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Cristoforo Colombo non era un santo ma ha reso il mondo più grande, è da stupidi denigrarlo

Prendersela con Colombo, imbrattarne o abbatterne le statue e cancellarne la memoria, è come evirarsi per far dispetto alla moglie

Quando, il 12 ottobre del 1492, Cristoforo Colombo raggiunse la costa dell’isola di San Salvador, nelle Bahamas, non ci arrivò spinto dal desiderio di divenir del mondo esperto né dalla caparbia volontà di dimostrare che le sue teorie, esemplate sull’esperienza copernicana, erano corrette: egli cercava l’oro.

Questo muoveva gli esploratori e questo aveva spinto i sovrani atlantici, spagnoli e lusitani in testa, a creare accademie di navigazione e a finanziare nuove imprese marinaresche: l’oro e non altro.

Il resto veniva ampiamente in subordine. Perché le guerre costavano care: le milizie specializzate, nate dall’evoluzione delle nuove armi da lancio e da fuoco, erano quasi sempre truppe mercenarie e, per mantenerle, ci voleva molto denaro.

Così, gli ammiragli, come gli esattori, dei vari sovrani europei, fossero i re cattolici o quelli cristianissimi, Franza o Spagna, erano sguinzagliati alla caccia del valsente, sui sette mari come nelle sette parrocchie.

Quindi, Colombo non era un filantropo e neppure un missionario, benché tutto, intorno a lui, fosse improntato al più rigido rispetto dei dettami religiosi: Colombo era un ammiraglio e un suddito de los Reyes Catòlicos, unificatori di Spagna, compitori della Reconquista e perennemente in cerca di fondi.

Questo per dire che il nostro genovese o savonese Colombo, o Colòn, per chi lo vorrebbe spagnolo oppure ebreo, non era certamente uno stinco di santo: questo, però, non significa che sia stato peggio di tanti altri grandi personaggi della storia.

Non commerciava in schiavi, ad esempio: attività che, invece, venne così bene ai suoi eredi, in Spagna, tanto da creare un’apposita patente di esclusiva, l’”Asiento”, che garantiva ai sovrani spagnoli il monopolio del lucrosissimo commercio dall’Africa alle Americhe, mercè i rastrellamenti effettuati dagli Arabi sul Continente Nero.

E meglio ancora sarebbe venuta alla civilissima e parlamentarissima Inghilterra hannoveriana, che ereditò, diciamo così, l’Asiento, con le paci di Utrecht e, poi, di Aquisgrana.

Eppure, oggi, Colombo è il bersaglio preferito di uno dei movimenti più stupidi che l’umanità abbia mai dovuto osservare: quello degli iconoclasti americani. Gente che, per dimostrare il proprio viscerale antirazzismo, pensa bene di abbattere monumenti, distruggere statue e cancellare la storia.

Intendiamoci, l’antirazzismo è cosa buona e giusta: l’iconoclastia è una manifestazione di bestiale demenza. Perché la storia, per essere utile, dev’essere completa: eliminarne i capitoli che non ci piacciono è un’operazione deleteria oltre che spregevole.

Prendersela con Colombo, imbrattarne o abbatterne le statue e cancellarne la memoria, bandendo il ‘Columbus Day’ dal calendario è come evirarsi per far dispetto alla moglie: gli USA, che già soffrono di una terrificante penuria di storia e dei complessi da ciò derivati, oggi ambiscono a diventare una nazione destoricizzata, detradizionalizzata.

Una mescolanza amorfa e anonima, piuttosto che un mosaico di tante culture e tradizioni diverse. Affari loro, naturalmente: non fosse che anche da noi ci sarà sempre qualche scemo pronto ad assorbire tutto il peggio che ci arrivi da oltreoceano.

Non mi stupirei se, fra un inginocchiamento e l’altro, un politico in disarmo, una pasionaria in foia, s’inventasse la caccia al monumento razzista. E, da noi, ci si potrebbe sbizzarrire: da piazza dei Cinquecento a Salgari, dalla Divina Commedia agli obelischi.

Restiamo coi piedi per terra: non è abbattendo la statua di Lee o di Jackson, non è ignorando la storia che batteremo il razzismo. Anzi, è con la cultura e la trasmissione dei valori della civiltà che, un passo alla volta, la bestia verrà sconfitta: non certo con la stupidità e i gesti eclatanti.

Perciò, ricordiamo serenamente Colombo per quello che fu: un avventuriero, un grande navigatore e l’uomo che ha reso il nostro mondo infinitamente più grande. Cosa di cui, comunque la si pensi, dobbiamo essergli grati.