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Abhijan Toto porta alla Gamec il “respiro” del sudest asiatico

Sette artisti protagonisti della mostra "In The Forest, Even The Air Breathes"

L’altrove, in tutti i sensi. Non stati-nazione, non città-stato, non imperi, ma regioni intermedie, non ancora o non più ingabbiate in queste categorie. È Zomia, una regione “anarchica” d’Asia che, secondo il suo primo teorico, l’olandese Willem van Schendel, identifica tutte le terre sopra un’altitudine di trecento metri che dal Vietnam arrivano al nord-est dell’India traversando vari paesi asiatici e province cinesi. Naturalmente, è un mondo in continuo fermento. E talmente “altro” dal nostro, per categorie socio/politiche e mentali tout-court, che non si può che restarne affascinati.

Un mondo che oggi possiamo avvicinare grazie al Premio Lorenzo Bonaldi per l’arte, avviato 16 anni fa. Alla Gamec di Bergamo, infatti, è approdato con una nuova mostra multiforme e piena di vitalismo il curatore indiano Abhijan Toto, vincitore nel giugno 2019 della decima edizione del premio.

Al centro del progetto “In the Forest, even the air breaths”, è lo sguardo, da dentro, su quei territori misti, su quelle società non statali, lontane mille miglia dalle nostre categorie di pensiero, dalle nostre strutture giuridiche e di potere centralistiche.

È un mondo di resistenza, resistenza all’invadenza tecnologica, all’addomesticamento statale, all’omologazione culturale, caratterizzato da stili di vita nomadica, dalla prevalenza della cultura orale, dalla fuga dall’oppressione dei “poteri forti”. Gli artisti qui convocati da Abhijan Toto indagano le tradizioni, la filosofia, la cultura visiva e il rapporto con la natura di questi popoli, restituendo nello Spazio Zero in Gamec una selezione suggestiva di lavori differenti nelle tecniche ma unificati dal denominatore comune di uno sguardo “dal basso”, antiretorico, vicino alla quotidianità del vivere di quelle genti.

I lavori di Nguyen Trinh Thi e Roberth Zhao Renhui riflettono sull’intreccio indissolubile di natura e cultura, sul ruolo della memoria nella costruzione di storie e dello sguardo soggettivo nell’individuazione di nuove relazioni. Le opere video registrano persone che compiono sempre il medesimo gesto all’orizzonte o la vita spontanea del bosco nel processo di rinaturalizzazione che ingloba tutta la precedente azione umana.

Le opere di Sung Tieu, Karl Castro e Joydeb Roaja esaminano il nesso tra il complesso militare-industriale-forestale, i movimenti dei popoli e la resistenza: strategie di lotta segnate dall’esperienza delle guerre coloniali ma anche dalla resistenza armata contro i nuovi, invadenti poteri degli stati-regione. Colpiscono, in questa sezione, la semplicità poetica di foglie essiccate segnate con tracce allusive alla guerriglia e al sacrificio in nome della libertà e alcuni disegni a china che parlano con grazia metamorfica del rapporto indissolubile tra il visibile e l’ìnvisibile, tra il mito e la realtà.

I progetti di Khvay Samnang e Soe Yu Nwe si incentrano sugli archetipi di un mondo dove gli spiriti della natura convivono con il divenire biologico e psicologico dell’umano : un coreografo cambogiano viene ripreso mentre mette in scena con maschere tribali danze evocative di energie ancestrali, mentre alle pareti della stanza si snodano le spirali di un serpente in porcellana finemente forgiato a significare la trasformazione perenne che definisce gli spazi della foresta.

In diretto dialogo con le opere in mostra, sono esposte cinque pubblicazioni a cura di artisti e ricercatori di quei territori illustrano le traiettorie di approccio a Zomia: una sfida non facile ma stimolante a forzare e a ridefinire i nostri orizzonti mentali e a mettere in discussione i punti di appoggio della cultura occidentale.

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