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Dallo street food alla mostra di Buren: il week-end in città

Ecco la panoramica degli appuntamenti in programma sabato 10 e domenica 11 ottobre a Bergamo.

Sono diverse le iniziative organizzate a Bergamo nel week-end. Nel rispetto delle disposizioni anti-Covid vengono proposte occasioni di aggregazione per divertirsi e stare all’aria aperta.

Ecco la panoramica degli appuntamenti in programma sabato 10 e domenica 11 ottobre a Bergamo.

Da venerdì 9 a domenica 11 ottobre si terrà la seconda tappa dello Street Food in Piazzale Alpini a Bergamo. L’iniziativa, dedicata alle migliori e caratteristiche specialità gastronomiche italiane ed europee, è organizzato da Confesercenti Bergamo in collaborazione con il Comune di Bergamo.
Dalle 10 del mattino a mezzanotte e la domenica fino alle 22.00, sarà possibile gustare le saporite e caratteristiche specialità del cibo di strada nella cornice del rinnovato piazzale Alpini che per tre giorni si trasformerà in un luogo di convivialità e folklore con i caratteristici van su quattro ruote e ingredienti di qualità per tutti i gusti.
Ben 23 cucine viaggianti proporranno ricette e ingredienti provenienti da tutto il mondo: pyta greca, paella spagnola, cucina eritrea, messicana, medio orientale, indiana, messicana, ungherese, e mini crepes olandesi. Grande spazio anche ai piatti più tipicamente italiani con la cucina umbra e siciliana, gli arrosticini abruzzesi, sciatt e pizzoccheri valtellinesi, il più classico gnocco fritto, la focaccia ligure e il pesce fritto, i taralli pugliesi, la polenta e lo stracchino del nostro territorio.
Come da tradizione non mancheranno: pane porchetta, salsicce, churros, hamburger e carne alla griglia, chips, caramelle, croccante e profiterol, caldarroste, pannocchie e birre tedesche.
L’appuntamento con le prelibatezze della cucina tradizionale e di quella più gourmet ritornerà con l’ultima tappa, sempre in piazzale Alpini, nei giorni 30 – 31 ottobre e 1 novembre 2020.

Fino al 1° novembre a Palazzo della Ragione – Sala delle Capriate sarà allestita la mostra “Illuminare lo spazio, lavori in situ e situati” di Daniel Buren. Esponente dell’Institutional Critique – la tendenza dell’interrogazione critica delle istituzioni artistiche emersa intorno alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso – Daniel Buren ha utilizzato per la prima volta nel 1965, come supporto per la propria pittura ridotta al grado 0, una tenda da sole, il cui motivo a bande verticali bianche e colorate di 8.7 cm è divenuto, da quel momento in avanti, un dispositivo visivo utilizzato dall’artista in tutti i propri lavori, dalle mostre alle commissioni pubbliche.
Illuminare lo spazio, lavori in situ e situati nasce dall’incontro tra questi
fondamentali orientamenti della ricerca dell’artista e l’interesse più recente per la luce, e in particolare per le qualità e il potenziale estetico e costruttivo della fibra ottica.
Nel suggestivo contesto della Sala delle Capriate, i tessuti luminosi di Buren – presentati per la prima volta in un museo italiano – ridefiniscono gli ambienti storicamente destinati all’amministrazione e all’esercizio della giustizia cittadina, gettando “nuova luce” sulle antiche forme del Palazzo e sugli affreschi in esso conservati, staccati dalle facciate delle case e dalle chiese dell’antico borgo urbano e qui collocati negli anni Ottanta del Novecento.
Gli orari di apertura sono: martedì – venerdì dalle 16 alle 20; sabato e domenica dalle 10 alle 22; lunedì chiuso.

Sempre per gli amanti dell’arte, dal 10 ottobre al 10 novembre, le arcate murarie di via della Boccola 13 si trasformano per la prima volta in spazio espositivo, grazie alla mostra C12H22O1, progetto ideato e curato da Edoardo De Cobelli di Associazione Volta, e realizzato con il patrocinio dell’Assessorato alla Cultura e l’autorizzazione dell’Assessorato al Patrimonio.
Gli spazi, che costituiscono le fondamenta dell’Ex Monastero del Carmine, patrimonio comunale di grande prestigio, diventano luogo dedicato all’esposizione di una serie di lavori scultorei di Mafalda Galessi, giovane artista bergamasca, il cui titolo fa riferimento alla formula molecolare dello zucchero.

La ricerca di Mafalda prende forma attorno alla formula chimica del saccarosio, lo zucchero. Un elemento iper-comune, una molecola solubile che nelle sue opere, composte al 99% da materiale organico, si trasforma in un materiale estremamente resistente all’umidità e alle condizioni esterne.
La manipolazione che ne fa l’artista è opposta alla manipolazione tecnologica-industriale, che trasforma la barbabietola da zucchero in un prodotto regolare e cristallino. È un rimpasto organico, quasi semiotico, che agisce sul significato comune della molecola. La regolarità si mischia, il colore si sporca. Il saccarosio torna alla forma informe e primordiale, come elemento da cui trae origine la vita e prende energia l’organismo.
Se lo zucchero industriale è stato capace di massificare un gusto, quello per il dolce – e con esso, secondo il ‘principio di incorporazione’ di Fichler, anche il pensiero e l’immaginario – Mafalda rielabora questo immaginario alla luce di alcune teorie scientifiche e della natura versatile della molecola.
Alla suggestione creativa della Panspermia, teoria da cui parte la riflessione dell’artista, si accompagnano in Mafalda quelle di alcuni gruppi di ricercatori secondo cui, nei corpi spaziali che gravitano non lontano dalle stelle a noi vicine, ci sia ribosio, uno zucchero essenziale per la codificazione del DNA. L’opera di Mafalda Galessi assume così le sembianze di una conformazione rocciosa, un minerale venuto dall’esterno, un meteorite che racchiude in sè la molecola principale del nostro codice genetico.
Sabato 10 ottobre, dalle ore 16 alle 21, si svolgerà il momento inaugurale con la partecipazione libera del pubblico che potrà vedere l’installazione illuminata a cancelli aperti.
L’esposizione sarà illuminata tutti i giorni dalle 18.30 alle 21.30 fino al 10 novembre.

Per gli appassionati di teatro, ci sarà il secondo weekend di programmazione per la nuova stagione di Pandemonium Teatro che quest’anno segue il motto ‘meno posti in sala, più repliche in programma’ con cui affronta i cambiamenti dettati dalle nuove normative anti Covid e garantisce così al suo pubblico un teatro per tutti e in massima sicurezza.

Il prossimo weekend de “Il teatro delle meraviglie”, la storica rassegna al Teatro di Loreto, segna una data importante che porta in scena l’ultimo lavoro di Tiziano Manzini “La cosa più importante! Non è essere un gigante!”, produzione di Pandemonium Teatro che sarà presentata al pubblico in tre repliche: sabato alle 16:30 e alle 20:30 e domenica alle 16:30.

In un contesto festoso si trovano diverse tipologie di animali. All’inizio portano il proprio vissuto a conoscenza degli altri e sono pure disponibili a metterlo in comune. Ma basta un niente e subito si scatena la discussione, la lotta verbale per l’affermazione della propria presunta unicità e superiorità. La lotta potrebbe degenerare in vero e proprio conflitto fisico con tentativo di sopraffazione se qualcuno, più saggio degli altri, non fosse in grado di far riflettere tutti i contendenti sulla stupidità ed inutilità del voler essere “il più importante”.
Solo la condivisione e la messa a disposizione, nel rispetto reciproco, delle proprie specifiche qualità può portare alla vera felicità per tutti: accettarsi per come si è e accettare gli altri.

La scelta di far interpretare i diversi animali (elefante, topolino, uccellino, giraffa, ochetta, leone, coniglio, castoro, rana, gufo…) a pupazzi di peluche si è dimostrata vincente perché l’immediatezza giocosa e gioiosa che i peluche trasmettono ai bambini permette di parlare loro con semplicità ed efficacia di argomenti importanti quali la diversità e la problematica multiculturale e caratteriale.

Il progetto, che prende spunto dall’omonimo testo di Antonella Abbatiello, è nato all’interno di laboratori teatrali tenuti nelle scuole sulla “diversità, sull’accettazione e integrazione dell’altro” intesa però nel suo senso più generale: accettazione di chi proviene da un altro paese o un’altra cultura (e quindi il problema dei bambini figli di migranti) ma anche accettazione di chi ha caratteristiche fisiche o emotive diverse e quindi, ancora più quotidianamente, il problema delle diversità di ogni genere, intrinseche in ogni bambino

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