BergamoNews it - Bergamonews notizie in tempo reale da tutta Bergamo e provincia: cronaca, politica, eventi, sport ...

Il 1969 è l’anno di “Nero Wolfe” e del “Jekyll” dello strepitoso Albertazzi

La tv in quel periodo porta l'impronta di Ettore Bernabei il cui apice è rappresentato da "I fratelli Karamazov"

Approdiamo nel 1969 con la diciottesima puntata dedicata alla storia degli sceneggiati Rai.

Jekyll” è liberamente tratto dal racconto di Robert Louis StevensonLo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde”. La regia è di Giorgio Albertazzi, che ne cura anche la sceneggiatura insieme a Ghigo De Chiara e Paolo Levi, nonché ne è il protagonista. Altri interpreti: Massimo Girotti (Utterson), Claudio Gora (Lanyon), Bianca Toccafondi (Paula), Marina Berti (signora Utterson), Ugo Cardea (Lévy), Ursula Davis (Ingrid), Bruno Cirino, Orso Maria Guerrini, Nicoletta Rizzi. Durata: quattro puntate di un’ora circa ciascuna.

Nel racconto originale di Robert Louis Stevenson, datato 1885, si può notare come non ci sia una descrizione precisa dell’aspetto di Hyde: si dice solo che è di bassa statura e che tutti lo trovano sgradevole, pur non sapendo dire che cosa ci sia nel suo aspetto per giustificare tale ripugnanza. Lo scrittore accenna alla villosità di Hyde, quando è il segnale con cui Jekyll capisce che si è attuata la trasformazione, ma si parla solo di mani pelose, del viso si tace. Albertazzi con la sua maestria, risolve tutto con l’interpretazione, e con il trucco (minimo, ma impressionante) e con l’uso delle lenti a contatto bianche, che trasformano Hyde in un alieno inquietante: gli occhi dall’iride bianca di Albertazzi/Hyde facevano davvero impressione. Con facilità stupefacente passa dal mite Jekyll al perfido Hyde; infatti, sé nel racconto originale i due personaggi sono fisicamente diversi (Hyde è più basso di Jekyll, ed è anche zoppo), Albertazzi non cambia il suo aspetto. I due sono la faccia della stessa medaglia, identici eppure diversi.

La vicenda è rivista e ambientata ai tempi della messa in onda: il protagonista è un biologo molecolare impegnato in ricerche genetiche. Modernizzandone il testo e mostrandoci un Jekyll contemporaneo, se ne amplifica il suo essere vittima di una repressione che inevitabilmente sfocia nella violenza. È un’epoca condizionata dai continui progressi scientifici e dal continuo evolversi del tessuto sociale, e come per Jekyll ed Hyde, il regista sembra quindi voler evidenziare il duplice tessuto sociale tipico di quegli anni. Ed è anche per questo che l’ossessionante, ritmica, ipnotica e cadenzata colonna sonora, a tratti soffocante, è controbilanciata da melodie semplici, innocenti, ariose e tipicamente beat degli anni Sessanta. La purezza e l’innocenza cristallina ricercata da Jekyll risiedono in quella semplicità ed ingenuità che i giovani di allora, reduci dal sessantotto, cercavano di carpire, afferrare e propagandare. Di contro la crudeltà “pura” e manifesta di Hyde: niente ricerca di denaro, una crudeltà fine a se stessa, senza scopo. E Albertazzi, che interpreta entrambi i protagonisti, trasmette entrambe queste pulsioni.

albertazzi jekyll

Nero Wolfe”. Dal 21 febbraio arrivano sul Secondo Programma i romanzi di Rex Stout, incentrati sulle avventure gialle del suo celebre, pingue e sedentario investigatore che ama solo la buona cucina e le orchidee; piuttosto indisponente ma arguto, risolve i casi più intricati senza muoversi da casa. Nei ruoli dei principali personaggi figurano Tino Buazzelli, nei panni dell’investigatore di origine montenegrina, Paolo Ferrari, in quelli del fido assistente Archie Goodwin che fornisce al suo capo ottimi spunti investigativi, Renzo Palmer (l’ispettore Cramer), mentre Pupo De Luca interpretava Fritz Brenner, cuoco di casa Wolfe. La regia televisiva era curata da Giuliana Berlinguer. La camminata dell’imponente Nero Wolfe era sottolineata dal commento musicale elettronico di Romolo Grano, generando un voluto effetto umoristico.

Lo sceneggiato televisivo “Gli atti degli Apostoli” ripercorre la storia degli apostoli, ossia di coloro che diffusero il verbo di Cristo nel mondo dopo la sua morte, in particolare dei santi Pietro e Paolo. Il regista, Roberto Rossellini, continua nella sua conversione al medium televisivo, che significò non solo l’adeguamento al format seriale, ma anche il sacrificio di qualsiasi ambizione autoriale e poetica sull’altare di un freddo pedagogismo, volontariamente didascalico ed esplicativo. Girato quasi tutto in interni spogli, sporchi e con un realismo che cerca di razionalizzare qualsiasi estetica, “Gli atti degli apostoli” vorrebbe raccontare nella sua essenzialità il messaggio di Cristo originale, in comunità cristiane ancorate all’idea di povertà e di vicinanza agli ultimi.

A Gerusalemme lo scriba greco Aristarco, la cui condizione è quella di schiavo, spiega la storia e le usanze ebraiche a un amministratore romano appena giunto. Gli riferisce anche della vicenda di Gesù, crocifisso ormai da tempo, ma la cui memoria è ancora viva in quel luogo. Gli apostoli, con la Pentecoste, ricominciano a predicare e a battezzare, raccogliendo nuovi discepoli. Si scatena così la persecuzione da parte del sinedrio, che spinge molti di loro ad abbandonare la città santa. La trama è sostanzialmente divisa in due parti: dapprima emerge la figura di san Pietro, che dopo la morte del Messia s’incarica di dare coesione alla nascente comunità cristiana; è poi la volta di san Paolo, con la narrazione degli episodi della sua conversione e del battesimo, del Concilio di Gerusalemme e dei viaggi attraverso i quali porterà avanti la sua missione evangelizzatrice.

Benché concettualmente impeccabile e senza dubbio coraggioso nella messa in scena, il film con il passare delle ore diventa sempre più simile a una docu-fiction. Dal 6 aprile in cinque puntate.

Giocando a golf una mattina” è riconosciuto a furor di popolo e di esperti, come il più riuscito tra i “gialli” classici delle serie televisive, dominate dal fascino di poliziotti ed investigatori privati che apparvero in Italia dal 1969 in poi.

Tratto dal romanzo giallo “A Game of Murder” dello scrittore inglese Francis Durbridge, diviso in sei puntate prodotte dalla Rai per la regia di Daniele D’Anza è interpretato da un cast di attori davvero eccezionale. Si tratta di un esperimento di acuta ed intelligente modernità coinvolgendo nella ventata di cambiamento rispetto alla consueta realizzazione (modalità di ripresa, montaggio eccetera): in primis i titoli di testa annunciati da una voce-off enunciante gli attori ed i rispettivi personaggi: Luigi Vannucchi, Aroldo Tieri, Filippo Perrone, Livio Lorenzon, Pina Cei, Sergio Graziani, Andrea Checchi, Marina Berti, Luisella Boni, Mario Carotenuto e Luigi Montini.

Inoltre, mentre si ode cantare da Paola D’Orlandi il brano ”Il mio uomo ha un impermeabile bianco”, le immagini che scorrono affascinano perché mostrano, in montaggio alternato, spaccati di Londra e la vita quotidiana di diverse generazioni all’epoca della “beat-generation” insieme a fotogrammi della serie televisiva i cui esterni furono proprio ambientati nella capitale della Gran Bretagna divenuta, senza dubbio alcuno, il centro del mondo.

Jack Kirby (Luigi Vannucchi) è un ispettore di Scotland Yard in vacanza che incontra, dopo molti anni di lontananza, suo fratello Bob, noto campione di golf. Una mattina Bob viene ritrovato cadavere proprio sul campo da golf: la polizia stabilisce che si è trattato di un fortuito colpo partito da un vicino giocatore. Tuttavia Jack nota un dettaglio che gli ingenera un dubbio convincendosi dell’assassinio premeditato ai danni del fratello …

Tratto dal romanzo di Graham Greene, “La fine dell’avventura”, l’omonimo sceneggiato va in onda in tre puntate dal 22 giugno. La regia è di Gianfranco Bettetini, gli interpreti principali sono: Raoul Grassilli, Luciano Alberici, Tino Carraro, Mila Vannucci, Isabella Riva, Mario Carotenuto ed Ernesto Calindri.

Sullo sfondo di una Londra colpita dalle bombe di Hitler, muovendosi fra una drammatica e intena storia d’amore e la tormentata e sinistra vita della città, il regista mostra uomini e vicende come strumenti di una volontà superiore.

Lo sceneggiato “Donna di cuori”, in onda dal 24 ottobre sul Nazionale, appartiene alla serie dei cosiddetti “romanzi delle donne” trasmessi tra il 1965 e il 1972, con il protagonista, Ubaldo Lay, ormai indistinguibile dal personaggio interpretato, il tenente Sheridan. Qui l’investigatore si innamora di una affascinante bionda, che per questo motivo viene chiamata la “donna di cuori”. Come per gli altri episodi, il regista è Leonardo Cortese. Altri interpreti. Amedeo Nazzari, Dario De Grassi, Emma Danieli, Sandra Mondaini, Franco Odoardi e Antonella Della Porta.

umberto orsini fratelli karamazov

Richiederebbe uno studio a sé stante il dibattito tra critici, vertici e registi dei primi anni della Rai circa lo “specifico televisivo”; è qui opportuno fare un inciso per ricordare le indicazioni che, a detta di Ettore Bernabei, direttore generale della Rai dal 1961 al 1974, venivano fornite dalla produzione in merito al linguaggio delle immagini, che doveva essere orientato alla “semplicità di lettura”: come esempio Bernabei segnala l’efficacia del primo piano e la povertà di inquadrature e movimenti della telecamera “essenziali e di facile percezione”.

Tra i registi più stimati da Bernabei sicuramente vi è Sandro Bolchi, cui il direttore generale aveva già affidato il progetto che gli stava più a cuore, l’adattamento de I promessi sposi (1967). Bolchi e Bernabei condividono un sistema di valori cristiano e una visione provvidenzialista che trovano perfetta espressione nel luminoso e fedele adattamento manzoniano. Negli anni successivi Bolchi sarà anche regista di entrambi gli adattamenti di Dostoevskij scritti da Diego Fabbri, I fratelli Karamazov (1969) e I demoni (1972), voluti da Bernabei nella stessa ottica d’istruzione e moralizzazione, ma segnati da una sfumatura di cristianesimo più cupo e sofferto.

Lo sceneggiato “I fratelli Karamazov” andato in onda in sette episodi dal 16 novembre al 28 dicembre 1969, diventa così terreno di incontro tra la visione della fede di Bolchi, quella di Bernabei e quella di Diego Fabbri che ne cura la riduzione, accomunati dall’intento di restituire soprattutto il conflitto spirituale che anima il romanzo

Il cast comprende attori di teatro con un buon curriculum cinematografico come Salvo Randone (Fëdor Pàvlovic), Lea Massari (Grušenka) e Corrado Pani (Dmitrij), ma anche volti nuovi come Carlo Simoni (Alëša), al suo debutto. Si rivelerà decisiva la scelta di Umberto Orsini per il ruolo chiave di Ivan Karamazov, decisione cui Bolchi dedica maggior tempo e riflessione intuendo la crucialità del personaggio per la riduzione fabbriana. Si stima che la produzione sia costata quasi duecento milioni di lire, investimento ripagato dal successo di pubblico e critica.

© Riproduzione riservata

Commenti

L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di BergamoNews it, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.