabile e quando sono riuscita a capire quante cose straordinarie fossi ancora in grado di fare praticando sport ne ho capito il valore. E spero che molti leggano il libro perché comunica questi messaggi anche in modo leggero.

E cosa l’ha spinta a non mollare?

La convinzione che la diversità sia fondamentale per un sistema complesso come il mondo in cui viviamo e che l’inclusione deve essere uno dei nostri valori imprescindibili. Vedere i risultati del mio impegno mi incentiva a proseguire su questa strada: per esempio quando pubblico una foto sui social potrei prestarmi a critiche, ma il fatto che tante mamme e ragazze mi scrivano che il mio esempio è importante mi dà forza.

Per concludere, quali sono i suoi prossimi progetti per il futuro?

A livello sportivo mi sto concentrando sulle paralimpiadi Tokyo 2021. Per quanto riguarda gli altri progetti, insieme a una casa di produzione che sta seguendo la mia preparazione, sto lavorando alla realizzazione di un documentario che sarà intitolato “Corpo a corpo” ed è diretto da Maria Iovine. Dovrebbe uscire l’anno prossimo , in concomitanza o dopo Tokyo: racconterà quello che faccio tutti i giorni della mia vita, la parte sportiva e i valori che cerco di portare avanti.

E a livello editoriale, potrebbe esserci un seguito del libro?

Il romanzo finisce quando inizio l’università. Ormai mi sono laureata e spero che ci sia un seguito perchè in questi anni ne ho combinate tante e sarebbe bello metterle nero su bianco.

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